Bill Ready, Ceo di Braintree, ha una lezione da insegnarvi

Riassumendo:

bill ready“Questa è la mia quarta startup e posso dire di imparato molto con ognuna delle mie iniziative imprenditoriali. Due cose su tutte: in primo luogo, è importante affidarsi a dei mentor, attingere alla loro esperienza, farsi consigliare soprattutto per come svolgere le cose pratiche, dove l’inesperienza può giocare brutti scherzi. In secondo luogo, che la vera scommessa è credere in se stessi e nella propria idea. Un mentor può guidarti per fare al meglio quello che ti serve, ma solo tu puoi sapere davvero dove vuoi andare e perché”.

A parlare – alla fine di una bella intervista per Wired che trovate linkata qui sotto – è Bill Ready, Ceo Braintree, forse la più avanzata piattaforma di pagamenti via mobile al mondo. Di certo la prima a comparire sul mercato. Uno che ci ha visto lungo, che ha capito prima di tutti. E che soprattutto ci ha creduto. Fino in fondo.

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Cinque lettere

Inizia con una resa. Finisce con una resa. Opposte evidenze. Identica impotenza. Quando arriva ti coglie alle spalle, impreparato. Non puoi che accettarlo. Senza farti domande. Tanto non ne hai bisogno. Tanto non ti interessa.

Quando svanisce ti pugnala, sempre alle spalle. Lasciandoti ugualmente impreparato. E qui di domande ne avresti. Anche troppe. Ma sono altrettanto inutili. Tanto non c’è risposta che tenga.

Gli estremi si assomigliano sempre, arrivano quasi a toccarsi. E qui più che altrove si ripete una simmetria quasi perfetta.

Se A è uguale a B e B è uguale ad A, a fare la differenza è la distanza che li separa. Cosa si trova e cosa si perde lungo un tragitto durato quanto. Chi avevi di fronte. Il senso di quell’incontro. Come hai vissuto quel percorso. Cosa hai fatto e cosa ti è stato fatto. Quanto hai dato e ricevuto. Quanto hai concesso del tuo vero io e quanto ti è stato concesso.

Per breve o lungo che sia, quel tragitto tra estremi identici conta più di tutto. Ti parla del mondo, di te, di chi sei e di cosa vuoi. E di chi hai di fronte. Rivela tutto.

Puoi avere fortuna, oppure non averne. Può esserne valsa la pena o rivelarsi tempo sprecato, ma di solito quel viaggio dovevi farlo e hai fatto bene a partire, anche perché tutto sommato non avevi troppa scelta.

Di solito.

John Sculley sull’innovazione

10624807_10152385928077466_8562166993086414504_nPrima i grandi balzi in avanti della Tech Industry dipendevano dal genio e dall’intuizione di un uomo solo, come ad esempio Steve Jobs.

Oggi tutta l’industria tecnologica lavora a quel balzo in avanti, collaborando su piattaforme che prima non esistevano. È la prima volta nella storia.

E, tra parentesi, credo che il prossimo Steve Jobs sarà una donna”

John Sculley ‪#‎websummit‬

Tornare a casa

IMG_9277Salita, che toglie il respiro, per fatica e per bellezza. Vento, a ridare forza, a riempire i polmoni, a spingere coraggio.

Il cielo, azzurro, incornicia mura senza tempo, la loro storia. Presente infinito fatto di gesti semplici, sapori e odori familiari. Ricordi.

Dentro, il tempo si ferma. Dentro c’è il tempo per pensare. Alzarsi in volo sopra le cose, vederle per quello che sono, rinunciare a ciò che vorresti fossero. Lasciar andare.

Dentro, una sedia per me c’è sempre. C’è sempre il vino forte, che sembra vento, a spazzare il male. A dare gioia, allentare la morsa. A schiarire. Che è così da sempre. Che così va bene.

La prima volta fu 22 anni fa. La prima di tante. Tante vite fa scoprivo Civita di Bagnoregio. Le ho attraversate tutte. Ne porto ancora segni. Alcuni più freschi di altri. Che io capisco tardi, ma capisco.

Le ho attraversate tutte, e ho continuato a tornare. A chiamare “casa” questo posto. Magari anche portandoci le persone sbagliate. Di certo imparando qualcosa.

“Casa” è dove ti senti in pace. Dove tutte le cose ritrovano il loro posto nella testa. Dove finalmente riesci a vedere, a pesare, ad accettare cosa hai trovato e cosa hai perso. Dove ritorni intero senza provare rancore, perdonando coloro che non potevano evitare di fare quello che hanno fatto.

A me succede qui. Ormai da vent’anni. E va bene così.

M1

Bianco, grigio, rosso. Teste chine, una dietro l’altra. A guardare schermi, a leggere l’altrove. Senza mai guardarsi tra loro nel qui e ora.
Rosso, grigio, bianco. Fuori il buio si alterna alla luce. L’assenza alle attese. Altre teste chine. Le loro storie. In viaggio.
Intanto si avanza. Intanto si trema, sobbalza, traballa. Intanto i conti non tornano.
Poi la forza che spinge in avanti e indietro. A cui opporsi per restare in piedi. Le frenate e accelerate senza troppo preavviso. Che servono nervi saldi e riflessi pronti. Tanto poi ti fregano lo stesso. Ma almeno ci hai provato.
Ogni tanto tutto si ferma. Ci sono porte che si aprono, come fossero opportunità. Che puoi scegliere se attraversarle o meno. Perché sei arrivato dove volevi, oppure perché è arrivato il momento di cambiare direzione. Che ogni tanto fa bene. Che ogni tanto ci vuole.
Adoro la metropolitana di Milano. Sembra una metafora sferragliante della vita. E puzza allo stesso modo. E allo stesso modo può portarti un po’ ovunque.
Purché tu sappia dov’è che vuoi andare.