A Milano per lo Speciale Droni di Tim LiveOn4G

Schermata 2014-10-23 alle 07.59.58Oggi sono a Milano per condurre lo Speciale Droni di Tim LiveOn4G.

A partire dalle 15, dallo spazio Tim4EXPO in Triennale, mi attende una maratona di tre ore in diretta streaming sul sito liveon4g.tim.it, durante la quale proveremo a raccontare il fenomeno da più angolazioni: tecnologia (presente e futura), applicazioni (attuali e future, civili e militari), regolamentazione, mercato, curiosità.

Avremo molti ospiti tra i principali attori del settore; avremo video, immagini e (se il vento ce lo consentirà) metteremo in campo anche delle demo live da commentare in diretta. Il tutto anche per anticipare e lanciare DronItaly, che andrà in scena domani e dopo domani al centro congressi NH Assago.

Insomma, se vi interessano i droni e volete capirci qualcosa in più, non potete perdervi questa puntata speciale. Gli hashtag per commentare e fare domande sono #droni e #liveon4g.

Vi aspettiamo.

La conquista di un ritratto

IMG_0866All’inizio i ritratti li rubavo. Li cacciavo a distanza con il tele più spinto che ero riuscito a trovare, neanche fossi nella Savana a fare un Safari. La gente era se stessa, sì. Era spontanea, certo. Ma era perché non mi vedeva. Perché non esistevo.

Non ero un fotografo. Ero un ladro.

Poi ho scoperto il 50mm. “È la fotografia stessa”, qualcuno mi ha detto a un certo punto. Forse proprio Berengo Gardin a Wetzlar. Ed è stato allora che sono dovuto uscire allo scoperto.

Se vuoi un ritratto, devi andartelo a prendere. Trovare la persona e convincerla è solo l’inizio. La parte difficile è conquistarla. Superare barriere, insicurezze, pregiudizi, pudori. Anche solo per un attimo. Giusto il tempo per tre scatti in fila. Quelli giusti. Quelli che sorprendono il soggetto indifeso, inerme in tutta la sua bellezza.

La “conquista” di un ritratto è un processo inebriante, toccante, intimo. A volte dura un attimo, perché tutto funziona subito. A volte richiede negoziazione, gioco delle parti, persuasione, tattiche di distrazione, buffonate. In ogni caso richiede trust: la creazione di un legame di fiducia tanto temporaneo quanto profondo. Nessuno si arrende senza condizioni. Tutti vogliono qualcosa in cambio.

Io sul piatto ho da mettere due cose: il desiderio di raccontare tutto quello che fotografo con rispetto; la ricerca della bellezza più o meno nascosta in ognuno di noi.

Ogni ritratto figlio di una conquista “frontale”, scattato a un metro e mezzo di distanza, mi insegna qualcosa su di me, su chi ho davanti, sulle persone in generale. Informazioni e sensazioni che poi reinvesto nella foto successiva, nell’intero processo, migliorandolo.

Ho ancora molto da imparare, ma una cosa l’ho capita: se sai far ridere, è vincere facile. Con la battuta giusta, lo sguardo più teso o l’espressione più dura si sciolgono come neve al sole. E da sotto spunta quasi sempre la primavera di un sorriso. O la forza contagiosa di una risata. Si mostra per un attimo poi inizia a svanire, mentre l’espressione torna rapidamente seria.

Quello, e solo quello, è l’attimo giusto in cui scattare. Un attimo prima che torni l’inverno, alla fine di una calda risata piena di bellezza.

Stringersi

Dita, aperte e tese a prendere. Braccia, lente si distendono, a cercare per accogliere. Il buio rivela ciò che la luce ha nascosto. Trovarsi. Di nuovo. Muscoli tesi, a stringere, trattenere, raccontare. Il respiro si ferma. Il tempo si arrende. Il cuore si calma.

A volte basta un solo abbraccio.

Ascoltarli crescere

Immobili. Il respiro lento, regolare, profumato. Immobili e leggeri, le loro mani nelle mie. Piccole, fragili, perfette.

Dormono. Venuti dal nulla, hanno preso tutto, riempito di senso lo spazio e il tempo. Gli piace rannicchiarsi e incunearsi nei mie fianchi, che di dormire non se ne parla, che per riposare ci sarà tempo.

Nel silenzio, sembra quasi di sentirli crescere. Già, crescere. Diventare adulti. Affrontare l’imprevedibile, cambiare mille volte, conoscere il mondo, corrompersi, essere umani.

Pagarne il prezzo.

Vorrei proteggerli. Dalla mia imperfezione, da se stessi, da tutto il resto. Vorrei evitare loro ogni inutile sofferenza, il tempo sprecato, i vicoli ciechi, gli amori insensati, le scelte senza ritorno.

So che non posso, che non ha senso anche solo pensarlo.

Li stringo forte a me, che quasi si svegliano. Che sono ancora bimbi. Che sono ancora miei.

Ancora per un po’.

#vediamopositivo, e dove se non alla Maker Faire?

10104240164_4e06c404af_k(1)Tanto per non farsi mancare niente, questo fine settimana passo anche alla Maker Faire. Ci vado a titolo professionale, per conto di Generali, nell’ambito della campagna #Vediamopositivo. L’idea è raccontare con tweet, immagini e un paio di post quello che di più interessante troverò nei prossimi due giorni all’Auditorium di Roma.

Credo che si in Italia ci sia ancora un posto dove trovare idee, entusiamo, creatività e voglia di vedere positivo, quello di certo è la Maker Faire.

Per questo ho accettato di andare a raccontarlo, e per questo lo faccio portando con me i miei bimbi (grazie all’aiuto provvidenziale della loro madre). Affinché crescano immaginando di poter fare grandi cose.

Insomma se ci siete ci vediamo lì.

E se avete da segnalarmi realtà che siano d’esempio, che aiutino a guardare al futuro con ottimismo, che meritino una foto, un tweet o la quotation in un post, allo battete un colpo su twitter, facebook, nei commenti qui sotto o come ritenete più opportuno.

(Nella foto, il robot musicista visto alla Maker Faire 2013. Le altre foto che ho scattato l’anno scorso sono qui)

Running in Capri (is fun)

È tardi. Ma non lo è abbastanza. Sto già correndo, e sono solo nel corridoio. Non vedevo l’ora. Col pensiero già accarezzo ogni chilometro. Assaporo lo sforzo, la salita, il dolore nelle gambe, il fiato corto che mi fa sentire vivo. Che mi fa sentire intero.

“Andate a correre?”. Il concierge mi ha visto arrivare zompettando e mi guarda col sorriso beffardo di chi te la sta per servire calda. “No, sto nei Village People”, rispondo dall’alto del mio succinto completino nero da corsa.

“Capisco”, temporeggia, con l’aria di chi non capisce affatto, ma intuisce la perculazio. E di certo non la lascerà correre. “Venite da questa parte”, mi dice. Io mi volto istintivamente indietro prima di capire che “Voi” sarei io, poi lo assecondo.

Passo dietro il bancone, davanti al computer, dove apre una cartella intitolata “Capri bella”. Dentro, un numero imprecisato di sotto cartelle rappresenta altrettante raccolte di immagini che all’inizio non capisco: sono stradine, viuzze, soprattutto piccoli incroci, e poi scalini. Molti scalini.

Antonio, così si chiama il concierge, ha il vizio di camminare. E quando vivi in un posto come Capri, la scelta è quello che: panorami mozzafiato contro relativamente poca strada da fare. Non ci vuole poi molto per passare ovunque sia possibile, percorrere ogni metro calpestabile.

“Voi dovete passare di qua”, afferma con tono solenne, incontrovertibile, mentre mi volto di scatto un’altra volta, sentendomi un’idiota. Guardo l’immagine che apre, poi la successiva, quindi alla fine capisco. Durante innumerevoli passeggiate, Antonio ha creato la sua personale e preziosa versione di Google Street View, con cui può mostrare ai turisti di tutte le lingue e culture con semplici gesti come andare ovunque nell’isola. Una svolta dopo l’altra, un’immagine alla volta.

Sono senza parole. Questo sommarsi di mestiere, passione e ingegno quasi mi commuove. Alla faccia dei nativi digitali, delle infrastrutture e del web 2.0.

Mi mostra tutto il percorso e spiega: “io la faccio in un’ora e dieci, anzi e cinque. Vediamo quanto ci mettete voi”. “Fanculo Anacapri” penso, questo mi ha sfidato e non posso tirarmi indietro. Devo difendere l’onore del YMCA.

Esco, parto di buon passo. Non dormo da una vita e il cuore, stanco, subito comincia a protestare. Me ne frego, perché so che comunque sarà poca strada, e difficile. Su e giù per salite, discese, scalini. Andare piano non ha senso.

Arriva il primo incrocio visto in foto. Lo riconosco subito. E sbaglio a svoltare. Scendo 800 metri veloce come il vento, che fatico a restare in equilibrio. Dopo la volata giro una curva e inchiodo con tutte le mie forze. Davanti a me un fottuto cancello. Penso parole irripetibili, giro i tacchi e riparto pieno di risentimento verso l’universo mondo.

Alla fine della salita sono già morto, ma decido di non curarmene. Per fortuna c’è un altra cazzo di salita ad aspettarmi. Le vado incontro come fosse il martirio. E non mi sbaglio.

Poi viene pianura, ma sono ancora in paese. Poi una rotonda sul mare, che fa molto anni ’60. C’è una stradina stretta a destra. La riconosco, e stavolta non sbaglio.

La imbocco e Corro. Veloce, forse rischiando troppo, che sotto c’è lo strapiombo. Ma è troppo bello e ogni tanto devo fermarmi a fare una foto, perché lo voglio raccontare e ricordare.

Quando riparto lo faccio a razzo. Adrenalina e cuore a duemila mi ingannano bene. Salgo scalini solcandoli a tre a tre. Sfioro persone a passeggio che meriterei un arresto o almeno di essere pestato. Sono euforico. Perché è tutto bellissimo. Poi a un certo punto giro un angolo ed è lì, che mi aspetta.

La scalinata di Vattelappesca. Monumentale. Impietosa. Inaggirabile.
È a quel punto che mi tornano in mente le parole di Antonio. Le avevo ascoltate distrattamente, perché già alla quarta immagine mi stavo facendo film che neanche Spielberg.

Comincio a salire. Parto forte, con un rabbia e un determinazione che avrei fatto meglio a tenere per me. Conto mentalmente gli scalini ed è lì che il ricordo affiora: “Sono trecentottanta ” aveva detto sorridendo Antonio, e chissà perché avevo pensato in totale, lungo tutto il percorso, non uno dietro l’altro in un’unica scala che mi avrebbe riportato sopra il paese.

Al 30esimo mi si appanna la vista. Dopo cinquanta mi fermo, perché semplicemente non riesco a respirare e correre mi viene male. Ma anche camminare, a onor del vero. Per farla breve alla fine della scala sono devastato. Fortuna che c’è un’altra salita ad aspettarmi.

Ci vuole un po’ prima di riuscire a farla. Poi accelero. Si ricomincia a scendere e vado. Forte . Sempre più forte. Ormai ho in testa solo l’arrivo. Rischio l’infarto. E di cadere. Ma devo far presto. Ormai sono in paese.

Evito una donna, salto un gatto, quasi mi schianto contro un vaso. Vedo la piazza. La passo. L’ultima discesa. L’albergo. Entro di volata, verso il bancone della portineria. Antonio è lì: “quanto ci avete messo?”. Questa volta non mi volto di scatto, ma lo fissò allungando verso di lui l’iPhone con aperto Runkeeper. “32 minuti!”, dico.

Spalanca un sorriso: “avete sbagliato strada eh?”

Mavafammocc’

Verso Capri, per raccontare Capri-between 2014

Oggi si riparte per Capri-Between 2014. Per il quarto anno consecutivo, nei prossimi tre giorni il mio compito sarà video-intervistare quanti più relatori possibile, per sintetizzare e portare all’esterno il valore espresso durante quello uno degli appuntamenti più importanti dell’anno per il mondo TLC.

Non sarà semplice. Non lo è mai. E sarà difficile battere il record dell’anno scorso (42 interviste in tre giorni, alcune delle quali le trovate già scrollando un po’ la home page del sito dell’evento). Però ci si prova.

Se in questi giorni mi cercate e non rispondo, abbiate pazienza e magari insistete. Se invece venite anche voi, ci si vede lì.

Schermata 2014-10-01 alle 07.43.21