#vediamopositivo, e dove se non alla Maker Faire?

10104240164_4e06c404af_k(1)Tanto per non farsi mancare niente, questo fine settimana passo anche alla Maker Faire. Ci vado a titolo professionale, per conto di Generali, nell’ambito della campagna #Vediamopositivo. L’idea è raccontare con tweet, immagini e un paio di post quello che di più interessante troverò nei prossimi due giorni all’Auditorium di Roma.

Credo che si in Italia ci sia ancora un posto dove trovare idee, entusiamo, creatività e voglia di vedere positivo, quello di certo è la Maker Faire.

Per questo ho accettato di andare a raccontarlo, e per questo lo faccio portando con me i miei bimbi (grazie all’aiuto provvidenziale della loro madre). Affinché crescano immaginando di poter fare grandi cose.

Insomma se ci siete ci vediamo lì.

E se avete da segnalarmi realtà che siano d’esempio, che aiutino a guardare al futuro con ottimismo, che meritino una foto, un tweet o la quotation in un post, allo battete un colpo su twitter, facebook, nei commenti qui sotto o come ritenete più opportuno.

(Nella foto, il robot musicista visto alla Maker Faire 2013. Le altre foto che ho scattato l’anno scorso sono qui)

Running in Capri (is fun)

È tardi. Ma non lo è abbastanza. Sto già correndo, e sono solo nel corridoio. Non vedevo l’ora. Col pensiero già accarezzo ogni chilometro. Assaporo lo sforzo, la salita, il dolore nelle gambe, il fiato corto che mi fa sentire vivo. Che mi fa sentire intero.

“Andate a correre?”. Il concierge mi ha visto arrivare zompettando e mi guarda col sorriso beffardo di chi te la sta per servire calda. “No, sto nei Village People”, rispondo dall’alto del mio succinto completino nero da corsa.

“Capisco”, temporeggia, con l’aria di chi non capisce affatto, ma intuisce la perculazio. E di certo non la lascerà correre. “Venite da questa parte”, mi dice. Io mi volto istintivamente indietro prima di capire che “Voi” sarei io, poi lo assecondo.

Passo dietro il bancone, davanti al computer, dove apre una cartella intitolata “Capri bella”. Dentro, un numero imprecisato di sotto cartelle rappresenta altrettante raccolte di immagini che all’inizio non capisco: sono stradine, viuzze, soprattutto piccoli incroci, e poi scalini. Molti scalini.

Antonio, così si chiama il concierge, ha il vizio di camminare. E quando vivi in un posto come Capri, la scelta è quello che: panorami mozzafiato contro relativamente poca strada da fare. Non ci vuole poi molto per passare ovunque sia possibile, percorrere ogni metro calpestabile.

“Voi dovete passare di qua”, afferma con tono solenne, incontrovertibile, mentre mi volto di scatto un’altra volta, sentendomi un’idiota. Guardo l’immagine che apre, poi la successiva, quindi alla fine capisco. Durante innumerevoli passeggiate, Antonio ha creato la sua personale e preziosa versione di Google Street View, con cui può mostrare ai turisti di tutte le lingue e culture con semplici gesti come andare ovunque nell’isola. Una svolta dopo l’altra, un’immagine alla volta.

Sono senza parole. Questo sommarsi di mestiere, passione e ingegno quasi mi commuove. Alla faccia dei nativi digitali, delle infrastrutture e del web 2.0.

Mi mostra tutto il percorso e spiega: “io la faccio in un’ora e dieci, anzi e cinque. Vediamo quanto ci mettete voi”. “Fanculo Anacapri” penso, questo mi ha sfidato e non posso tirarmi indietro. Devo difendere l’onore del YMCA.

Esco, parto di buon passo. Non dormo da una vita e il cuore, stanco, subito comincia a protestare. Me ne frego, perché so che comunque sarà poca strada, e difficile. Su e giù per salite, discese, scalini. Andare piano non ha senso.

Arriva il primo incrocio visto in foto. Lo riconosco subito. E sbaglio a svoltare. Scendo 800 metri veloce come il vento, che fatico a restare in equilibrio. Dopo la volata giro una curva e inchiodo con tutte le mie forze. Davanti a me un fottuto cancello. Penso parole irripetibili, giro i tacchi e riparto pieno di risentimento verso l’universo mondo.

Alla fine della salita sono già morto, ma decido di non curarmene. Per fortuna c’è un altra cazzo di salita ad aspettarmi. Le vado incontro come fosse il martirio. E non mi sbaglio.

Poi viene pianura, ma sono ancora in paese. Poi una rotonda sul mare, che fa molto anni ’60. C’è una stradina stretta a destra. La riconosco, e stavolta non sbaglio.

La imbocco e Corro. Veloce, forse rischiando troppo, che sotto c’è lo strapiombo. Ma è troppo bello e ogni tanto devo fermarmi a fare una foto, perché lo voglio raccontare e ricordare.

Quando riparto lo faccio a razzo. Adrenalina e cuore a duemila mi ingannano bene. Salgo scalini solcandoli a tre a tre. Sfioro persone a passeggio che meriterei un arresto o almeno di essere pestato. Sono euforico. Perché è tutto bellissimo. Poi a un certo punto giro un angolo ed è lì, che mi aspetta.

La scalinata di Vattelappesca. Monumentale. Impietosa. Inaggirabile.
È a quel punto che mi tornano in mente le parole di Antonio. Le avevo ascoltate distrattamente, perché già alla quarta immagine mi stavo facendo film che neanche Spielberg.

Comincio a salire. Parto forte, con un rabbia e un determinazione che avrei fatto meglio a tenere per me. Conto mentalmente gli scalini ed è lì che il ricordo affiora: “Sono trecentottanta ” aveva detto sorridendo Antonio, e chissà perché avevo pensato in totale, lungo tutto il percorso, non uno dietro l’altro in un’unica scala che mi avrebbe riportato sopra il paese.

Al 30esimo mi si appanna la vista. Dopo cinquanta mi fermo, perché semplicemente non riesco a respirare e correre mi viene male. Ma anche camminare, a onor del vero. Per farla breve alla fine della scala sono devastato. Fortuna che c’è un’altra salita ad aspettarmi.

Ci vuole un po’ prima di riuscire a farla. Poi accelero. Si ricomincia a scendere e vado. Forte . Sempre più forte. Ormai ho in testa solo l’arrivo. Rischio l’infarto. E di cadere. Ma devo far presto. Ormai sono in paese.

Evito una donna, salto un gatto, quasi mi schianto contro un vaso. Vedo la piazza. La passo. L’ultima discesa. L’albergo. Entro di volata, verso il bancone della portineria. Antonio è lì: “quanto ci avete messo?”. Questa volta non mi volto di scatto, ma lo fissò allungando verso di lui l’iPhone con aperto Runkeeper. “32 minuti!”, dico.

Spalanca un sorriso: “avete sbagliato strada eh?”

Mavafammocc’

Verso Capri, per raccontare Capri-between 2014

Oggi si riparte per Capri-Between 2014. Per il quarto anno consecutivo, nei prossimi tre giorni il mio compito sarà video-intervistare quanti più relatori possibile, per sintetizzare e portare all’esterno il valore espresso durante quello uno degli appuntamenti più importanti dell’anno per il mondo TLC.

Non sarà semplice. Non lo è mai. E sarà difficile battere il record dell’anno scorso (42 interviste in tre giorni, alcune delle quali le trovate già scrollando un po’ la home page del sito dell’evento). Però ci si prova.

Se in questi giorni mi cercate e non rispondo, abbiate pazienza e magari insistete. Se invece venite anche voi, ci si vede lì.

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AppyDays 2014, a Todi per parlare di Citizen Journalism, iFitness, iHealth

copertinaParte oggi la prima edizione di AppyDays, eventone organizzato a Todi da dall’immarcescibile squadra di IQUII insieme con la macchina da guerra targata Sediciveventi. Per quattro giorni la gente accorrerà nella splendida cittadina umbra per discutere di tutto, ma proprio tutto quello che c’è da sapere sul mondo delle App e dell’hardware (wearable) ad esse correlato.

Il programma è vasto, vario e affascinante.  Il target è il grande pubblico. La mission è diffondere la cultura del digitale in Italia. Le previsioni del tempo parlano di sole e temperature miti.

Insomma, non avete scuse.

Per quanto mi riguarda, io ci sarò con le tre iniziative che ho proposto, due il venerdì e una la domenica mattina:

1) SIAMO TUTTI REPORTER? (breve workshop organizzato con l’ottima Michela Gentili, founder del laboratorio giornalistico @labora e grande formatrice) – Venerdì 26, ore 17.00 | Sala delle Ceramiche;
2) DIGITAL FITNESS: GRAZIE AD APP E WEARABLE DEVICE, ALLENARSI NON È MAI STATO COSÌ HI-TECH (ED EFFICACE) – Venerdì 26, ore 19.00 | Sala Affrescata Via del Monte;
3) DIGITAL HEALTH: QUANDO APP E WEARABLE DEVICE SI METTONO AL SERVIZIO DELLA SALUTE – Domenica 28, ore 10.00 | Sala del Consiglio;

Ecco di seguito le rispettive presentazioni di ogni appuntamento e gli ospiti. Se ci siete, passate a trovarci.

1) SIAMO TUTTI REPORTER?
Atterrano gli alieni. Voi siete lì, unici testimoni oculari di una scena che potrebbe cambiare la storia del mondo. Come vi comportate?
Se siete tra i 25 milioni di italiani che possiedono uno smartphone, in tasca avete un potente strumento per raccontare in anteprima e in tempo reale la prima invasione aliena. Sempre che voi sappiate come farlo.
E se non lo sapete ve lo spieghiamo noi. Il workshop “Siamo tutti reporter?” aiuta a capire come trattare un evento a cui si assiste per caso (o quasi) per farlo entrare nel circuito delle notizie.
Spiegheremo passo dopo passo con che strumenti riprendere e documentare l’avvenimento, quali applicazioni utilizzare per elaborare il materiale, che social network scegliere per diffondere la notizia.
Un workshop aperto a tutti, utile a chi desidera dare un senso alle enormi potenzialità dei device che tiene in tasca, ma anche ai professionisti dell’informazione che vogliono aggiornare le proprie competenze nell’epoca del mobile.

Michela Gentili Fondatrice @Labora
Alessio Jacona Giornalista, consulente di comunicazione online, fotografo

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2) DIGITAL FITNESS: GRAZIE AD APP E WEARABLE DEVICE, ALLENARSI NON È MAI STATO COSÌ HI-TECH (ED EFFICACE)
La parola d’ordine è monitorare: la velocità, il numero di chilometri percorsi, il battito cardiaco, le calorie bruciate, la buona o cattiva riuscita di ogni allenamento. Perché più dati raccogliamo su noi stessi, meglio siamo in grado conoscere i nostri limiti e lavorare per superarli, o anche solo per sentirci più sani e in forma.
La strategia per riuscirci è ricoprirsi di sensori e dispositivi wireless (dal costo sempre più economico) che per esempio prendono le sembianze di orologi supertecnologici da portare sul polsino, braccialetti colorati o ancora semplici cerotti da nascondere sotto i vestiti. E che ovviamente interagiscono con app di ogni genere e tipo.
E’ la Digital Fitness, ovvero l’arte di allenarsi nell’era della mobile technology: un cambio di scenario che si rivela ricco di opportunità e sfida per tutti gli sportivi, siano essi agonisti o semplici appassionati.

Ospiti:
– Roberto Nava – Founder RunLikeNeverBefore
– Andrea Tellatin – CEO Si14
– Fabio Lalli – CEO di IQUII

Modera: Alessio Jacona – Giornalista, consulente di comunicazione online, fotografo

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3) DIGITAL HEALTH: QUANDO APP E WEARABLE DEVICE SI METTONO AL SERVIZIO DELLA SALUTE
Spesso i pazienti necessitano osservazione costante, che sia per vegliare sulla loro stessa incolumità, per valutarne lo stato generale o anche semplicemente per mettere a punto e somministrare terapie personalizzate, quindi più efficaci.
Fino ad oggi il costo proibitivo degli apparecchi medicali rendeva complesso e costoso un monitoraggio puntuale di ogni paziente. Ora invece, grazie a tecnologie wearable sempre meno costose, a smartphone e tablet sempre più potenti e al moltiplicarsi di app dedicate, la cosiddetta telemedicina sembrebbe finalmente sul punto di diventare realtà.
Quel che è certo, è che non si tratta dell’ultima e passeggera moda tecnologica nata in Silicon Valley: siamo anzi di fronte a un mercato fiorente e in rapida espansione con cui medici, legislatori e pazienti devono fare i conti, tanto per cogliere le opportunità, quanto per vincere le sfide che il nuovo scenario ci pone di fronte.

Ospiti:
– Francesco Romano Marcellino – CEO Datawizard/Pharmawizard
– Floriano Bonfigli – Fondatore di Collabobeat
– Edoardo Schenardi – Farmacia Serra Genova

Modera: Alessio Jacona – Giornalista, consulente di comunicazione online, fotografo

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Il paradiso di Botero

Bahram sorride. Bahram viene da lontano. Bahram è di Teheran. E parla bene l’italiano. E conosce il nostro paese. E cucina da Dio, anche se non apprezzerebbe il paragone. Troppo forte per chi viene dal suo mondo, forse. O forse avrei dovuto dirglielo, ma ho perso l’attimo. Il kubidé era troppo buono, e forse stasera avevo bevuto troppo per stare sul pezzo.
“Mia moglie è quella che sa cucinare davvero”, mi dice. La vera cucina iraniana è complessa, mi dice. E intende: “troppo per me”. Ma il panino è buono. Davvero. E lui è un ospite discreto e accogliente. E conosce tutte le lingue del mondo. O almeno così penso io, che provo a spiegarglielo strisciando qualche esse. Che vuoi, dopo troppi spritz, divento troppo romano.

“Il cibo è la lingua universale” gli dico. “Se la gente si concentrasse sui sapori, gli odori, se volesse davvero comprendere, sé masticasse più lentamente, le cose andrebbero meglio”. Lo penso davvero: ho viaggiato tanto, imparato tanto. E capito che quando sei lontano da casa, in un paese di cui sai poco o niente, e ti siedi per mangiare, se qualcuno ti chiede “come lo preferisce, con o senza questo o quello”, l’unica risposta è un’altra domanda: “lei come lo mangerebbe?”. Che ci pensi lui. È la sua cultura, non la mia.

Il cibo è lingua universale. E come ogni lingua, funziona solo se sei disposto ad ascoltare. Se vuoi davvero imparare. Se non pretendi di sapere già tutte le risposte. L’avessi capito prima, sono certo che ora la mia vita sarebbe diversa.

Bahram, che mi ascolta, capisce: “E’ giusto”, risponde. Poi continua: “Ci penso io. La cipolla ci va. E anche il piccante”.

Gli racconto di quella volta in Francia, quando io che non parlo Francese mi misi a sedere in quel locale dove il proprietario non parlava inglese, ma a gesti mi chiese se volevo uno, due o tre piatti. “Tre”, risposi io, mostrando le dita della mano (avevo fame). “Ci penso io”, rispose lui, semplicemente chiudendo gli occhi e battendosi la mano due volte sul petto. Mi portò carne, formaggi e un dolce immensi. Mangiai con gioia. L’uomo vide nei miei occhi la riconoscenza e mi diede una pacca sulla spalla. In un certo senso, avevo imparato un po’ di francese.

Il panino di Bahram è pronto. Arriva finalmente il primo morso. Ci guardiamo: lui aveva ragione, a me è bastato dargli retta per capire qualcosa di lui e dell’Iran. Sorridiamo entrambi.

Mi racconta del Baklava, di quello vero fatto in una città nel deserto di cui non ricordo il nome, situata a mille chilometri da Teheran. Di come sia difficile procurarselo. Di come sia infinitamente buono. Unico. “Non serve masticarlo – mi dice – perché si scioglie in bocca. E però allo stesso tempo non puoi fare a meno di masticarlo, perché è troppo buono”.

Penso che sia una frase bellissima. Gli stringo la mano e me ne vado, dandogli appuntamento alla prossima.

Lungo la strada, penso che se mangiassimo con più rispetto, con più cuore, che se provassimo a comprendere il linguaggio universale del cibo, forse il mondo sarebbe un posto migliore. Pieno di gente grassa e serena.

Un paradiso dipinto da Botero.

Oggi a #Start – Rai Radio 1 per parlare di #Maker con chi se ne intende

robotMaker, artigiani aumentati, innovatori. Chiamateli come volete. Quel che è sicuro è che oggi, a partire dalle 11.30 e fino alle 12, ne parliamo su Rai Radio1 durante la quarta parte di #Start con Stefano Micelli e Riccardo Luna, sapientemente guidati dalla conduttrice Ilaria Amenta.

Con Riccardo parleremo anche di Maker Faire 2014, quindi ha senso agevolare di seguito il link alla photogallery con qualche scatto realizzato all’edizione 2013.

A fra poco.

Scatti dalla Maker Faire 2013

 

Ripetete con me

Internet non rende la gente cattiva, crudele, violenta, ignorante o brutta.

Internet la rivela.

itE nel farlo – esattamente come accade per un esame del sangue positivo a un male incurabile – consente se non di curare tale malattia, almeno di riconoscere e gestire il problema. Di tirare la testa fuori dalla sabbia e iniziare a prendersi qualche responsibilità.

Prendersela con Internet perché la gente odia – oltre che molto comodo – è esattamente come prendersela con un laboratorio diagnostico perché i tuoi esami del sangue portano cattive notizie.

Una grossa, sonora, roboante cazzata.

 

Photo: Id Iom