Archivio mensile:febbraio 2008

L’intervista a David Sifry su IlSole24Ore

Come già anticipato, oggi su NOVA – IlSole24Ore, a pagina 7, è disponibile una mia intervista con David Sifry sullo stato e sul futuro della Rete realizzata a Udine, complice l’ospitalità di Pagliaro, Valdemarin e Maistrello a StateOfTheNet.

Per invogliarvi a leggerlo, ecco un brevissimo estratto:

«Oggi vedo aumentare il numero dei “cloni” di servizi preesistenti e di successo, vedo di nuovo aziende incassare finanziamenti leggermente superiori al loro reale valore. Non voglio dire che non sia più nessuna innovazione, ma che esistono tecnologie veramente interessanti e ormai mature che però nessuno ha ancora voluto o saputo sfruttare commercialmente».

Sifry: “Le classifiche rendono schiavi i blogger”

I maniaci delle classifiche, specie quelle dei blog, drizzino bene le orecchie. Il sottoscritto, complice la generosa ospitalità degli organizzatori di State Of The Net, ha incontrato e intervistato David Sifry, creatore di Technorati e inventore della famigerata Technorati 100A cena la sera prima e davanti d una telecamera il giorno dopo, abbiamo parlato a lungo. Il risultato è un’intervista per Nova – IlSole24Ore di giovedì prossimo dalla quale è rimasta necessariamente fuori la domanda che ho rivolto a Mr Technorati per voi e solo per voi: cosa pensa Dave Sifry del bisogno compulsivo di pesare l’autorevolezza dei blog creando classifiche più o meno attendibili?

La risposta, lunga e articolata, probabilmente vi farà un po’ male:

“Trovo questo bisogno di sapere ‘in che posizione sono’, ‘chi è il primo in classifica’, o ‘chi è il secondo’ una cosa naturale e umana. Sfortunatamente è un pulsione che si traduce facilmente in schiavitù”.

La parola usata da Sifry è ’slavery’ e certo si riferisce allo sforzo crescente e condizionante che l’editor deve sobbarcarsi per mantenere la propria posizione in classifica. A questo punto l’imprenditore americano deve aver notato il mio sguardo interrogativo mentre penso “senti da che pulpito viene la predica”, perché continua:

“Certo, io sono quello che ha creato Technorati 100, ma lascia che ti racconti precisamente come sono andate le cose: nel 2003 erano in molti (Engadget e Techcrunch tra gli altri) a pregarmi di fare una classifica dei blog. Io dissi loro più volte che secondo me serviva a poco sapere chi fosse sesto e chi settimo, che in ogni caso i buoni blog sarebbero rimasti tali. Loro risposero che in realtà non gli interessava sapere chi fosse primo e chi secondo, ma che invece desideravano semplicemente avere un compendio dei migliori blog.”

Sì, come no. Mi pare di vederli i blogger che oggi siedono compiaciuti nella Top100 del mondo mentre si sfregano le mani al pensiero di essere primi, secondi o anche solo 90esimi nella classifica di Technorati. E dire che Sifry aveva cercato di dissuaderli:

“Ho provato a dire loro che era una pura illusione, a spiegare quanto fosse sciocco credere che la posizione in una classifica possa dirvi siete veramente anche se, di certo, aiuta nel presentarsi ai giornalisti o agli inserzionisti pubblicitari. Bisogna essere estremamente cauti nel fare affidamento su questi rankings, e ve lo dice uno che su queste cose ci guadagna da vivere. Che credo infatti che si dovrebbe continuare a produrre contenuti di valore piuttosto che domandarsi a ogni passo ‘in che modo quello che sto per fare influenzerà la mia posizione in classifica?”. L’errore più grave è finire col pensare che questa sia l’unica cosa che conta, mentre in realtà si sta solo dando più potere al tizio che ha creato la classifica”.

Mi pare tutto molto chiaro: secondo Sifry le classifiche inducono i blogger ad ammazzarsi di lavoro per conquistare o difendere posizioni e fanno credere a giornalisti, inserzionisti o imprenditori che basti una top100 per capire cos’è la blogsfera e, nel caso, a chi rivolgersi. Tutti sconfitti e nessun vincitore.

A questo punto mi sembra di avere davanti un’istantanea dell’Italia, quindi ribatto augurandomi che i blogger italiani ascoltino i suoi consigli. “Probabilmente non lo farete”. risponde Mr Technorati, e scoppia a ridere fragorosamente.

Pare ci conosca meglio di quanto voglia dare a vedere.

Il (pessimo) blog di Piero Fassino

Da qualche giorno è ufficialmente on line il blog di Piero Fassino. E’ molto, anzi troppo simile nella grafica al sito principale, che a sua volta sembra una brochure di carta incollata al mio schermo con il Vinavil.

Detto questo, nel nuovo “blog” di web2.0 c’è molto poco: pochi post (al momento 2, uno dei quali è solo un video dell’intervista con l’Annunziata), pochi link verso il “mondo esterno” e tutti istituzionali, non uno straccio di benvenuto, di presentazione, di dichiarazione d’intenti, di spiegazione insomma del perché l’Onorevole abbia deciso di fare un blog.

Non so voi, ma io sarei ben lieto di conoscere (e studiare) le sue motivazioni.

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Blog Driver Day, Audi si fa guidare dai blogger

Coinvolgere i blogger, portarli a Vallelunga (RM) in concomitanza con l’inizio del Campionato Italiano Superstars, farli scendere in pista per provare le nuove automobili, metterli a confronto con tecnici e maccanici. In poche parole, aprirsi alla blogosfera.

E’ quello che ha fatto Audi Italia organizzando il Blog Driver Day, manifestazione in programma presso l’autodromo romano per il 20 e 21 aprile 2008. Le ragioni le spiega la stessa azienda, che nel comunicato stampa ribadisce la propria attenzione verso “coloro che nella Rete esprimono giudizi e offrono informazioni in modo assolutamente indipendente e obiettivo [...]coloro che sono diventati gli attori principali dei social media, interlocutori validi, affidabili e attendibili”.

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Toshiba si arrende, pensione anticipata per l’hd-dvd

“Annunci trionfali a parte, per Sony resta concreto il pericolo di un nuovo ‘Betamax effect': l’azienda giapponese potrebbe infatti pagare caro il tentativo di imporre sul mercato la sua tecnologia dvd ad alta definizione nota come blue Blue-Ray, in competizione diretta con l’HD DVD sviluppato da Toshiba&co, adottata da Microsoft e già sul mercato. Il rischio che i dvd Blue-Ray facciano la fine del Sony Betamax appare infatti piuttosto concreto.”

Così scrivevo nel post “PS3, la sfida targata Sony“, datato del 9 maggio 2006. E mi sbagliavo, come al tempo si sbagliavano la maggior parte degli analisti di settore che, valutando i numerosi problemi incontrati da Sony durante lo sviluppo della PS3, davano l’azienda giapponese e il suo blu-ray per spacciati.

Errore: alla fine della fiera, e contro ogni pronostico, ad uscirne con le ossa rotte è proprio Toshiba.

In visita a Radio Spazio Aperto

Stasera insieme ad Antonio Pavolini faccio una comparsata su Radio Spazio Aperto (92.9 in Fm a Roma), durante la trasmissione il buono, il brutto e la cattiva. La rubrica è “lo sciame”, stasera a partire dalle 22.30/45. L’argomento è il crowdsourcing.

Update: di seguito trovate il link al podcast della trasmissione in oggetto. L’atmosfera è molto conviviale e devo ammettere che mi sono divertito. Spero si senta. :-)

Crowdsourcing con Alessio Jacona

Crowdsourcing, con Internet il mercato del lavoro diventa globale

Risorse umane. Che sia dietro l’angolo oppure dall’altra parte del globo, da qualche parte vive e lavora il professionista che ancora non conoscete ma del quale avete disperato bisogno. In passato trovarlo e contattarlo era operazione costosa in termini di tempo e denaro e, a dire il vero, non sempre coronata dal successo.

Oggi è ancora una volta la rete, tessuto connettivo capace di azzerare la distanza tra persone e aziende, a venire in vostro aiuto con il “crowdsourcing”. Il neologismo, coniato nel 2006 dal giornalista di Wired Jeff Howe, nasce dalla fusione tra “outsourcing”, ovvero la pratica di delegare compiti e lavori al di fuori della propria azienda, e “crowd”, ovvero l’immensa ed eterogenea folla di talenti d’ogni lingua, nazionalità e cultura che popola la rete.

Negli ultimi anni si sono infatti moltiplicati gli “online crowdsourcing markets”, ovvero quei siti che raccolgono comunità di professionisti in vari settori e ne facilitano l’incontro con i potenziali committenti. I primi esperimenti, molti dei quali tutt’ora in corso, hanno nomi come iStockphoto, che ha rivoluzionato la compravendita degli “scatti” professionali, Ninesigma, che si propone come immenso serbatoio di idee e creatività per il “problem solving” e YourEncore, dove scienziati in pensione rimettono al servizio delle aziende la loro competenza e, soprattutto, la loro provata e preziosa esperienza.

Ecco come generalmente funzionano queste piattaforme: il committente si iscrive al servizio online, propone un task da eseguire, un limite temporale per realizzarlo ed eventualmente un budget predefinito. I “providers” di manodopera intellettuale forniscono una soluzione, eventualmente anche rilanciando al ribasso il budget iniziale, e l’idea migliore vince facendo risparmiare tempo e denaro. Se poi qualcuno tenta di barare, sia esso committente o provider, non ha scampo. Una volta completato il progetto, ciascuno degli “attori” viene votato dalla controparte proprio come avviene sul sito d’aste online eBay. Collezionare giudizi positivi e costruirsi una buona reputazione è vitale se si vuole continuare a lavorare.

Un buon esempio è rappresentato dal britannico BuilderSite, cui va riconosciuto il merito di applicare i principi fin qui descritti all’industria edile, aiutando “le persone a trovare ed assumere costruttori per i loro progetti”. L’utente che desidera far ristrutturare il bagno o costruire la casa dei propri sogni, si iscrive al sito dove cerca e (generalmente) trova un interlocutore cui affidare progetto e budget. Quest’ultimo può essere un’azienda o un singolo artigiano, ma anche un intermediario che, sempre tramite la piattaforma BuildersSite, cerca i singoli professionisti, contratta con loro prestazioni e prezzo, organizza una squadra. Ogni progetto riceve più offerte e, semplicemente, la più conveniente vince. La commissione per ogni progetto assegnato è carico dell’azienda appaltatrice ed è pari al 5 per cento.

Un altro esempio è Take a Coder, un online marketplace dove le aziende incontrano programmatori software (ma anche traduttori, interpreti, grafici) provenienti da tutto il mondo. Il servizio è operativo in 13 lingue e copre 40 paesi, Italia compresa. Il sito con maggior traffico è quello internazionale e vanta 8mila utenti registrati, 20mila utenti unici al mese e una media di 150 transazioni concluse nello stesso periodo. Il vantaggio per chi compra (a prezzo minore) la manodopera e per chi la vende (in tutto il mondo) è palese. Il modello di business di Takeacoder lo illustra lo stesso CEO Enrico Massetti, italiano residente da 25 anni negli Usa: «Agiamo secondo le regole del franchising. – spiega – Ogni localizzazione del sito viene data in licenza a un webmaster (o un’azienda) locale che si occupa della traduzione, della raccolta pubblicitaria, del marketing e del customer care. Alla fine della fiera, i ricavi dei vari siti, derivanti da una commissione che committenti e providers pagano per ogni lavoro assegnato, sono suddivisi al 50 per cento tra i partner e Takeacoder LLC, la nostra casa madre».

Infine un accenno a Threadless. Si tratta di un eccellente esperimento (iniziato 8 anni fa) di crowdsourcing applicato al settore dell’abbigliamento giovanile o, più precisamente, delle T-shirt. Chiunque può iscriversi al sito e proporre la propria decorazione che, una volta online, viene sottoposta per sette giorni al giudizio e al voto di una vasta comunità. Se supera questa difficile e spietata selezione, il disegno diventa una maglietta, va in produzione e genera immediati guadagni per l’autore.

Il tutto senza il minimo bisogno di investire in costose indagini di mercato o in pubblicità.

Crowdsourcing, con internet il mercato del lavoro diventa globale

Di seguito il mio articolo pubblicato ieri su Nova, IlSole24Ore:

Risorse umane. Che sia dietro l’angolo oppure dall’altra parte del globo, da qualche parte vive e lavora il professionista che ancora non conoscete ma del quale avete disperato bisogno. In passato trovarlo e contattarlo era operazione costosa in termini di tempo e denaro e, a dire il vero, non sempre coronata dal successo. Oggi è ancora una volta la rete, tessuto connettivo capace di azzerare la distanza tra persone e aziende, a venire in vostro aiuto con il “crowdsourcing”. Il neologismo, coniato nel 2006 dal giornalista di Wired Jeff Howe, nasce dalla fusione tra “outsourcing”, ovvero la pratica di delegare compiti e lavori al di fuori della propria azienda, e “crowd”, ovvero l’immensa ed eterogenea folla di talenti d’ogni lingua, nazionalità e cultura che popola la rete.

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State of the Net, a Udine è buona la prima

Il 2007 in Italia, almeno per chi vive e lavora in rete, è stato l’anno dei BarCamp. Un meeting dopo l’altro, una città dopo l’altra, chi vi ha partecipato ha assorbito regole e valori insiti in queste cosiddette “un-conference”, non conferenze dove si incontrano e parlano persone accomunate dal desiderio di “condividere e apprendere in un ambiente aperto e libero”.

Ora si dà il caso che i tre organizzatori di State of The Net, ovvero Beniamino Pagliaro, Paolo Valdemarin e Sergio Maistrello, di BarCamp alle spalle ne abbiano parecchi: il risultato è che la loro esperienza è stata trasferita nell’organizzazione di un evento che, fatte salve alcune imperfezioni tipiche della prima volta, mi sento di definire ben riuscito.

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