Archivio mensile:ottobre 2008

O’ Reilly: “La crisi economica eliminerà i ‘rami secchi’ del Web 2.0″

Di seguito, la mia intervista con Tim O’Reilly pubblicata ieri su Nova24 – IlSole24Ore (per il video in inglese clicca qui).

La crisi economica planetaria vista come un’opportunità di rinascita, di rinnovamento. Il propellente che imprime spinta ed accelerazione ad un processo di selezione naturale in ogni caso inevitabile, alla fine del quale tutti i ‘rami secchi’ della web economy saranno eliminati, secondo il ciclo ricorrente di ogni rivoluzione tecnologica.

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Video-intervista con Tim O’Reilly

Oggi su Nova24-IlSole24Ore, a pagina 7, è disponibile una mia intervista con Tim O’Reilly, fondatore e CEO dell’omonima casa editrice statunitense O’Reilly Media.

Oltre all’articolo, esiste un video dell’intervista (in inglese) realizzato con il prezioso contributo tecnico di IntrudersTV Italia e che trovate dopo il “Continua a leggere”.

Nove domande rivolte ad uno dei più autorevoli “internet guru” per capire come la crisi economica in atto stia impattando l’ecosistema del web 2.0; perché le aziende dovrebbero fare propria “l’intelligenza collettiva” insita nella nuova Rete; quale destino attende l’editoria tradizionale schiacciata dai nuovi media; quale sarà “the next big thing” e, ovviamente, per chiedere una definizione aggiornata al 2008 del termine “Web2.0” a colui che lo ha coniato ormai cinque anni fa.

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Ricerca: i blogger sono più credibili dei “compagni di social network”

Sempre più spesso si fa riferimento ai blogger, o meglio ad alcuni tra i blogger più seguiti qui in Italia come nel resto del mondo, usando il termine “influencers”. Una recente ricerca pubblicata da Jupiter Research sembra dimostrare che, almeno in alcuni casi, non si tratta solo di un vuoto termine mutuato al linguaggio del marketing.

Commissionato da BuzzLogic, lo studio sostiene infatti che i consumatori, quando si apprestano a fare acquisti e hanno la possibilità di scegliere tra i consigli degli “amici” che “frequentano” sui social network o i pareri dei blogger, in generale si rifanno più volentieri a quest’ultimi prima di investire il proprio denaro.

Dando un’occhiata ai numeri della ricerca, si capisce tuttavia che entrambe le “fonti d’informazione” non sono ancora così preponderanti: del campione di utenti oggetto della ricerca (il numero non è stato svelato), solo una porzione viene infatti classificata come “blog readers”, ovvero persone che leggono mediamente più di un blog al mese.

Di questa “minoranza”, solo il 15 per cento degli intervistati (che poi corrisponde al 5 per cento dell’intero campione) ha confermato di aver fatto affidamento su un blog per decidersi ad un acquisto nell’ultimo anno.

Se invece si analizzano i dati relativi a coloro che fanno ricorso alle cosiddette “social-network recommendations”, allora la percentuale scende al
10 per cento dei “blog readers”, ovvero il 4 per cento dell’intero campione in esame.

La “supremazia” dei blog intesi come opinion leader rispetto ai “compagni di social network” viene poi riconfermata e rafforzata quando si parla di advertising: il 25 per cento dei blog readers dice infatti di ritenere credibile quella veicolata dai blog, mentre solo il 19 per cento di loro crede a quella diffusa nei social networks.

In generale, l’impressione è che la percentuale dei “lettori di blog” presenti nel campione in esame sia ancora piuttosto bassa, e che quindi il loro “primato morale” sui “compagni di social network” sia tutto sommato una vittoria di Pirro.

Il marketing delle idee

Martedì scorso ho avuto il privilegio di fare un’interessante chiacchierata con Tim O’Reilly, fondatore e CEO dell’omonima O’Reilly Media. Quello, per intenderci, che ha coniato l’ormai arcinoto (e forse un tantino abusato) termine “web 2.0″.

Tra le molte cose di cui abbiamo parlato, e che presto saranno argomento di un lungo articolo-intervista, mi preme qui segnalare l’interessante tema del “marketing delle idee”. La questione è emersa quando ho chiesto al mio ospite come è diventato quel che è oggi: come spiega lui stesso, la svolta è databile con precisione all’inizio degli anni ’90.

«Nel 1992 assumemmo un nuovo responsabile pr per il lancio del libro “The Whole Internet User’s Guide & Catalog”. Al tempo, fu proprio lui a spiegarmi – racconta O’Reilly – il principio fondamentale per cui le persone non si interessano ai libri, ma alle idee e che quindi dovevamo lavorare per vendere quest’ultime». Così facendo, la vendita dei libri, ovvero del supporto cartaceo a quelle stesse idee, si sarebbe quasi trasformato in qualcosa di molto simile ad un benefico “effetto collaterale” dell’essere “opinion leader” del settore.

Ha funzionato? Due elementi a sostegno del sì: in primo luogo, il libro “The Whole Internet User’s Guide & Catalog” ebbe un enorme successo, fu il primo testo su Internet a diventare popolare e venne presto indicato dalla dalla New York Public Library come uno delle pubblicazioni più significative del 20esimo secolo. In secondo luogo che Tim O’Reilly è diventato negli anni uno dei più accreditati divulgatori della Rete nonché un editore di grande successo.

Ciò detto, mi sembra di poter affermare che il marketing delle idee abbia funzionato alla grande.

Web2.0 Expo 2008 di Berlino, l’intervento di Saul Klein

“E’ morto il Papa, evviva il Papa!”. Ieri ascoltavo la divertente presentazione di Saul Klein, Venture Capitalist CEO di Seedcamp, e mi è venuto inevitabilmente in mente il vecchio adagio secondo cui, per un ciclo che si chiude, se ne apre fortunatamente subito un altro.

Anche Klein, infatti, come già Martin Varsavsky o lo stesso Tim O’Reilly prima di lui, ha preso la parola per dire che sì, le cose vanno male ma tutto sommato ce la possiamo ancora cavare.

Il suo intervento si intitolava “Some thoughts on the european venture scene” e, pur dipingendo con gustosa ironia uno scenario di settore devastato dalla crisi economica, si è rivelato divertente ma un po’ ovvio. Vediamone tuttavia insieme i passaggi principali:

1) la situazione è grave, ma non è la prima volta che la tempesta si abbatte sui mercati. Basta dare un’occhiata ai dati per capire che la mazzata presa in occasione della “Bolla” nel 2001 era stata ben più pesante (Klein scrive: “We’ve fallen from greater heights”).Insomma, non disperate;

2) molte aziende oggi di grande successo, come ad esempio Apple o Microsoft, hanno iniziato la loro attività in un periodo di depressione economica. Ci sono ottime probabilità che accada ancora;

3) similarmente, molti dei marchi vincenti nel web attuale (Youtube, Mysql, Facebook e lo stesso Skype, che Klein ha contribuito a creare), sono emersi proprio dopo la famigerata “Bolla”, quanto tutto sembrava ormai perduto;

4) oggi internet è sei volte più grande che nel 2001 ed il modo in cui trascorriamo il nostro tempo navigando il web è cambiato in modo radicale grazie al successo dei social networks. La rete stessa è cambiata grazie alla crescita ed alla diffusione di tecnologie e piattaforme open source. La quantità e la qualità delle risorse gratuite oggi a disposizione dei giovani imprenditori erano impensabili solo otto anni fa. Un diverso “enviroment” in cui le opportunità di “rinascere” sono ben maggiori che in passato;

5) In Europa – aggiunge infine Klein con mio grande stupore – ci sono ancora molti soldi che aspettano di essere investiti.

Riassumendo, la crisi c’è, è grave, e di certo non è finita, ma in questo contesto c’è ancora grande spazio per le startup che abbiano un prodotto forte, innovativo ed originale. A patto che seguano le seguenti, semplici indicazioni:

– focus, don’t panic;
– bootstrap like crazy;
– make products people want;
– get paying customers;
– Cut costs. Get to break even;
– Raise enoug capital. Stay Strong.

Niente di innovativo, insomma, eppure in tempi come questi anche il semplice buonsenso diventa oro colato.

Web2.0 expo 2008, la parola a Martin Varsavsky

Qui alla web2.0 expo di Berlino il secondo giorno è trascorso tranquillo come il primo. Tranquillo perché, a conti fatti, non si può dire ci sia molto pubblico. Colpa della crisi, probabilmente, che oltre ad essere un tema assai ricorrente nei keynote visti in questi due giorni, deve infine avere inciso pesantemente sul numero di partecipanti.

La crisi, dicevo, della quale oggi è tornato a parlare Martin Varsavsky, imprenditore argentino fondatore e CEO di FON, che in una breve chiacchierata con Tim O’ Reilly si è simpaticamente preso gioco di coloro che oggi, nella Silicon Valley, gridano alla catastrofe come se essa fosse un fulmine a ciel sereno. “Chi sa guardare lontano ha visto la tempesta arrivare almeno un anno prima che, ad esempio, Sequoia Capital iniziasse a dare l’allarme”.

L’incapacità di prevedere l’andamento del mercato almeno nel medio termine, dunque, non è un difetto proprio solo del management italiano. Così come non lo è la pessima abitudine di investire precipitosamente e con leggerezza mucchi di denaro nel business del momento, salvo poi tirare precipitosamente i remi in barca quando le cose vanno male e l’investimento si rivela incauto.

Commenta infatti Varsavsky: “In certi periodi il mercato si rende disponibile ad investire ‘ridicole’ (perché eccessive ndr) quantità di denaro e periodi in cui invece ridicole sono le ragioni per le quali si rifiutano di farlo”.

Insomma, l’ottimismo dissennato di qualche anno fa viene ora travolto da una crisi che comunque è fisiologica e investe tutti i settori, non solo la web industry. Questo fa sì che gli investitori reagiscano eccedendo nel senso opposto e chiudendo i cordoni della borsa. “Se dovessimo lanciare oggi FON – aggiunge infatti Varsavsky –, oggi non troveremmo mai i soldi per farlo. E i risultati di FON ci dicono chiaramente che sarebbe un’occasione persa”.

Il talk si è concluso con una nota interessante sull’uso che gli utenti fanno dei router Fon. Esistono infatti sostanzialmente due modalità principali per fruire FON, dove una consente di condividere semplicemente la connessione con gli altri per “fare del mondo un posto migliore” e l’altra invece permette di guadagnare denaro condividendo con altri l’accesso in rete.

Secondo quando rivelato da Varsavsky, il popolo più “altruista” (più disposto a condividere gratuitamente la connessione) è quello dei giapponesi. Poi ci sono i tedeschi che, ad esempio, condividono per risparmiare sui costi di accesso e, (ovviamente) gli americani, che invece sono più portati ad usare FON per fare business e guadagnare.

Perché adottare i social software nelle aziende

“Ci sono aziende che hanno capito quali vantaggi si possono trarre dall’adozione dei social software e ne traggono vantaggio. Allo stesso modo ci sono aziende che invece non riescono a capirlo e si faranno assai male”.

- Tim O’Reilly

(In diretta dalla tavola rotonda con blogger in corso alla web2.o expo ’08 di Berlino)