Archivio mensile:febbraio 2009

Media sociali e media tradizionali, due facce della stessa medaglia

“Oggi è diventato impossibile, e anacronistico, tracciare una linea netta di demarcazione tra media sociali e media tradizionali. Ormai sono tutt’uno.”

E’ questo, in sintesi uno dei passaggi chiave del rapporto “Five Digital Trends to Watch”, realizzato da Edelman Digital e anticipato in un post dal Senior VP Steve Rubel.

Molti gli spunti interessanti:

- La aziende (almeno negli States n.d.r.) hanno finalmente iniziato a comprendere l’importanza dei social media e a considerare, per esempio, i blogger un parte importante dell’ecosistema mediatico. I più illuminati li vedono addirittura come “cassa di risonanza” con l’aiuto del quale definire, e persino ri-definire, le strategie di comunicazioni.

- Oggi “all media is social and all social is media”. Molti PR tendono a trattare “ordinary citizens, traditional journalism and branded content” come isole separate l’una dall’altra e dimenticando che si tratta sempre di un unico “arcipelago”.

- Secondo Biving Group, nel 2008 il 58% dei giornali americani (sempre negli USA) ha veicolato attraverso i propri siti un qualche tipo di contenuto generato dagli utenti (nel 2007 la percentuale era del 24%).

Il mix include:

- user-generated photos: 58%
– user-generated video: 18%
– user-generated articles: 15%

Ancora, il 75 dei giornali (ovvero più del doppio rispetto al 2007) consente agli utenti di commentare propri articoli

- Facebook, Friendfeed e Twitter sono oggi a tutti gli effetti fonti essenziali di news ed informazioni per milioni di persone.

Appello Assoprovider al Comitato Tecnico Contro la Pirateria: “Dateci più tempo”

Sessanta giorni a partire da oggi per trovare una soluzione equa e condivisa al problema della pirateria digitale e multimediale sono troppo pochi.

Parola di Assoprovider che, insieme a numerosi rappresentanti del mondo della cultura digitale italiana, ha inviato una lettera aperta al coordinatore del Comitato Tecnico Mauro Masi in cui si chiede più tempo e maggiore collaborazione con tutte le parti in causa.

Dal comunicato stampa:

Mentre nel resto del mondo le major iniziano a fare marcia indietro sulla lotta indiscriminata al fenomeno della pirateria digitale e multimediale comprendendo la scarsa utilità di una simile strategia e cercando di rispondere in modo innovativo al bisogno di cultura che alimenta tale fenomeno, in Italia c’è il concreto rischio di violare i diritti fondamentali dei cittadini e di arrecare seri danni ad altre categorie pur di tutelare gli interessi di un ristretto gruppo e per giunta senza aver ascoltato il mondo della cultura digitale che tanto avrebbe da suggerire e chiudendo i lavori in fretta e furia in soli 60 giorni.

E’ straordinario constatare come per risolvere i problemi di alcuni ci si muova a tutta velocità mentre per tutelare le PMI delle TLC e liberarle da vessazioni borboniche quali i contributi amministrativi che impediscono la diffusione di infrastrutture e di servizi di telecomunicazioni a banda larga per gli ISP, quali il DM314 e il “patentino installatori” anacronistico e inapplicabile ai nostri giorni senza bloccare l’informatizzazione del paese, quali la necessità di avere 1 milione di euro di capitale sociale per poter essere gestore di Posta Elettronica Certificata, non si faccia nulla da anni nonostante le misure proposte possano incrementare le entrate dello Stato e vadano a correggere norme che sembrano avere la sola utilità di mantenere inalterate le posizioni di oligopolio conquistate. Misteri del liberismo italiano due pesi due misure.

Il testo integrale della lettera aperta è disponibile on line.

Mayer: su Youtube il rispetto dei copyright è problema di tutti

Oggi su Affari&Finanza di Repubblica Ernesto Assante torna a parlare dell’infinita “battaglia dei diritti d’autore” in corso tra Youtube (ovvero Google) e una serie di “titolari di copyright”, dove quest’ultimi sembrano più che mai decisi a far cancellare i propri contenuti dal noto sito di video-sharing. Dopo Viacom e l’italiana Mediaset, ora è la Warner che attacca frontalmente il servizio creato da Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim e chiede cancellazioni a tappeto.

Recentemente ho avuto il piacere di incontrare Marissa Mayer, vicepresidente Search Products & User Experience di Google, e di parlare con lei dei motori di ricerca del futuro. Alla fine dell’incontro, non ho potuto fare a meno di chiederle un commento sull’azione legale che Mediaset ha intentato l’estate scorsa nei confronti di Youtube e della quale, peraltro, ancora non si conosce l’esito.

La risposta è stata diplomatica ma ferma: senza mai nominare l’azienda di proprietà di Silvio Berlusconi, la Mayer si è limitata a ricordare come funziona Youtube e a sottolineare cosa significhi realmente “gestirlo”: «Noi non possiamo controllare a priori tutti i contenuti che vengono caricati sul sito – ha spiegato – perché filtrare di 57mila nuovi video a settimana è semplicemente impossibile. Però chiediamo a tutti i nostri utenti di aiutarci e di segnalare ogni abuso dando loro contemporaneamente gli strumenti necessari per farlo».

Traducendo, nella visione di Google, Youtube (e, più in generale, tutti i servizi del web2.0) è “patrimonio comune”, ovvero un servizio che ha bisogno della collaborazione di tutti non solo per esistere e funzionare quando questi “caricano” contenuti, ma anche per essere disciplinato e impedire gli abusi.

E per “tutti” la Mayer intende anche (se non per primi) gli stessi detentori dei copyright che oggi chiedono “giustizia”: «Per loro abbiamo realizzato il programma “Video ID” – taglia corto – grazie al quale in qualsiasi momento possono bloccare, promuovere o persino monetizzare i video caricati su Youtube». Sta a loro decidere.

Insomma, se si vuole vedere rispettati i propri diritti (d’autore), basta chiederlo. Prima di farlo, i diretti interessati farebbero tuttavia meglio a domandarsi se, nell’era del web 2.0, sia davvero giusto restare asserragliati nelle caverne a difendere un principio che, così com’è, ormai puzza di muffa e recessione.