Archivio mensile:dicembre 2009

Dalla privacy alla “publicy”

Stowe Boyd si interroga sul significato di concetti come sfera pubblica e sfera privata nell’epoca di Internet, quando cioè le persone sono continuamente spinte a condividere con il mondo ogni genere di informazioni personali.

In un post che merita di essere letto, egli arriva a definire il rovesciamento di paradigma determinato dall’avvento della Rete e, soprattutto, dei social network: fino a ieri, tutto ciò che riguardava le nostre vite era privato e, di volta in volta, eravamo chiamati a scegliere cosa rendere pubblico e cosa condividere con gli altri.

Oggi invece online accade esattamente il contrario: tutto ciò che ci riguarda è pubblico di default, e noi dobbiamo intervenire per decidere cosa vogliamo che resti parte nostra sfera privata.

Una condizione talmente nuova da richiedere il conio di un nuovo termine per definirla: “publicy”.

There is a countervailing trend away from privacy and secrecy and toward openness and transparency, both in the corporate and government sectors. And on the web, we have had several major steps forward in social tools that suggest at least the outlines of a complement, or opposite, to privacy and secrecy: publicy.

The idea of publicy is no more than this: rather than concealing things, and limiting access to those explicitly invited, tools based on publicy default to things being open and with open access.

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Twitter, i social network e il trionfo dell’umanità

Dalle pagine del Times Online, Biz Stone, co-fondatore di Twitter, riflette sul ruolo di megafono della protesta svolto dalla piattaforma di micro-blogging durante le elezioni in Iran e, più in generale, su cosa sia veramente Twitter e perché sia così importante per le persone che lo usano:

My co-founder Evan Williams and I have spent the past 10 years developing large systems that allow people to express themselves and communicate openly. We are united in our belief that software has the ability to augment humanity in productive and meaningful ways. [...] For us, it has been a year during which we realised that no matter how sophisticated the algorithms get, no matter how many machines we add to the network, our work is not about the triumph of technology, it is about the triumph of humanity.

Many people have assumed that Twitter is just another social network, some kind of micro-blogging service, or both. It can be these things but primarily Twitter serves as a real-time information network powered by people around the world discovering what’s happening and sharing the news. The Iranian election was the most discussed issue on Twitter in the final year of a decade defined by advancements in information access.

Risorse:

- Times Online: “Why we can never rest: a year in the life of Twitter

Un anno di social media in pillole

“2009 in Social Media” è un video godibile che riepiloga a suon di vignette molti degli avvenimenti che hanno animato i media sociali nell’anno che sta per chiudersi.

La sequenza, realizzata da Rob Cottingham di Social Signal, si apre con l’elezione del primo presidente degli Stati Uniti “social media savy” e procede raccontando con pungente ironia fatti come la violazione di molti VIP account su Twitter, il sorpasso di Facebook ai danni di MySpace, la comparsa di Google Latitude e Google Wave, o ancora la chiusura di Geocities, lo scandalo Domino’s Pizza e l’uso di Twitter come megafono della protesta in Iran.

Uno sguardo critico e divertito sul 2009 che, pur senza voler essere esaustivo (non si parla ad esempio dell’enorme eco avuta dalla morte di Michael Jackson), si propone come un promemoria da consultare riflettendo e sorridendo mentre ci prepara ad affrontare un 2010 ormai alle porte.

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GB, divorzi made in Facebook

Da qualche anno a questa parte, ogni giorno migliaia di persone si iscrivono a siti di social networking – Facebook in testa – spinte dal desiderio di creare nuove relazioni o di coltivare quelle preesistenti. Come abbiamo già visto, questo semplice gesto può rivelarsi non privo di insidie per alcune categorie professionali come i medici o i giudici, i quali rischiano di trovarsi troppo “vicini” rispettivamente ai loro pazienti o agli avvocati e, quindi, di compromettere la loro credibilità.

Ora invece scopriamo che chi frequenta i social network spesso non mette a rischio solo la propria carriera, ma anche il matrimonio o la relazione amorosa. Uno studio legale Britannico specializzato in divorzi ha infatti rivelato che, allo stato attuale, il 20 per cento delle cause di separazione intentate dai suoi clienti affondano le radici in qualche “incidente” o affair nato entro i confini di Facebook.

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La Rete, la disintermediazione e l’emersione del talento

La nuova Rete non è solo social networking. Il web come lo conosciamo oggi trabocca di tecnologie abilitanti che consentono all’uomo della strada di produrre e immettere in Internet contenuti di ogni tipo. A essere sinceri, una fetta consistente di questi contenuti generati dagli utenti merita l’oblio nel quale ricade abbastanza rapidamente. Poi, per fortuna, c’è anche il vero talento: quello che fino a ieri sarebbe sfuggito ai tradizionali sistemi top-down di selezione del valore e che oggi, al contrario, può conquistare con le sue sole forze un meritato posto sotto i riflettori.

La storia del web offre molti esempi a sostegno di questa tesi, l’ultimo dei quali è recentissimo e può essere rapidamente riassunto così:

Il giovane regista uruguayano Pedro Alvarez ha a disposizione un computer e del software sufficientemente potenti da generare effetti video che solo cinque anni fa sarebbero costati milioni di dollari. Ha in mente un’idea per creare un prodotto di valore e lo realizza spendendo una cifra irrisoria (300 dollari), quindi lo carica gratuitamente su Youtube dove tutti possono vederlo, giudicarlo e, se lo ritengono opportuno, segnalarlo ad amici e conoscenti.

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John Smith (BBC): far pagare per le news online è una buona idea

Alla fine di novembre la BBC era una voce fuori dal coro. Mentre, infatti, molti editori esprimevano apprezzamento per Rupert Murdoch e il suo progetto di far pagare i contenuti online della Newscorp, l’emittente britannica faceva sapere per bocca di Sir Michael Lyons, BBC Trust chairman, di “non avere alcuna intenzione” di mettere le proprie notizie online a pagamento.

Ora però le cose devono essere in qualche modo cambiate se è vero che, come riferisce The Australian Business, il Worldwide chief executive di BBC, Mr John Smith, ha ufficialmente espresso il suo sostegno al progetto di Murdoch definendo la sua iniziativa “a good idea”. Un parere di peso, specie se si considera che la vasta offerta di contenuti online distribuita gratuitamente dalla BBC rappresenta un forte deterrente per gli editori intenzionati a proteggere i propri contenuti dietro un “paywall”.

“Colonising every bit of internet and charging people for it, sounds like the right strategy, but it will be tough,”, ha detto senza mezzi termini Smith, smentendo e anzi di fatto contraddicendo quanto affermato poco tempo fa anche da un altro importante personaggio della sua azienda, il direttore generale Mark Thompson, secondo cui far pagare per le news online era l’ultimo disperato tentativo di sopravvivere messo in campo da un impero dei media ormai in caduta libera.

Due posizioni agli antipodi espresse all’interno della stessa azienda, che in qualche modo danno la misura di quanto profondamente e dolorosamente la proposta di Murdoch stia scuotendo l’industria editoriale interazionale.

Facebook rende pubblica l’analisi demografica dell’utenza statunitense

Facebook ha da poco reso noti i dati del primo studio su “race and ethnicity” dei suoi utenti statunitensi, evidenziando che la popolazione di alcuni gruppi etnici sta crescendo oggi molto più rapidamente che non negli anni passati.

La ricerca, coordinata da Cameron Marlow, ha infatti rivelato che dei circa cento milioni di utenti USA iscritti al social network, l’11 per cento è composto da afro-americani, il 9 per cento da latino-americani e il 6 per cento da asiatici. Un netto incremento rispetto a quattro anni fa quando, ad esempio, i primi costituivano solo il 7 per cento della popolazione di Facebook e i secondi solo il 3.

La cosa interessante da sottolineare è che Facebook non chiede ai suoi utenti di specificare a quale razza o etnia appartengano, ma i suoi ricercatori sono stati ugualmente in grado di ricavare queste informazioni incrociando i (molti e dettagliati) dati in loro possesso con quelli relativi a 150mila cognomi americani archiviati nello Us Census Bureau database.

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