Archivio mensile:gennaio 2010

KublaiCamp 2010

Domani è il giorno del KublaiCamp 2010:

Il KublaiCamp è un evento in stile barcamp sui temi della creatività e dello sviluppo.

È un’iniziativa di Kublai, un ambiente di progettazione e una community promossa dal Dipartimento per le politiche di sviluppo (Ministero dello Sviluppo Economico) che ha deciso di scommettere sui creativi italiani come forza positiva per lo sviluppo. Kublai ha aggregato ad oggi oltre 1500 creativi interessati a sviluppare idee e progetti creativi con ricadute in termini di sviluppo per il loro territorio e per il paese; questa iniziativa si è strutturata in una community, che trovate online qui.

KublaiCamp non è naturalmente rivolto soltanto alla community di Kublai, ma a chiunque sia interessato a discutere di questi temi e progetti, nella traiettoria di sviluppo italiana. Anzi, ci proponiamo di mescolare e condividere i saperi e i punti di vista quanto più possibile. Accademici, artisti, studenti, uomini di impresa, esperti di innovazione, uomini delle istituzioni, amministratori, di tutti i sessi e di tutte le età sono quindi i benvenuti.Sarà una giornata con diversi momenti di incontro e discussione, un’occasione per presentare e parlare di tutti i progetti presenti in Kublai e non solo. Inoltre, ci sarà un momento finale molto importante: l’assegnazione del Kublai Award al miglior progetto creativo per lo sviluppo.

Tutte le informazioni utili le trovate qui.

Per quanto mi riguarda, figli permettendo dovrei essere al KublaiNight di stasera (almeno fino a mezzanotte, ora della poppata) e poi domani al barcamp vero e proprio a partire dall’ora di pranzo.

Nel caso, ci si vede lì

Report: un mondo di connessioni

Il quotidiano britannico The Economist pubblica “A world of connections”, uno report di sedici pagine che mette sotto la lente d’ingrandimento il modo in cui i social network online stanno cambiando il nostro modo di comunicare, lavorare e giocare per poi concludere che, fortunatamente, tali cambiamenti sono quasi sempre per il meglio

Come gli autori stessi spiegano nell’introduzione:

This special report will examine these issues in detail. It will argue that social networks are more robust than their critics think, though not every site will prosper, and that social-networking technologies are creating considerable benefits for the businesses that embrace them, whatever their size. Lastly, it will contend that this is just the beginning of an exciting new era of global interconnectedness that will spread ideas and innovations around the world faster than ever before.

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Lessig, Google Books e il futuro della cultura

Lawrence Lessig dice la sua sull’accordo tra Google e l’associazione degli editori americani, grazie a cui milioni di libri oggi fuori stampa verranno scannerizzati e resi disponibili online attravreso Google Books.

In un lungo saggio, pubblicato su The New Republic e intitolato “For the Love of Culture – Google, copyright, and our future”, il principale sostenitore della riduzione delle restrizioni legali sul diritto d’autore evidenzia i limiti dell’accordo (165 pagine liberamente consultabili), sottolineando in particolare i pericoli per la libera circolazione della conoscenza derivanti dalle attuali leggi sul diritto d’autore.

The deal constructs a world in which control can be exercised at the level of a page, and maybe even a quote. It is a world in which every bit, every published word, could be licensed. It is the opposite of the old slogan about nuclear power: every bit gets metered, because metering is so cheap. We begin to sell access to knowledge the way we sell access to a movie theater, or a candy store, or a baseball stadium. We create not digital libraries, but digital bookstores: a Barnes & Noble without the Starbucks.

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Quando l’avatar ottiene il mutuo

Se avete bisogno di chiedere un prestito o un mutuo, fareste meglio a pesare con attenzione le informazioni che intendete pubblicare sui social network ai quali siete iscritti, così come a scegliere con cura i vostri “amici”.

Secondo quanto rivela un report pubblicato da Erica Sandberg su CreditCards.com, sarebbero infatti già diversi gli istituti di credito che monitorano l’attività sui network sociali dei propri potenziali clienti per capire se possono fidarsi o meno di loro.

Scrive la Sandberg:

The idea here is that banks, credit card companies, mortgage issuers, and other lenders may have stumbled onto what they think is a solid new source of information that can help them determine who makes a good loan risk.

This is highly speculative stuff, of course, but the basic philosophy seems to be that financially sound people tend to cluster around those like them. So if your friends are solid, you must be a good bet.

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Francia, cinque giornalisti racconteranno il mondo visto solo attraverso Facebook e Twitter

Segregati in una fattoria francese come fossero protagonisti del Grande Fratello, per cinque giorni cinque giornalisti non avranno altro contatto con il mondo se non Twitter e Facebook.

Le due piattaforme, che insieme contano circa 400 milioni di utenti, saranno per loro le uniche fonti alle quali attingere per scovare le notizie, selezionarle, verificarle e scrivere il pezzo quotidiano. Sono banditi giornali, televisione, radio e anche cellulari, né sarà loro possibile navigare il web fuori da Facebook e Twitter. Come se non bastasse, ogni giorno i cinque professionisti dell’informazione provenienti da Belgio, Canada, Francia e Svizzera dovranno inviare un servizio ciascuno alle radio per cui lavorano.

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I social network e l’esercito dei conversatori

“Un terzo degli utenti Internet americani posta almeno una volta a settimana il proprio status update su siti di social networking come Twitter e Facebook”.

L’ultimo rapporto realizzato da Forrester Research, intitolato The New Social Technographics, torna a fotografare le abitudini dei “navigatori” statunitensi a circa due anni di distanza dalla sua prima edizione, curata dagli autori del bel libro “L’onda anomala” Josh Bernoff e Charlene Li.

Nella sua prima versione, il rapporto proponeva un’innovativa catalogazione delle varie tipologie di utenti Internet usando la metafora della scala (the ladder of behaviors) e raggruppandoli (dal gradino più basso che a quello più alto) in Inattivi, Spettatori, Socievoli, Collezionisti, Critici e Creatori. Ogni gradino della scala definiva il livello di interazione e partecipazione in rete di una precisa tipologia d’utenti, e oggi quella scala guadagna un nuovo “step”: i Conversatori.

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Microsoft risponde al governo tedesco: “Explorer è sicuro”

UPDATE2: Feliciano Intini risponde a Claudio Cicali (ha avuto qualche problema con i commenti del mio blog quindi mi ha scritto. Di seguito le sue parole).

Ciao Alessio e Claudio, il vostro dubbio comune mi fa capire di non essere stato sufficientemente chiaro, e di questo mi scuso: il punto è che, mentre la vulnerabilità è presente su tutte le versioni da IE 6 in poi (io ho usato la frase “relativa a tutte le versioni di Internet Explorer attualmente supportate tranne la versione nativa installata su Windows 2000 (IE 5.01)”), l’exploit noto è effettivamente funzionante nella modalità di remote code execution (che è quella che permette di infettare i PC con malware) solo su IE 6.

UPDATE: nei commenti qui e su FriendFeed Claudio Cicali fa notare che nella stessa Advisory di Microsoft la vulnerabilità di Internet Explorer viene estesa anche alle versioni 7 e 8.

Our investigation so far has shown that Internet Explorer 5.01 Service Pack 4 on Microsoft Windows 2000 Service Pack 4 is not affected, and that Internet Explorer 6 Service Pack 1 on Microsoft Windows 2000 Service Pack 4, and Internet Explorer 6, Internet Explorer 7 and Internet Explorer 8 on supported editions of Windows XP, Windows Server 2003, Windows Vista, Windows Server 2008, Windows 7, and Windows Server 2008 R2 are vulnerable.

Due giorni fa la BBC riferiva che il Governo di Berlino ha invitato i cittadini tedeschi a non usare Internet Explorer perché non sicuro. Nel pezzo si legge:

The warning from the Federal Office for Information Security comes after Microsoft admitted IE was the weak link in recent attacks on Google’s systems.

E ancora:

Graham Cluley of anti-virus firm Sophos, told BBC News that not only did the warning apply to 6, 7 and 8 of the browser, but the instructions on how to exploit the flaw had been posted on the internet.

Considerata la portata e le implicazioni della notizia, valeva la pena andare direttamente alla fonte e porre una semplice domanda: E’ vero o no che le tre versioni di Internet Explorer chiamate in casua da berlino sono a rischio exploit?

Carlo Rossanigo, Direttore Comunicazione di Microsoft Italia, ha risposto così:

“Microsoft ha studiato il problema e trovato una vulnerabilità relativa alla sola versione 6 di Internet Explorer associata a Windows XP. Le versioni successive del browser, specialmente la 8, sono più che sicure.”

Fin qui la nuda cronaca. Dato il mio interesse professionale per le strategie di comunicazione corporate attraverso il web 2.0, ho voluto verificare anche se Microsoft Italia stesse facendo qualcosa per comunicare la propria posizione attraverso il suo corporate blog Mclips.

Con un certo sollievo, invece di un inutile comunicato stampa su Mclips ho trovato un video fresco di pubblicazione in cui si è scelto correttamente di dare voce alle due persone di Microsoft più competenti sull’argomento – Feliciano intini e Luca Colombo – consentendo loro di spiegare rapidamente in cosa consiste il problema e come rimediare (ovvero aggiornando il proprio sistema a Explorer 8).

Una buona idea, che sono sicuro avrebbe funzionato anche meglio se i due ospiti, invece di rispondere a delle domande dirette, avessero parlato a braccio e con maggiore spontaneità, magari rivolgendosi direttamente al pubblico quasi fossero i conduttori di un show televisivo.

Sarà per la prossima volta.

Il New York Times farà pagare i contenuti online

Settembre 2007: con una mossa che coglie tutti di sopresa, il New York Times apre gratuitamente al pubblico i suoi archivi storici online. Un enorme tesoro di informazioni esce dal recinto dei contenuti a pagamento, dove fruttava al giornale circa 10 milioni di dollari all’anno. Denaro che il management della testata conta di recuperare grazie all’advertising online.

Gennaio 2010: voci insistenti e autorevoli danno il NYT sul punto di mettere a pagamento tutti i suoi contenuti online. Il modello è quello del Wall Street Journal, dove la testata consente all’utente di navigare gratis alcuni articoli per poi bloccarlo e proporgli di abbonarsi.

Nella distanza siderale che separa queste notizie, la misura dell’impatto devastante che la crisi economica planetaria sommata al radicale mutamento nelle abitudini dei lettori (sempre più connessi in rete) hanno avuto (e stanno avendo) sull’intero sistema della stampa tradizionale.

Stampa che non vede quasi passare giorno senza che qualcuno ne annunci la fine predestinata: ultimo in ordine di tempo è stato Alan Mutter, secondo il quale “nel 2025 la popolazione dei lettori di quotidiani in Usa sarà inferiore di un terzo e fra 30 anni si ridurrà del 50%”.

Risorse:

- Alan Mutter: How long can print newspapers last? (Parte 1; Parte 2)

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