Google Buzz e la privacy degli utenti

Google Buzz è tra noi. La risposta di Mountain View a servizi di successo come Twitter, Friendfeed e Facebook si è materializzata magicamente direttamente nella e-mail, anzi nella Gmail di centinaia di milioni di utenti nel mondo.

In molti hanno apprezzato o, quantomeno, appreso con curiosità la notizia e ora sono lì che esplorano il nuovo servizio, mentre si domandano se e come possa tornare loro utile. C’è invece chi, come ad esempio Dave Winer, ne ha vissuto il lancio come un’invasione armata della propria privacy e si è letteralmente infuriato. O come Nicholas Carlson, editor di Paidcontent.org, che mette in evidenza i rischi per la privacy derivanti dall’uso del nuovo servizio, che crea automaticamente liste di persone da seguire scegliendo tra gli indirizzi mail più usati e poi le rende pubbliche, rivelando di fatto al mondo con chi l’utente si scrive più spesso. Con tutte le implicazioni del caso.

Certo, gli ingegneri di Google hanno predisposto tutti gli strumenti necessari per tutelare la propria privacy, consentendo a chiunque di accedere alle impostazioni e fare le proprie scelte.

Resta però il fatto – a mio avviso assai rilevante – che con il lancio di Google Buzz il management di Mountain View conferma di condividere appieno il “Zuckerberg pensiero” in base al quale la privacy è un concetto sostanzialmente superato: secondo il giovane fondatore di Facebook, infatti, il costume è cambiato e oggi le persone che si connettono online per interagire tra loro preferiscono condividere piuttosto che nascondere. Di conseguenza, chi costruisce piattaforme di social networking è autorizzato – se non addirittura costretto – a sviluppare sistemi in cui i contenuti siano pubblici di default.

Sarà pur vero, ma i più smaliziati sanno anche che, per fare finalmente cassa, i social network hanno bisogno di rendere pubblici e indicizzabili dai motori di ricerca i dati forniti e scambiati dai loro utenti, mentre i motori di ricerca (come appunto Google) a loro volta premono per avere accesso a un’enorme mole di informazioni dalla quale attualmente sono tagliati fuori.

Un processo in cui la tutela della privacy risulta essere il principale ostacolo da superare, per esempio abituando gli utenti a pensare che essa sia un’eccezione e non la norma.

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