Archivio mensile:novembre 2010

Occupare la storia per salvare il futuro

Sergio Maistrello, straordinario come sempre, sulle proteste studentesche di questi giorni:

Ma io mi ostino a pensare che questa protesta, geniale e coinvolgente, degli studenti che si prendono i luoghi simbolo d’Italia non sia tanto contro questa riforma e contro questo governo. Quelli sono il pretesto, la notizia buona per i titoli del tg. La scintilla che innesca. Mi piace invece pensare che stiano protestando per lo sfascio, per l’arroganza, per il cinismo, per la miopia che gli ultimi venti o trent’anni di storia italiana, con governi di ogni colore, hanno riservato loro. Per lo stato in cui è ridotto l’intero sistema della formazione nazionale, per la precarietà degli edifici, per la prostrazione degli insegnanti, per la tristezza delle ultime riserve di potere, per il tedio dell’ennesima riforma che sai già destinata a impoverire ancora. Per lo spettacolo disonorevole di questi anni. Mi piace pensare che questi esuberanti giovanotti abbiano trovato il coraggio, la motivazione e l’intuizione per fare quello che noi ex-studenti sfuggiti per un soffio al collasso, noi genitori che portiamo a scuola la carta igenica per i nostri figli, noi adulti tramortiti al pensiero dell’eroismo quotidiano che ci sarebbe richiesto, non siamo stati capaci di fare: ritrovare dignità, alzare la voce, riprenderci – almeno simbolicamente – ciò che ci spetta. Per questo trovo quei monumenti occupati un’immagine potente come non se ne vedevano da anni. Per questo auguro a tutti noi che non si stanchino o non siano distratti troppo presto. E per questo, come altri in queste ore, penso che su quei monumenti dovremmo esserci anche noi.

Via Gilioli e Mantellini

Due chiacchiere con Maxwell Salzberg e Ilya Zhitomirskiy, co-fondatori di Diaspora

- Attenzione: update alla fine –

diasporaA fine settembre ero a New York per partecipare alla O’Reilly Web2.0 Expo. Nei giorni del convegno, ho conosciuto e intervistato per Nova24 – IlSole24Ore Maxwell Salzberg e Ilya Zhitomirskiy, due dei quattro giovanissimi programmatori dietro quel progetto Diaspora, tornato oggi agli onori delle cronache con l’atteso lancio della private Alpha. E’ il primo, timido passo nel mondo reale di quello alcuni osservatori hanno soprannominato il potenziale anti-Facebook: un social network che gli utenti potranno autogestire controllando in prima persona ogni singolo aspetto della loro privacy, decidendo cosa condividere e mantenendo pieno possesso dei propri dati personali.

In attesa di vedere come andrà a finire, ecco cosa mi hanno raccontato Maxwell e Ilya durante la nostra breve chiacchierata:

Il popolo di Internet alla ricerca di privacy
Da qualche mese a questa parte, quattro ragazzi americani con poco più di vent’anni lavorano almeno 12 ore al giorno con un obiettivo che dire ambizioso è dire poco: restituire agli utenti Internet il controllo di ciò che condividono online e, soprattutto, della loro privacy.

Per riuscirvi Daniel Grippi, Maxwell Salzberg, Raphael Sofaer e Ilya Zhitomirskiy – tre studenti di informatica e un matematico – hanno pensato di creare e distribuire gratuitamente un software completamente open source che, significativamente, hanno chiamato Diaspora. Quando sarà pronto, ogni utente potrà scaricarlo, installarlo sul proprio computer, quindi gestirne le funzionalità in piena autonomia per creare degli hub indipendenti, singole “piazze virtuali” dove riunire amici, parenti, colleghi di università o di lavoro.

«Vogliamo creare negli utenti maggior consapevolezza rispetto alla privacy, ma anche dare loro più controllo sui propri dati personali», conferma Salzberg, incontrato insieme con il collega Zhitomirskiy alla web2.0 Expo di New York. E, nel farlo, i quattro programmatori lanciano una sfida aperta ai grandi social network come Facebook o Twitter, il cui funzionamento si basa sul controllo centralizzato dell’hardware, del software e soprattutto dei dati relativi agli utenti. Controllo spesso esercitato con eccessiva non chalance fino a scatenare – come più volte successo con Facebook – vere e proprie sollevazioni popolari.

«Credo che in questo momento le persone siano molto preoccupate da ciò che accade ai loro dati – spiega ancora Salzberg – che si sentano in qualche modo tradite dai vari servizi online e, inoltre, che si fossero quasi rassegnate a perdere il controllo della loro privacy. Probabilmente è per questo che la nostra iniziativa desta tanto interesse: perché in molti speravano che qualcuno facesse qualcosa e desse loro un’alternativa». Un’alternativa come promettevi essere Diaspora, appunto, che a fine ottobre dovrebbe già vedere la luce in una prima, embrionale versione “alfa” già completa di tutte le principali funzioni previste dai suoi creatori.

Intanto lo sviluppo del software procede a ritmi serrati, reso possibile anche dallo straordinario sostegno economico venuto dalla stessa comunità online: a fine maggio 2010 il team di Diaspora aveva infatti avviato una raccolta fondi tramite Kickstarter, sito di crowdfunding che consente di presentare un progetto e chiedere sostegno economico al vasto popolo della rete per realizzarlo.

Il risultato è stato un successo senza precedenti: «A donare sono stati in 6479, per un totale di 200.641 dollari. La raccolta di fondi è durata 32 giorni e si è chiusa il primo giugno, segnando un record che per ora resta imbattuto ». E pensare che i quattro ragazzi avevano chiesto solo diecimila dollari.

Impossibile non chiedere a Salzberg e Zhitomirskiy come ne gestiscono il peso di tante aspettative da soddisfare. Risponde Ilya: «C’è chi pensa che non ce la faremo mai e chi crede in noi. La verità è che, di volta in volta, noi abbiamo soddisfatto e continuiamo a soddisfare le attese. Non c’è alcuna magia – prosegue Ilya – semplicemente, lavoriamo duramente 12 ore al giorno. Qualcosa funziona al primo colpo, qualcosa invece richiede ulteriore sviluppo: ciò che ci che dà forza è sentire l’entusiasmo della gente per quello che stiamo facendo. Entusiasmo che in molti modi sta plasmando il progetto stesso, iniziato come un “sogno da nerd” e diventato qualcosa che appartiene a tutti. Insomma – conclude Zhitomirskiy – è rispettando le nostre promesse che gestiamo la responsabilità che ci è stata data».

Chiaro, diretto, lucido. Direste che ha solo vent’anni?

Update : essendo uno tra le migliaia di donatori che hanno finanziato il progetto tramite Kickstarter, ho ricevuto una comunicazione ufficiale riguardo al rilascio della alpha di Diaspora. Eccone una parte:

Alpha Invites Coming
By Daniel G. Maxwell S. Raphael S. Ilya Z.
Hello backers,

Yesterday we started sending out invites for our Alpha server at https://joindiaspora.com. We are slowly inviting people, starting with the 6500ish of all of you. We are taking baby steps in this process, fixing problems as they crop up. This is going to help us solve problems we could have never anticipated. It may take awhile for them to get to all of you. Rest assured, they are coming.[…]

These are exciting times for all of us!

Thanks for supporting Diaspora,

Maxwell

La comunicazione politica online in USA: approcci opposti a confronto

sam_graham_felsenSam Graham-Felsen, new media strategist già chief blogger nello staff del presidente Barack Obama, spiega la differenza tra l’approccio alla comunicazione online dei Democratici e quello dei Repubblicani durante la campagna elettorale.

“Il nostro obiettivo era ed è quello di mettere le persone in condizione di fare cose, di dare loro strumenti per partecipare al cambiamento, to empower them. Sul versante opposto al nostro, l’obiettivo dei candidati era invece usare la rete per acquisire maggior potere e visibilità per se stessi, per accrescere la loro influenza”.

Come dire, futuro e passato e passato che si confrontano, ma forse anche rappresentanti di gruppi sociali molto diversi tra loro che danno ai loro supporters solo quello che essi vogliono realmente avere. Partecipazione da un lato, leadership forte e indipendente dall’altro.

Maggiori informazioni sull’evento qui

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Di Tre, della mini-usim per iPad e di un servizio clienti che non c’è

Attenzione: update alla fine.

Allora, per una volta voglio dismettere i panni di chi queste cose le analizza al microscopio e indossare quelli del cliente furibondo. Il tutto per raccontare una simpatica storia che riguarda Tre, la sua mini-sim dedicata all’Ipad e il servizio clienti (se vogliamo chiamarlo così) che ci ruota intorno.

Partiamo dall’inizio: il 14 ottobre ricarico 20 euro sulla mia sim per iPad. Ieri (16 novembre) improvvisamente il tablet smette di navigare sotto copertura 3G senza motivo apparente (sotto wi-fi funziona). Il comportamento è lo stesso di quando si esaurisce il credito che però dovrebbe bastare ancora per tre mesi (e prima che qualcuno me lo chieda sì, il roaming dati è sempre disattivato).

Quale che sia la ragione di questo scocciante disservizio, vado in un negozio Tre di Roma per chiedere lumi e risolvere rapidamente la cosa. Ed è che qui comincia la parte divertente

La persona al desk mi dice che dal suo terminale – come da quello di tutti gli altri Tre Store – si può verificare solo se la mini-sim è attiva o no (la mia è risultata non attiva), ma non per quale ragione o se ci sono soldi sopra. Mi consiglia quindi di chiamare il 133.

Lo faccio con il mio telefono cellulare che, in quanto titolare anche di un contratto Tre, mi dà accesso gratuitamente al servizio. Digito il 133, fornisco il numero del mio cellulare come identificativo del cliente, parlo con un operatore che mi risponde picche: per avere assistenza sulla mini-sim per iPad devo fornire il numero della stessa al momento dell’identificazione, in modo da poter essere rinviato alla sezione consumer del customer care (ora sto invece parlando con la sezione dedicata ai clienti Business).

Richiamo e faccio come mi hanno detto: dopo millantamila passaggi (dove mai e poi mai la segreteria automatizzata del servizio clienti nomina l’iPad e la sua specifica offerta) riesco a parlare con un operatore. E’ palesemente di origini straniere e sembra non capire esattamente tutto quello che dico. Fa delle lunghe pause tra la richiesta di un mio dato e la risposta del terminale e qui, a voler pensare male, le cose sono due: o siede di fronte a un 486, oppure ci marcia, visto che alla fine dell’edificante colloquio può decidere di addebitarmi la chiamata.

Dopo aver impiegato molti e lunghissimi minuti per visualizzare a schermo i miei dati, finalmente bofonchia qualcosa di incomprensibile e mi dice che per la ricarica devo chiamare il 199 240 192. Quindi taglia corto e mi ringrazia per aver usufruito del servizio. Protesto dicendo che il numero segnalato è a pagamento. Il tizio risponde (magnanimo) promettendo che non mi addebiterà la telefonata.

Vedremo.

A questo punto, più che mai seccato, chiamo anche il 199 e spicci che ovviamente è a pagamento e costa 18 cent ala risposta e 57 al minuto – più IVA – e Sorpresa! E’ lo shop di Tre dove posso solo comprare ricariche. E dove pago per sentirmi dire da un operatore che il collega è un imbecille e che per queste cose devo chiamare il 133.

Un operatore che – è giusto sottolinearlo – fa di tutto per non attaccare.

Tento le ultime cartucce, ma se provo a registrare la mia mini-usim per iPad sul sito Tre.it, il sistema mi avvisa che la password temporanea mi è stata inviata con uno STRAMALEDETTO SMS (non una mail, sarebbe stato troppo facile) che l’iPad ovviamente non legge. Se infine provo a collegarmi alla pagina del sito di Tre specifica per consultare lo status della mini-usim (internet.tre.it) tramite 3G ovviamente non va, mentre via wi-fi allo stesso indirizzo si accede solo a una (per me inutile) pubblicità che promuove le chiavette USB.

Magari sono io che sono tardo. Magari i nostri amici di Tre possono mettersi una mano sulla coscienza e mostrarmi una soluzione evidente che solo io non ho visto. Se così dovesse essere allora sarò loro grato, sistemerò la faccenda e questo post verrà aggiornato per poi restare come esempio di worst practice (che serve, visto che in questo paese si conservano e raccontano solo le best practice) a vantaggio di altri clienti sprovveduti.

Oppure non sono così tardo, e magari vorranno ammettere che il servizio clienti di Tre (o almeno quello dedicato all’utenza consumer) è una barzelletta.

Stiamo a vedere

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UPDATE: chiamo il numero verde prontamente segnalato da 3Italia e resto al telefono per venti minuti. Una signora gentile (anche lei straniera e non agilissima nello spiegarmi in italiano come stanno le cose), mi dice che delle 20 euro che ho caricato sulla scheda lo scorso 14 ottobre:

1) 5 euro sono stati regolarmente caricati per attivare l’opzione super internet, mentre altri 5 sono stati caricati erroneamente una seconda volta per coprire la stessa opzione. Colpa secondo lei di un errore sistema, anche se non ha saputo dirmi di più.

Bene, restano ancora dieci euro. Scopro che:

2) dopo che ho ricaricato la scheda e soprattutto dopo che essa ha ricominciato a funzionare, ho navigato per diverse ore “a consumo” e l’opzione super internet è partita solo successivamente. In questo modo mi sono mangiato ben 10 euro di traffico che non vedrò mai più. E l’ho fatto senza saperlo e senza che nessun sistema o alert mi consentisse di scoprirlo.

“Quando ha comprato la scheda non le hanno detto che, in caso di sospensione per mancanza di credito e successiva riattivazione della sim, l’opzione superinternet riparte comunque dalla mezzanotte successiva?”, mi chiede grossomodo la signora.

“No signora, non me l’hanno detto. Mi hanno detto solo che la scheda (quindi la navigazione coperta dall’opzione, non l’una o l’altra) sarebbe stata attiva dopo mezzanotte (cosa che puntualmente è avvenuta con questa modalità)”, rispondo io.

“Da cosa avrei dovuto dedurre quello che lei mi racconta ora? E c0n quale strumento potrei verificare con certezza se la mia navigazione è in un dato momento coperta o non coperta dalla promozione che mi dà 3gb al mese?”, aggiungo un tantino risentito.

E qui arriva la ciliegina sulla torta: alla fine della telefonata, dopo che avevo incalzato con varie domande l’operatrice e dopo lungo un periodo di silenzio mentre lei “verificava una cosa”, stranamente la linea è caduta. Ma tu guarda il caso.

Dico, ma vogliamo scherzare?

La Tv fa blip – Intervista con Dina Kaplan di Blip.tv

A metà ottobre, ospite a Roma dell’Ambasciata americana, ho avuto il piacere di incontrare e intervistare per l’Espresso Dina Kaplan, co-fondatrice della start-up newyorkese Blip.Tv e oggi responsabile in azienda di marketing, pubbliche relazioni, finanza, partnership e risorse umane.

Il risultato dell’incontro è un lungo articolo ora disponibile anche sul sito web del giornale di cui questo è l’attacco:

Un tizio con una telecamera puntata in faccia parla di cinema e di cultura pop degli anni Ottanta. Le sue recensioni cinematografiche sono intelligenti e irriverenti, anche se talvolta scurrili, mentre la qualità della ripresa ricorda a ogni istante che tutto è realizzato in modo abbastanza amatoriale, o comunque con mezzi economici alla portata di tutti.

Il programma si chiama “Nostalgia Critic” ed è uno dei 17 Web show prodotti dalla Channel Awesome di Chicago. Secondo le ultime rilevazioni, viene seguito da oltre 600 mila spettatori a settimana: tutti raggiunti grazie a Blip.tv, aggregatore on line che fornisce servizi per la pubblicazione, la promozione, l’advertising e la distribuzione di show su Internet creati da video maker indipendenti.

“Il nostro è il primo network televisivo veramente democratico”, sostiene Dina Kaplan, cofondatrice della start-up newyorkese e oggi responsabile in azienda di marketing, pubbliche relazioni, finanza, partnership e risorse umane. E aggiunge: “Siamo una piattaforma per la condivisione e distribuzione di contenuti video che libera sia i “producer” sia la loro audience dalle costrizioni imposte dai media tradizionali”.

Continua a leggere sul sito web de L’Espresso

Love in a digital age, in viaggio verso la sesta Venice Session rileggendo de Kerckhove

Oggi si parte per Venezia in attesa di assistere domani – questa volta in veste di ospite – alla sesta Venice Session. Il titolo dell’evento, più che mai intrigante, è “Love in the Digital Age”, e questa è la breve presentazione:

In che modo la Rete trasforma le relazioni umane, l’amicizia, il networking, i sentimenti e il business? Come siamo cambiati e come cambieremo? Sono le domande cui Venice Sessions risponderà durante l’incontro, a porte chiuse, organizzato in collaborazione con Nòva.

Per un caso fortuito (o forse proprio perché sono sul pezzo :)) lo scorso giugno ho avuto il piacere di intervistare Derrick de Kerckhove, direttore del McLuhan Program in Culture and Technology, e chiedergli tra le altre cose come cambia il significato della parola “amicizia” ai tempi di Facebook. Vi ripropongo di seguito l’inizio dell’intervista, ancora più che mai attuale, e che se volete potete leggere per intero su ilsole24ore.com:

«Oggi parole importanti come “amicizia” e “amico” non indicano lo status effettivo di una relazione, ma le sue potenzialità ancora tutte da esplorare», un futuro possibile che non si è ancora verificato. Derrick de Kerckhove, direttore del McLuhan Program in Culture and Technology, docente e sociologo di fama internazionale, sorride divertito mentre spiega come l’avvento dei social network, e in particolare di Facebook, stia modificando radicalmente il nostro modo di intendere i rapporti sociali, così come il significato che diamo alle parole usate per descriverli.

«Certo – chiarisce – l’avvento di internet e dei network sociali ha indubbiamente il merito di aver portato una certa effervescenza nei rapporti interpersonali, aiutando a socializzare persone che altrimenti sarebbero restate chiuse in casa, consentendo ad altre di trovare l’anima gemella e creare legami nuovi». Ciò non toglie che, proprio a causa di Facebook, l’idea stessa di amicizia stia cambiando nel nostro sentire: in passato, almeno nel suo significato più nobile, il termine identificava una relazione stabile, basata sulla fiducia costruita in anni di consuetudine. Oggi è quasi una promessa: quando un utente di Facebook ci chiede di aggiungerlo agli amici, spesso è solo l’inizio di un rapporto umano tutto ancora da costruire”.

Cambia il modo di vivere e intendere le relazioni. Cambia la maniera in cui vengono create e fruite le informazioni.

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Pubblicato il report Audiweb Trends di settembre

Secondo Audiweb:

Sono 32,9 milioni gli Italiani tra gli 11 e i 74 anni che dichiarano di avere un accesso a internet da qualsiasi luogo e attraverso qualunque device.

Nell’ultimo anno cresce del 26,1% la disponibilità di accesso individuale da cellulare, raggiungendo l’11% della popolazione, 5,3 milioni di persone.

Nel mese di settembre risultano 24 milioni gli Italiani che hanno navigato almeno una volta attraverso un PC, il 43,9% della popolazione con più di 2 anni.

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