Archivio mensile:gennaio 2012

Being a “web guru” the italian way

How it is:

Choose a topic, find out what the crowd is thinking, say the opposite, be annoyed and arrogant, criticize, never suggest solutions.

How it should be IMHO:

join the conversation, listen, learn, be proactive, be passionate, suggest solutions, tell the story, spread the love, keep searching, keep learning.

And stay humble, for God’s sake!

L’Italia delle startup è (anche) su L’Espresso (online)

Da oggi sul sito de L’Espresso:

 

Anche l’Italia ha le sue start up
Siamo in fondo alle classifiche europee per investimenti in aziende innovative. Eppure qualcosa si muove. Anzi molto. E questo può essere l’anno della svolta

Il Venture Capital italiano nel 2011 valeva un dollaro per ogni cittadino. Lo dicono i dati diffusi a fine dicembre nella ricerca “Theory Vs Reality – Venture Capital in Europe”, realizzata dagli svizzeri di Verve Capital Partners. Meglio di noi hanno fatto non solo i Paesi più sviluppati, ma anche nazioni come l’Austria (10 dollari), il Portogallo (7) e persino la Grecia (3). In classifica, insomma, siamo ultimi. Il che fa un po’ specie in un momento in cui il mantra è “rilanciare l’economia”.

Quindi il campanello d’allarme suona forte e chiaro: perché l’Italia non è un Paese per start up? E può diventarlo? Se sì, come?

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Qui il post di presentazione del servizio con un incipit più esteso di quello finito sul cartaceo.

Martone nella bufera visto attraverso Storify

(Work in Progress) – Michel Martone, viceministro del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, è sotto attacco in rete. A indignare gli utenti, la sua uscita pubblica poco felice: «Bisogna dare messaggi chiari ai nostri giovani. Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato». Quello che sta accadendo su Twitter visto attraverso Storify.  Hashtag #martone #sfigato

#Martone storified 

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Se BB sta per Bye Bye Blackberry

Dopo 20 anni al comando di Research In Motion, i due co-amministratori delegati Jim Balsillie e Mike Lazaridis (che di RIM è anche il fondatore) hanno fatto un passo indietro, lasciando la pesante eredità di un’azienda in crisi al tedesco (ex-Siemens) Thorsten Heines. Ieri ne abbiamo parlato brevemente durante la trasmissione RAI Radio3mondo (qui presentazione e relativo podcast) e, finito il collegamento, quella chiacchiera è diventata un pezzo dove ho provato a disegnare un quadro della situazione inserendo qualche riflessione personale.

Il pezzo integrale lo trovate su Lettera43 (Lo tsunami Blackberry), mentre alla fine di questo post è disponibile un podcast con i sei minuti del mio intervento estratti della trasmissione RAI (commenti benvenuti).

Subito di seguito, invece, riporto il passaggio dell’articolo dove ho provato a ragionare sulle possibili conseguenze che per RIM avrebbe la concessione a produttori terzi della licenza d’uso per i Blackberry Os10. Ipotesi, questa, ventilata dal nuovo CEO Thorsten Heines proprio nel video registrato al suo insediamento.

Ciliegina sulla torta: il neo eletto Ceo Heines si è già detto convinto che il Blackberry Os 10 sarà un successo e che Rim potrebbe valutare se concedere a produttori terzi la licenza d’uso del nuovo sistema operativo.

Per capire cosa ciò possa significare, diamo un’occhiata ai due principali competitor, ovvero Apple e Google: la prima, in puntuale accordo con la visione di Steve Jobs, crede nella totale integrazione tra software e hardware, nella loro gestione diretta (ma sarebbe meglio dire “nel loro controllo totale”), che risultano in un ecosistema chiuso dove l’ottimo software spinge l’hardware. E dove, per inciso l’esperienza dell’utente è garantita in toto da Apple stessa.

Google fa concorrenza ad Apple con un ottimo sistema operativo che ha messo a disposizione dei molti produttori hardware affamati d’innovazione (Samsung in testa), i quali insieme hanno contributo alla sua fulminea diffusione e quindi a creare una solida alternativa al precursore iPhone in un mercato che si è rivelato fiorente per tutti.
Entrambi, infine, hanno dalla loro parte eserciti di sviluppatori che hanno creato e creano centinaia di migliaia di app, dando all’utente solo l’imbarazzo della scelta rispetto a come sfruttare hardware sempre più potenti.

Fino ad ora RIM assomigliava più Apple che a Google: proponeva un sistema chiuso e proprietario che con i suoi ottimi servizi faceva la forza dell’azienda e spingeva l’hardware. Se ora l’azienda dovesse arrischiarsi a spezzare questo binomio, c’è il rischio serio che finisca a farsi concorrenza da sola, inciampando nello stesso errore che fece la Apple guidata da Amelio quando rilasciò la licenza dell’Apple Os ai fabbricatori di cloni.

E tutto questo accadrebbe più o meno mentre debutta il nuovo e atteso iPhone 5.

Vista così, a me non sembra una gran mossa. Voi che ne pensate?

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(Foto: arrayexception)

Tablet e e-Book reader, a Natale raddoppiato il mercato statunitense

Calo dei prezzi, periodo natalizio, comparsa sul mercato di nuovi dispositivi come il Kindle Fire di Amazon. Secondo l’ultimo studio pubblicato da Pew Research Center’s Internet & American Life Project, sono queste alcune delle cause scatenanti che negli USA hanno fatto registrare il raddoppio del mercato relativo a tablet computer ed e-readers in appena un mese (da metà dicembre 2011 a metà gennaio 2012):

the share of adults in the United States who own tablet computers nearly doubled from 10% to 19% between mid-December and early January and the same surge in growth also applied to e-book readers, which also jumped from 10% to 19% over the same time period.

Come fanno notare sempre quelli di Pew Internet, degno di nota è anche il fatto che questa improvvisa impennata di vendite viene dopo un periodo di relativa stabilità, e che molto si deve probabilmente all’agguerrita politica di prezzi messa in campo dai principali produttori:

these findings are striking because they come after a period from mid-2011 into the autumn in which there was not much change in the ownership of tablets and e-book readers. However, as the holiday gift-giving season approached the marketplace for both devices dramatically shifted. In the tablet world, Amazon’s Kindle Fire and Barnes and Noble’s Nook Tablet were introduced at considerably cheaper prices than other tablets. In the e-book reader world, some versions of the Kindle and Nook and other readers fell well below $100.

Altra informazione interessante è che, mentre sostanzialmente si equivale la percentuale di uomini e donne che hanno acquistato un tablet, quando invece si parla di lettori come il Kindle, la “Ownership of e-readers among women grew more than among men”.

Per saperne di più:

- Tablet and e-book reader ownership surge in the holiday gift-giving period

L’italia delle startup è su L’Espresso

Dov’è l’Italia delle startup” è il titolo dell’ultimo pezzo scritto per L’Espresso e pubblicato sul numero di oggi (“Come ti prendo gli evasori”) dopo aver sentito Marco Palladino (Mashape), Antonio Tomarchio (Beintoo), Marco Magnocavallo (Principia), Gianluca Dettori (DPixel), Barbara Labate (Risparmiosuper), Guk Kim (Cibando), Mirko Trasciatti (Fubles), Max Ciociola (Musixmatch) e Riccardo Donadon (H-Farm).

Eccone di seguito l’attacco, qui più lungo e articolato di quello uscito sul giornale dove è stato ridotto e adattato per motivi di spazio:


Un dollaro a testa. Se nel 2011 il Venture Capital italiano avesse deciso di distribuire tra tutti gli italiani il denaro che ha investito in startup tecnologiche, tanto ci sarebbe arrivato in tasca. Non un soldo in più.

E’ poco? Secondo i dati diffusi a fine dicembre nella ricerca intitolata “Theory Vs Reality – Venture Capital in Europe”, realizzata dagli svizzeri di Verve Capital Partners, il VC nostrano è ultimo tra quelli europei per investimenti in “start-up innovative che potenzialmente possono dare nuova linfa alla creazione di posti di lavoro e pilotare lo sviluppo dell’industria”. Meglio di noi hanno fatto “piccolo nazioni” come l’Austria (10$), il Portogallo (7$) e persino la Grecia (3$).

Quindi sì, è poco: specie in un momento di profonda crisi dei mercati internazionali, dove il mantra è “rilanciare l’economia a tutti i costi”. «Il problema è anche che chi investe in Italia non sa comunicare il proprio operato, trasmettendo l’idea di un mercato immobile che non corrisponde alla realtà», fa tuttavia notare Marco Magnocavallo, imprenditore di lunga esperienza e oggi Partner del Venture Capital italiano Principia (Ex Quantica).

In ogni caso il campanello d’allarme suona forte e chiaro: perché l’Italia non è un Paese per startup? E può diventarlo? Se sì, come?

Lungi dal voler esaurire l’argomento, questo articolo costruito su le testimonianze di chi si “sporca le mani” nel settore vuole essere soprattutto uno stimolo alla discussione sul tema.

Quindi commenti e integrazioni sono – come sempre – benvenuti.

UPDATE: il pezzo è disponibile anche sul sito de L’Espresso