Archivio mensile:maggio 2012

Sculpteo, la stampa 3D alla portata di tutti

Con Sculpteo puoi personalizzare gli oggetti di design direttamente dall’iPhone. E anche creare una tazza o un vaso in ceramica con il tuo profilo. Al Next Berlin incontriamo Clément Moreau, Ceo dell’azienda francese

Berlino – Un cittadino americano – che per rispetto della privacy chiameremo John Smith – ha appena avuto un figlio e vuole celebrare il lieto evento. Dare una festa sembrava poco e scontato. Men che meno si sarebbe accontentato di portare dei fiori alla moglie. Troppo banale.

Si poteva fare di più e meglio. Si poteva per esempio realizzare il modello 3D di un servizio completo da caffè con tazzine che avessero in leggero rilievo il profilo del piccolo Smith Junior, caricarlo sul sito di un’azienda specializzata in stampa tridimensionale, aspettare qualche giorno e quindi vedersi recapitare a casa un set unico al mondo. La commozione era garantita. La sorpresa della signora Smith anche.

Non è fantascienza di quella che sarebbe piaciuta Philip K. Dick, ma pura e semplice realtà. Il signor Smith esiste ed è tra i clienti dell’azienda francese Sculpteo, la cui missione è “mettere a disposizione del mercato di massa la tecnologia di stampa 3D”, come mi spiega lo stesso Ceo, Clément Moreau.

Base a Parigi, 12 dipendenti, una stamperia 3D affollata da un numero imprecisato di costose e modernissime macchine che lavorano plastica, resina e anche ceramica, Sculpteo nasce due anni e mezzo fa grazie all’intuizione che anticipava l’esplosione – in corso in questi mesi – dell’interesse per
la stampa 3D, strumento preferito dei makers di ogni dove. Ma anche di grandi aziende che “desiderano essere parte della 3D printing revolution senza investire una fortuna in macchinari”.

Un piccolo miracolo tutto francese, con clienti e contatti in tutto il mondo: “In parte con i nostri mezzi e in parte ricorrendo all’outsourcing, rendiamo accessibile a tutti questa splendida tecnologia in due modi”, racconta Moreau mentre siede nello stand al Next Berlin 2012. “Il primo è attraverso il nostro sito, dove qualsiasi utente può caricare il suo design 3D, editarlo, personalizzarlo e quindi richiederne la stampa. Noi poi provvediamo a realizzarlo e ne curiamo la spedizione in tutto il mondo”. Il secondo modo, reso possibile dalla diffusione delle tecnologie di cloud computing, è forse ancora più interessante, perché getta le basi per la creazione di un nuovo mercato: “All’inizio di quest’anno abbiamo presentato al Ces di Las Vegas il nostro 3D printing Cloud Engine, ovvero un servizio basato sulla nuvola che consente ai
retailer online di integrare facilmente la nostra tecnologia e i nostri strumenti nei loro negozi digitali, che così iniziano a vendere oggetti stampati in 3D”.

Un esempio su tutti per spiegare le molte possibili applicazioni di questa tecnologia: …

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Quando ogni cosa sarà linkata

Parlare delle cose non è la stessa cosa che parlare con le cose. L’intervista al Next di Berlino per Wired.it con Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG

Berlino – C’è chi crede che anche gli oggetti abbiano un’anima e chi invece sostiene che dovrebbero avere un profilo su Facebook. O che almeno meritino un’identità digitale univoca e sempre riconducibile a loro, un nome e cognome digitali assegnati loro sin dalla nascita. In fondo siamo al Next Berlin 2012, uno degli eventi più importanti tra quelli in Europa dedicati a tecnologia e innovazione: in pratica l’unico posto dove ci si può sentir dire che anche un fustino di detersivo ha diritto ad avere un’identità online. E che questa può esistere senza neanche bisogno di connettere al web il fustino in questione tramite apposito modulo wi-fi.

Follia? Niente affatto. Per capire meglio di cosa si parla, basta partire dall’inizio: “Sempre più persone hanno un account su Facebook, dove costruiscono un profilo che le identifica in maniera univoca partendo da nome e cognome”, spiega Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG. “Se lo stesso venisse fatto con qualsiasi oggetto o prodotto, se a ogni cosa si assegnasse una ID che ne identifichi univocamente la sua rappresentazione digitale, ecco che si aprirebbero prospettive molto interessanti”.

Già, perché se diamo un’ identità digitale agli oggetti fisici, se ogni cosa – dal sapone per i panni a una singola automobile – può avere in Rete la proprio url, allora “possiamo creare tutta una serie di servizi innovativi intorno ad esse”. E quando l’utente cerca in Rete un prodotto, se lo trova stabilisce con esso una connessione, uno scambio di informazioni in entrambe le direzioni: da una parte ci siamo noi che raccogliamo informazioni sul prodotto; dall’altra il prodotto stesso, ora dotato di un’identità, diventa un canale aperto di comunicazione bidirezionale tra chi lo ha prodotto e chi lo compra, che cede informazioni sui propri gusti e interessi. E che intorno a questo o a quel prodotto può avviare una conversazione con altre persone.

A questo punto si potrebbe obiettare che ciò già avviene ogni volta che un utente pubblica un commento o una foto su Facebook, ad esempio per dire qual è la sua bibita preferita. Hobsbawn non è d’accordo: “La grossa differenza qui è che oggi gli oggetti di cui le persone parlano online non hanno una loro identità univoca cui fare riferimento. Quando postiamo su Facebook la foto di un prodotto, tutto ciò che facciamo è riferire quell’oggetto a noi stessi, perché noi abbiamo un profilo mentre la cosa che descriviamo no, in quanto essa non vive da nessuna parte nella Rete”.

Messo di fronte all’uso del verbo vivere per definire la presenza in Rete di un oggetto, ho un attimo di cedimento….

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