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Ripetete con me

Internet non rende la gente cattiva, crudele, violenta, ignorante o brutta.

Internet la rivela.

itE nel farlo – esattamente come accade per un esame del sangue positivo a un male incurabile – consente se non di curare tale malattia, almeno di riconoscere e gestire il problema. Di tirare la testa fuori dalla sabbia e iniziare a prendersi qualche responsibilità.

Prendersela con Internet perché la gente odia – oltre che molto comodo - è esattamente come prendersela con un laboratorio diagnostico perché i tuoi esami del sangue portano cattive notizie.

Una grossa, sonora, roboante cazzata.

 

Photo: Id Iom

Sull’agonia del giornalismo italiano (digitale e non)

Chiaro, lampante, inequivocabile, un messaggio si alza netto dal Dig.it: l’agonia del giornalismo nostrano, specie di quello digitale, (salvo poche e lodevoli eccezioni come VareseNews) non vede soluzioni a breve. E questo non solo o non tanto per mancanza di capacità, competenze o creatività, ma piuttosto per assenza di volontà da parte di coloro che avrebbero strumenti e mezzi per investire nella costruzione nuove soluzioni e – cosa di primaria urgenza – trovare nuovi modelli di sviluppo.

Tagli, razionalizzazioni, azioni di “cost killing”, spending review ormai tanto di moda hanno veramente senso se controbilanciate da altrettanti investimenti in innovazione, ma non servono a nulla se orientate solo a conservare modelli di business già morti, a garantire privilegi acquisiti, a rimandare il problema facendo ricadere i costi della lenta decadenza di un sistema esaurito sulla sua periferia, insistendo sugli anelli più deboli della filiera. Che poi altro non sono se non persone, professionisti prigionieri di una precarietà senza via d’uscita.

“Il giornalismo di qualità si paga” sento dire spesso. Concordo, ma in un paese civile ciò dovrebbe essere vero sia quando si vendono le notizie al pubblico, sia quando le si acquista da chi effettivamente le produce.

Di questo e di altro ho parlato brevemente nella video-intervista rilasciata agli organizzatori del Dig.it, evento dal quale torno con l’etichetta di “pessimista” che mi permetto anche qui di respingere. Sono un giornalista e racconto quello che vedo: se mentre mi ascoltate pensate che io sia un pessimista, allora non fate che confermare che le cose vanno male.

E darmi ragione.

Su L’Espresso, la guerra globale tra industria discografica e pirateria digitale (Aggiornato)

Dopo aver parlato di start up all’italiana e di open source nella PA, è letteralmente tempo di “cambiare musica”: su L’Espresso di oggi, pagine 134 – 137, trovate un pezzo scritto a quattro mani con Diletta Parlangeli (cui peraltro va il merito di aver individuato l’argomento) e intitolato “Se il Pc spegne la musica”. Questo il catenaccio:

“Le Major fanno chiudere i siti e chiedono leggi anti-download. Ma la repressione rischia di essere un boomerang. Così si cercano altre strade”.

Di seguito, la copertina del pezzo nella sua versione per iPad. Subito sotto, l’incipit del pezzo, tanto per invogliarvi a leggerlo. Poi un’anticipazione.

 

 

La pirateria online? «Non si può combattere. Le Major dovrebbero accettare la realtà e sfruttare il fenomeno a loro vantaggio”.  E’ la voce di Dave Kusek – Vice Presidente del Berklee College of Music e co-autore di “The future of Music” - che suona fuori dal coro mentre si consuma un conflitto globale tra l’industria che produce musica e chi la scarica illegalmente in rete. Ultima battaglia della lunga guerra, la chiusura del sito di file hosting Megaupload, servizio cui 150 milioni di utenti nel mondo affidavano i proprio file e che le autorità statunitensi hanno sequestrato con un’operazione senza precedenti.

La “crociata” delle Major

D’altronde, è contro la pirateria digitale che l’industria punta il dito quando si parla di crisi del settore. Prova ne è il Digital Music Report 2012, ultima edizione dell’annuale ricerca realizzata per conto della Federazione internazionale dell’Industria Fonografica (IFPI): «Più di un utente su 4 (28%) fruisce illegalmente di musica online». E se è pur vero che, nel 2011, il mercato digitale globale è cresciuto dell’8% per superare i 5,2 miliardi di dollari di ricavi, altrettanto vero è che «la crescita registrata non riesce a temperare la perdita del mercato fisico, che prima reggeva il 40-50% del fatturato» come fa notare Alberto Cusella, discografico con alle spalle vent’anni in Warner. «La musica non è affatto in crisi. Ad essere in crisi è il mercato» aggiunge.

Il seguito su L’Espresso di oggi (“L’uomo che fa tremare il Centro Sinistra”) pagine 134- 137

PS: quest’anno con Diletta e alcuni degli intervistati saremo anche al Festival del Giornalismo di Perugia, dove abbiamo organizzato un panel per discutere di come cambia l’informazione musicale nell’era post-MySpace.

A breve dettagli anche su questo, so stay tuned!

Update: il pezzo ora è disponible online: “Discografici, reputazione k.o.

Update 2: sono disponibili anche le info relative al panel che abbiamo organizzato per il Festival del Giornalismo di Perugia, intitolato “Il giornalismo musicale nell’era del dopo MySpace

Se BB sta per Bye Bye Blackberry

Dopo 20 anni al comando di Research In Motion, i due co-amministratori delegati Jim Balsillie e Mike Lazaridis (che di RIM è anche il fondatore) hanno fatto un passo indietro, lasciando la pesante eredità di un’azienda in crisi al tedesco (ex-Siemens) Thorsten Heines. Ieri ne abbiamo parlato brevemente durante la trasmissione RAI Radio3mondo (qui presentazione e relativo podcast) e, finito il collegamento, quella chiacchiera è diventata un pezzo dove ho provato a disegnare un quadro della situazione inserendo qualche riflessione personale.

Il pezzo integrale lo trovate su Lettera43 (Lo tsunami Blackberry), mentre alla fine di questo post è disponibile un podcast con i sei minuti del mio intervento estratti della trasmissione RAI (commenti benvenuti).

Subito di seguito, invece, riporto il passaggio dell’articolo dove ho provato a ragionare sulle possibili conseguenze che per RIM avrebbe la concessione a produttori terzi della licenza d’uso per i Blackberry Os10. Ipotesi, questa, ventilata dal nuovo CEO Thorsten Heines proprio nel video registrato al suo insediamento.

Ciliegina sulla torta: il neo eletto Ceo Heines si è già detto convinto che il Blackberry Os 10 sarà un successo e che Rim potrebbe valutare se concedere a produttori terzi la licenza d’uso del nuovo sistema operativo.

Per capire cosa ciò possa significare, diamo un’occhiata ai due principali competitor, ovvero Apple e Google: la prima, in puntuale accordo con la visione di Steve Jobs, crede nella totale integrazione tra software e hardware, nella loro gestione diretta (ma sarebbe meglio dire “nel loro controllo totale”), che risultano in un ecosistema chiuso dove l’ottimo software spinge l’hardware. E dove, per inciso l’esperienza dell’utente è garantita in toto da Apple stessa.

Google fa concorrenza ad Apple con un ottimo sistema operativo che ha messo a disposizione dei molti produttori hardware affamati d’innovazione (Samsung in testa), i quali insieme hanno contributo alla sua fulminea diffusione e quindi a creare una solida alternativa al precursore iPhone in un mercato che si è rivelato fiorente per tutti.
Entrambi, infine, hanno dalla loro parte eserciti di sviluppatori che hanno creato e creano centinaia di migliaia di app, dando all’utente solo l’imbarazzo della scelta rispetto a come sfruttare hardware sempre più potenti.

Fino ad ora RIM assomigliava più Apple che a Google: proponeva un sistema chiuso e proprietario che con i suoi ottimi servizi faceva la forza dell’azienda e spingeva l’hardware. Se ora l’azienda dovesse arrischiarsi a spezzare questo binomio, c’è il rischio serio che finisca a farsi concorrenza da sola, inciampando nello stesso errore che fece la Apple guidata da Amelio quando rilasciò la licenza dell’Apple Os ai fabbricatori di cloni.

E tutto questo accadrebbe più o meno mentre debutta il nuovo e atteso iPhone 5.

Vista così, a me non sembra una gran mossa. Voi che ne pensate?

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(Foto: arrayexception)

E’ morto Ilya Zhitomirskiy (co-fondatore Diaspora), il suo non era “un sogno da nerd”

Ilya Zhitomirskiy, co-fondatore di Diaspora insieme con Daniel Grippi, Maxwell Salzberg e Raphael Sofaer, è morto all’età di 22 anni. Nessun dettaglio per ora è stato reso noto sul come, sul dove e sul quando.

Era il 2010, nella settimana a cavallo tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Insieme con Luca eravamo alla Web2.0 Expo di New York, ed è lì che abbiamo conosciuto Maxwell e Ilya, presenti all’evento per raccontare la loro alternativa a Facebook. Della mezz’ora passata con i due ragazzi e dell’intervista fatta per Nova24, ricordo che a colpirmi fu soprattutto la lucidità del secondo, il modo maturo e deciso in cui rispondeva dall’alto dei suoi vent’anni alle critiche mosse dai detrattori del progetto e a chi, al tempo, sosteneva che i quattro studenti universitari newyorkesi non fossero all’altezza degli impegni presi e dei fondi (oltre 200mila dollari) raccolti con Kickstarter.

Ecco, di seguito il pezzo dell’articolo in cui è lui a parlare:

Impossibile non chiedere a Salzberg e Zhitomirskiy come gestiscono il peso di tante aspettative da soddisfare. Risponde Ilya: «C’è chi pensa che non ce la faremo mai e chi crede in noi. La verità è che, di volta in volta, noi abbiamo soddisfatto e continuiamo a soddisfare le attese. Non c’è alcuna magia – prosegue Ilya – semplicemente, lavoriamo duramente 12 ore al giorno. Qualcosa funziona al primo colpo, qualcosa invece richiede ulteriore sviluppo: ciò che ci che dà forza è sentire l’entusiasmo della gente per quello che stiamo facendo. Entusiasmo che in molti modi sta plasmando il progetto stesso, iniziato come un “sogno da nerd” e diventato qualcosa che appartiene a tutti. Insomma – conclude Zhitomirskiy – è rispettando le nostre promesse che gestiamo la responsabilità che ci è stata data».

Chiaro, diretto, lucido. Direste che ha solo vent’anni?

(Via)