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La conquista di un ritratto

IMG_0866All’inizio i ritratti li rubavo. Li cacciavo a distanza con il tele più spinto che ero riuscito a trovare, neanche fossi nella Savana a fare un Safari. La gente era se stessa, sì. Era spontanea, certo. Ma era perché non mi vedeva. Perché non esistevo.

Non ero un fotografo. Ero un ladro.

Poi ho scoperto il 50mm. “È la fotografia stessa”, qualcuno mi ha detto a un certo punto. Forse proprio Berengo Gardin a Wetzlar. Ed è stato allora che sono dovuto uscire allo scoperto.

Se vuoi un ritratto, devi andartelo a prendere. Trovare la persona e convincerla è solo l’inizio. La parte difficile è conquistarla. Superare barriere, insicurezze, pregiudizi, pudori. Anche solo per un attimo. Giusto il tempo per tre scatti in fila. Quelli giusti. Quelli che sorprendono il soggetto indifeso, inerme in tutta la sua bellezza.

La “conquista” di un ritratto è un processo inebriante, toccante, intimo. A volte dura un attimo, perché tutto funziona subito. A volte richiede negoziazione, gioco delle parti, persuasione, tattiche di distrazione, buffonate. In ogni caso richiede trust: la creazione di un legame di fiducia tanto temporaneo quanto profondo. Nessuno si arrende senza condizioni. Tutti vogliono qualcosa in cambio.

Io sul piatto ho da mettere due cose: il desiderio di raccontare tutto quello che fotografo con rispetto; la ricerca della bellezza più o meno nascosta in ognuno di noi.

Ogni ritratto figlio di una conquista “frontale”, scattato a un metro e mezzo di distanza, mi insegna qualcosa su di me, su chi ho davanti, sulle persone in generale. Informazioni e sensazioni che poi reinvesto nella foto successiva, nell’intero processo, migliorandolo.

Ho ancora molto da imparare, ma una cosa l’ho capita: se sai far ridere, è vincere facile. Con la battuta giusta, lo sguardo più teso o l’espressione più dura si sciolgono come neve al sole. E da sotto spunta quasi sempre la primavera di un sorriso. O la forza contagiosa di una risata. Si mostra per un attimo poi inizia a svanire, mentre l’espressione torna rapidamente seria.

Quello, e solo quello, è l’attimo giusto in cui scattare. Un attimo prima che torni l’inverno, alla fine di una calda risata piena di bellezza.

Stringersi

Dita, aperte e tese a prendere. Braccia, lente si distendono, a cercare per accogliere. Il buio rivela ciò che la luce ha nascosto. Trovarsi. Di nuovo. Muscoli tesi, a stringere, trattenere, raccontare. Il respiro si ferma. Il tempo si arrende. Il cuore si calma.

A volte basta un solo abbraccio.

Ascoltarli crescere

Immobili. Il respiro lento, regolare, profumato. Immobili e leggeri, le loro mani nelle mie. Piccole, fragili, perfette.

Dormono. Venuti dal nulla, hanno preso tutto, riempito di senso lo spazio e il tempo. Gli piace rannicchiarsi e incunearsi nei mie fianchi, che di dormire non se ne parla, che per riposare ci sarà tempo.

Nel silenzio, sembra quasi di sentirli crescere. Già, crescere. Diventare adulti. Affrontare l’imprevedibile, cambiare mille volte, conoscere il mondo, corrompersi, essere umani.

Pagarne il prezzo.

Vorrei proteggerli. Dalla mia imperfezione, da se stessi, da tutto il resto. Vorrei evitare loro ogni inutile sofferenza, il tempo sprecato, i vicoli ciechi, gli amori insensati, le scelte senza ritorno.

So che non posso, che non ha senso anche solo pensarlo.

Li stringo forte a me, che quasi si svegliano. Che sono ancora bimbi. Che sono ancora miei.

Ancora per un po’.

Running in Capri (is fun)

È tardi. Ma non lo è abbastanza. Sto già correndo, e sono solo nel corridoio. Non vedevo l’ora. Col pensiero già accarezzo ogni chilometro. Assaporo lo sforzo, la salita, il dolore nelle gambe, il fiato corto che mi fa sentire vivo. Che mi fa sentire intero.

“Andate a correre?”. Il concierge mi ha visto arrivare zompettando e mi guarda col sorriso beffardo di chi te la sta per servire calda. “No, sto nei Village People”, rispondo dall’alto del mio succinto completino nero da corsa.

“Capisco”, temporeggia, con l’aria di chi non capisce affatto, ma intuisce la perculazio. E di certo non la lascerà correre. “Venite da questa parte”, mi dice. Io mi volto istintivamente indietro prima di capire che “Voi” sarei io, poi lo assecondo.

Passo dietro il bancone, davanti al computer, dove apre una cartella intitolata “Capri bella”. Dentro, un numero imprecisato di sotto cartelle rappresenta altrettante raccolte di immagini che all’inizio non capisco: sono stradine, viuzze, soprattutto piccoli incroci, e poi scalini. Molti scalini.

Antonio, così si chiama il concierge, ha il vizio di camminare. E quando vivi in un posto come Capri, la scelta è quello che: panorami mozzafiato contro relativamente poca strada da fare. Non ci vuole poi molto per passare ovunque sia possibile, percorrere ogni metro calpestabile.

“Voi dovete passare di qua”, afferma con tono solenne, incontrovertibile, mentre mi volto di scatto un’altra volta, sentendomi un’idiota. Guardo l’immagine che apre, poi la successiva, quindi alla fine capisco. Durante innumerevoli passeggiate, Antonio ha creato la sua personale e preziosa versione di Google Street View, con cui può mostrare ai turisti di tutte le lingue e culture con semplici gesti come andare ovunque nell’isola. Una svolta dopo l’altra, un’immagine alla volta.

Sono senza parole. Questo sommarsi di mestiere, passione e ingegno quasi mi commuove. Alla faccia dei nativi digitali, delle infrastrutture e del web 2.0.

Mi mostra tutto il percorso e spiega: “io la faccio in un’ora e dieci, anzi e cinque. Vediamo quanto ci mettete voi”. “Fanculo Anacapri” penso, questo mi ha sfidato e non posso tirarmi indietro. Devo difendere l’onore del YMCA.

Esco, parto di buon passo. Non dormo da una vita e il cuore, stanco, subito comincia a protestare. Me ne frego, perché so che comunque sarà poca strada, e difficile. Su e giù per salite, discese, scalini. Andare piano non ha senso.

Arriva il primo incrocio visto in foto. Lo riconosco subito. E sbaglio a svoltare. Scendo 800 metri veloce come il vento, che fatico a restare in equilibrio. Dopo la volata giro una curva e inchiodo con tutte le mie forze. Davanti a me un fottuto cancello. Penso parole irripetibili, giro i tacchi e riparto pieno di risentimento verso l’universo mondo.

Alla fine della salita sono già morto, ma decido di non curarmene. Per fortuna c’è un altra cazzo di salita ad aspettarmi. Le vado incontro come fosse il martirio. E non mi sbaglio.

Poi viene pianura, ma sono ancora in paese. Poi una rotonda sul mare, che fa molto anni ’60. C’è una stradina stretta a destra. La riconosco, e stavolta non sbaglio.

La imbocco e Corro. Veloce, forse rischiando troppo, che sotto c’è lo strapiombo. Ma è troppo bello e ogni tanto devo fermarmi a fare una foto, perché lo voglio raccontare e ricordare.

Quando riparto lo faccio a razzo. Adrenalina e cuore a duemila mi ingannano bene. Salgo scalini solcandoli a tre a tre. Sfioro persone a passeggio che meriterei un arresto o almeno di essere pestato. Sono euforico. Perché è tutto bellissimo. Poi a un certo punto giro un angolo ed è lì, che mi aspetta.

La scalinata di Vattelappesca. Monumentale. Impietosa. Inaggirabile.
È a quel punto che mi tornano in mente le parole di Antonio. Le avevo ascoltate distrattamente, perché già alla quarta immagine mi stavo facendo film che neanche Spielberg.

Comincio a salire. Parto forte, con un rabbia e un determinazione che avrei fatto meglio a tenere per me. Conto mentalmente gli scalini ed è lì che il ricordo affiora: “Sono trecentottanta ” aveva detto sorridendo Antonio, e chissà perché avevo pensato in totale, lungo tutto il percorso, non uno dietro l’altro in un’unica scala che mi avrebbe riportato sopra il paese.

Al 30esimo mi si appanna la vista. Dopo cinquanta mi fermo, perché semplicemente non riesco a respirare e correre mi viene male. Ma anche camminare, a onor del vero. Per farla breve alla fine della scala sono devastato. Fortuna che c’è un’altra salita ad aspettarmi.

Ci vuole un po’ prima di riuscire a farla. Poi accelero. Si ricomincia a scendere e vado. Forte . Sempre più forte. Ormai ho in testa solo l’arrivo. Rischio l’infarto. E di cadere. Ma devo far presto. Ormai sono in paese.

Evito una donna, salto un gatto, quasi mi schianto contro un vaso. Vedo la piazza. La passo. L’ultima discesa. L’albergo. Entro di volata, verso il bancone della portineria. Antonio è lì: “quanto ci avete messo?”. Questa volta non mi volto di scatto, ma lo fissò allungando verso di lui l’iPhone con aperto Runkeeper. “32 minuti!”, dico.

Spalanca un sorriso: “avete sbagliato strada eh?”

Mavafammocc’

AppyDays 2014, a Todi per parlare di Citizen Journalism, iFitness, iHealth

copertinaParte oggi la prima edizione di AppyDays, eventone organizzato a Todi da dall’immarcescibile squadra di IQUII insieme con la macchina da guerra targata Sediciveventi. Per quattro giorni la gente accorrerà nella splendida cittadina umbra per discutere di tutto, ma proprio tutto quello che c’è da sapere sul mondo delle App e dell’hardware (wearable) ad esse correlato.

Il programma è vasto, vario e affascinante.  Il target è il grande pubblico. La mission è diffondere la cultura del digitale in Italia. Le previsioni del tempo parlano di sole e temperature miti.

Insomma, non avete scuse.

Per quanto mi riguarda, io ci sarò con le tre iniziative che ho proposto, due il venerdì e una la domenica mattina:

1) SIAMO TUTTI REPORTER? (breve workshop organizzato con l’ottima Michela Gentili, founder del laboratorio giornalistico @labora e grande formatrice) – Venerdì 26, ore 17.00 | Sala delle Ceramiche;
2) DIGITAL FITNESS: GRAZIE AD APP E WEARABLE DEVICE, ALLENARSI NON È MAI STATO COSÌ HI-TECH (ED EFFICACE) – Venerdì 26, ore 19.00 | Sala Affrescata Via del Monte;
3) DIGITAL HEALTH: QUANDO APP E WEARABLE DEVICE SI METTONO AL SERVIZIO DELLA SALUTE – Domenica 28, ore 10.00 | Sala del Consiglio;

Ecco di seguito le rispettive presentazioni di ogni appuntamento e gli ospiti. Se ci siete, passate a trovarci.

1) SIAMO TUTTI REPORTER?
Atterrano gli alieni. Voi siete lì, unici testimoni oculari di una scena che potrebbe cambiare la storia del mondo. Come vi comportate?
Se siete tra i 25 milioni di italiani che possiedono uno smartphone, in tasca avete un potente strumento per raccontare in anteprima e in tempo reale la prima invasione aliena. Sempre che voi sappiate come farlo.
E se non lo sapete ve lo spieghiamo noi. Il workshop “Siamo tutti reporter?” aiuta a capire come trattare un evento a cui si assiste per caso (o quasi) per farlo entrare nel circuito delle notizie.
Spiegheremo passo dopo passo con che strumenti riprendere e documentare l’avvenimento, quali applicazioni utilizzare per elaborare il materiale, che social network scegliere per diffondere la notizia.
Un workshop aperto a tutti, utile a chi desidera dare un senso alle enormi potenzialità dei device che tiene in tasca, ma anche ai professionisti dell’informazione che vogliono aggiornare le proprie competenze nell’epoca del mobile.

Michela Gentili Fondatrice @Labora
Alessio Jacona Giornalista, consulente di comunicazione online, fotografo

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2) DIGITAL FITNESS: GRAZIE AD APP E WEARABLE DEVICE, ALLENARSI NON È MAI STATO COSÌ HI-TECH (ED EFFICACE)
La parola d’ordine è monitorare: la velocità, il numero di chilometri percorsi, il battito cardiaco, le calorie bruciate, la buona o cattiva riuscita di ogni allenamento. Perché più dati raccogliamo su noi stessi, meglio siamo in grado conoscere i nostri limiti e lavorare per superarli, o anche solo per sentirci più sani e in forma.
La strategia per riuscirci è ricoprirsi di sensori e dispositivi wireless (dal costo sempre più economico) che per esempio prendono le sembianze di orologi supertecnologici da portare sul polsino, braccialetti colorati o ancora semplici cerotti da nascondere sotto i vestiti. E che ovviamente interagiscono con app di ogni genere e tipo.
E’ la Digital Fitness, ovvero l’arte di allenarsi nell’era della mobile technology: un cambio di scenario che si rivela ricco di opportunità e sfida per tutti gli sportivi, siano essi agonisti o semplici appassionati.

Ospiti:
– Roberto Nava – Founder RunLikeNeverBefore
– Andrea Tellatin – CEO Si14
– Fabio Lalli – CEO di IQUII

Modera: Alessio Jacona – Giornalista, consulente di comunicazione online, fotografo

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3) DIGITAL HEALTH: QUANDO APP E WEARABLE DEVICE SI METTONO AL SERVIZIO DELLA SALUTE
Spesso i pazienti necessitano osservazione costante, che sia per vegliare sulla loro stessa incolumità, per valutarne lo stato generale o anche semplicemente per mettere a punto e somministrare terapie personalizzate, quindi più efficaci.
Fino ad oggi il costo proibitivo degli apparecchi medicali rendeva complesso e costoso un monitoraggio puntuale di ogni paziente. Ora invece, grazie a tecnologie wearable sempre meno costose, a smartphone e tablet sempre più potenti e al moltiplicarsi di app dedicate, la cosiddetta telemedicina sembrebbe finalmente sul punto di diventare realtà.
Quel che è certo, è che non si tratta dell’ultima e passeggera moda tecnologica nata in Silicon Valley: siamo anzi di fronte a un mercato fiorente e in rapida espansione con cui medici, legislatori e pazienti devono fare i conti, tanto per cogliere le opportunità, quanto per vincere le sfide che il nuovo scenario ci pone di fronte.

Ospiti:
– Francesco Romano Marcellino – CEO Datawizard/Pharmawizard
– Floriano Bonfigli – Fondatore di Collabobeat
– Edoardo Schenardi – Farmacia Serra Genova

Modera: Alessio Jacona – Giornalista, consulente di comunicazione online, fotografo

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Il paradiso di Botero

Bahram sorride. Bahram viene da lontano. Bahram è di Teheran. E parla bene l’italiano. E conosce il nostro paese. E cucina da Dio, anche se non apprezzerebbe il paragone. Troppo forte per chi viene dal suo mondo, forse. O forse avrei dovuto dirglielo, ma ho perso l’attimo. Il kubidé era troppo buono, e forse stasera avevo bevuto troppo per stare sul pezzo.
“Mia moglie è quella che sa cucinare davvero”, mi dice. La vera cucina iraniana è complessa, mi dice. E intende: “troppo per me”. Ma il panino è buono. Davvero. E lui è un ospite discreto e accogliente. E conosce tutte le lingue del mondo. O almeno così penso io, che provo a spiegarglielo strisciando qualche esse. Che vuoi, dopo troppi spritz, divento troppo romano.

“Il cibo è la lingua universale” gli dico. “Se la gente si concentrasse sui sapori, gli odori, se volesse davvero comprendere, sé masticasse più lentamente, le cose andrebbero meglio”. Lo penso davvero: ho viaggiato tanto, imparato tanto. E capito che quando sei lontano da casa, in un paese di cui sai poco o niente, e ti siedi per mangiare, se qualcuno ti chiede “come lo preferisce, con o senza questo o quello”, l’unica risposta è un’altra domanda: “lei come lo mangerebbe?”. Che ci pensi lui. È la sua cultura, non la mia.

Il cibo è lingua universale. E come ogni lingua, funziona solo se sei disposto ad ascoltare. Se vuoi davvero imparare. Se non pretendi di sapere già tutte le risposte. L’avessi capito prima, sono certo che ora la mia vita sarebbe diversa.

Bahram, che mi ascolta, capisce: “E’ giusto”, risponde. Poi continua: “Ci penso io. La cipolla ci va. E anche il piccante”.

Gli racconto di quella volta in Francia, quando io che non parlo Francese mi misi a sedere in quel locale dove il proprietario non parlava inglese, ma a gesti mi chiese se volevo uno, due o tre piatti. “Tre”, risposi io, mostrando le dita della mano (avevo fame). “Ci penso io”, rispose lui, semplicemente chiudendo gli occhi e battendosi la mano due volte sul petto. Mi portò carne, formaggi e un dolce immensi. Mangiai con gioia. L’uomo vide nei miei occhi la riconoscenza e mi diede una pacca sulla spalla. In un certo senso, avevo imparato un po’ di francese.

Il panino di Bahram è pronto. Arriva finalmente il primo morso. Ci guardiamo: lui aveva ragione, a me è bastato dargli retta per capire qualcosa di lui e dell’Iran. Sorridiamo entrambi.

Mi racconta del Baklava, di quello vero fatto in una città nel deserto di cui non ricordo il nome, situata a mille chilometri da Teheran. Di come sia difficile procurarselo. Di come sia infinitamente buono. Unico. “Non serve masticarlo – mi dice – perché si scioglie in bocca. E però allo stesso tempo non puoi fare a meno di masticarlo, perché è troppo buono”.

Penso che sia una frase bellissima. Gli stringo la mano e me ne vado, dandogli appuntamento alla prossima.

Lungo la strada, penso che se mangiassimo con più rispetto, con più cuore, che se provassimo a comprendere il linguaggio universale del cibo, forse il mondo sarebbe un posto migliore. Pieno di gente grassa e serena.

Un paradiso dipinto da Botero.

Domenica bestiale

Arrivano in gruppo. Una specie di falange familiare che avanza compatta, coesa, determinata. Dove, insieme a chi soffre, c’è chi chiede, chi dispone, chi sostiene e consola. Oppure alla spicciolata: quando con il taxi, quando soli in automobile, neanche troppo spesso in ambulanza. Uno persino in bici, guidando sotto la pioggia con l’unico braccio sano.

Dal francese: “smistamento, cernita”. Tutti passano dalla stanza denominata “triage”. In piedi, seduti o sdraiati che siano, prendono un numero e un colore su quattro. Quel colore parla di loro, racconta un po’ della loro storia, prevede qualcosa del loro futuro. Per esempio, il verde porta una buona notizia e una cattiva: la buona è che le cose non vanno poi così male. E puoi ringraziare il tuo Dio, per questo.

La cattiva è che non sei una priorità e sei in un Pronto Soccorso del Centro Italia. E puoi maledire il tuo Dio per questo. Perché se anche si può parlare di Soccorso, di certo non si può dire che sia “Pronto”. Meglio mettersi comodi. Armarsi di santa pazienza.

Non sono qui per me, ma è come se lo fossi, tanto mi è cara la persona che accompagno.

Sediamo insieme mentre intorno a noi ruota un mondo dolente, impaurito, esausto. Mentre ci avvolge l’odore della paura e del vomito. Qualcuno scherza, prova a distrarsi mentre attende una visita per qualcosa che non sembra essere grave. Qualcun altro invece riceve la peggiore delle notizie, mentre incredulo si sorregge a chi accanto già versa le prime lacrime. Grande dolore e dignità si sommano in una sofferenza composta, piena di pudore, che mi costringe a distogliere lo sguardo.

Un povero cristo arriva saltellando. Gli danno una sedia a rotelle. È a un metro da me è non posso fare a meno di sentire che è caduto dalle scale. Ha una caviglia nera e gli dice assai male, perché “da noi la domenica pomeriggio l’ortopedico non accetta pazienti”. Nel senso che non c’è. Come anche l’otorino, del resto.

Ma pure questo tizio, che cazzo si va a rompere un osso la domenica pomeriggio, no? Cosa gli salta in testa? “Guardi che lei prima delle sette è impossibile che se ne vada da qui”, gli dice l’infermiera. “Ma io sono venuto in autobus e dopo le sette non ce ne sono più” risponde confuso il povero cristo, sintetizzando magistralmente la portata del suo piccolo dramma e dell’inadeguatezza di un sistema sanitario ormai allo sbando. Poi se ne resta lì seduto, in disparte sulla sua sedia a rotelle. La scarpa destra in grembo, ormai inutile. Un’icona vivente.

Intendiamoci, qui il personale è abbastanza umano e cortese. Fermo, come spesso è necessario essere di fronte all’isteria non tanto di chi soffre, quanto di chi accompagna. Eppure cortese. Peccato non abbia tregua, non possa mai fermarsi, sia schierato in numeri drammaticamente inadeguati. La cosa ha molti effetti collaterali: uno di questi è che gli infermieri diventano straordinari campioni del dribbling. Una roba da serie A.

Intanto alle mie spalle un gruppo di familiari assortiti corona la settima ora d’attesa commentando con fervore l’incontro Berlusconi – Renzi. Parte di loro è d’accordo, parte contraria e indignata. Qualcuno cita persino “spinosapuntoit”. Nell’insieme, l’effetto “bar dello sport” è potente e inesorabile, senza peraltro il conforto di un caffè al banco.

Presto il serrato confronto si evolve verso altri temi, quindi sconfina rapidamente nel calcio. Il bello è che la conversazione è identica a quella che l’ha preceduta: stessi verbi, stessi aggettivi, stessi costrutti, stessi protervia e qualunquismo. Sono cambiati solo nomi e sostantivi, che risuonano nella grigia sala d’attesa del Pronto Soccorso come una messa di requiem per questo paese sgangherato e senza futuro, dove la gente non distingue più la politica dal calcio, la sala d’attesa di un ospedale dallo studio di “Uomini e donne”,

Poi alla fine arriva il momento della visita, dell’inattesa umanità, della professionalità nonostante tutto. Nonostante i posti letto che non ci sono. Nonostante la selva di lettini buttati alla meglio nei corridoi. Dei pazienti accuditi dove si può, come si può. Perché nessuno resti indietro. Perché tutti, in qualche modo, ce la si possa fare. Perché il giuramento di Ippocrate non è solo un mucchio di parole.

E allora un po’ il cuore si rinfranca.

Fuori intanto piove che Dio la manda.