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Neanche le stelle cadenti sono più quelle di una volta

La notte di San Lorenzo è appena passata. Ancora per qualche giorno sarete con il naso all’insù a cercare luci cui affidare speranze e desideri. E’ nel vostro diritto, così come è nel mio ricordarvi che non sempre quello che si vede è ciò che sembra. Che le stelle cadenti non sono sempre stelle. E che magari l’unico modo per ottenere ciò che si vuole, è avere il coraggio di prenderlo saldamente con entrambe le mani quando ci passa accanto, invece di darsela a gambe sul più bello.

Visto che la superstizione è dura a morire, per ottenere il mio scopo non mi restava che riportare i fatti e ricorrere alla scienza: qualche mese fa ho infatti raccontato per “E se domani” quanta monnezza ci gira sopra la testa (monnezza che, attenzione, nello spazio abbiamo spedito noi), e quanto spesso questa abbia l’allegra tendenza a ricaderci sulla testa, mentre siamo lì a bearci scambiandola per un frammento di materia extraterrestre.

Dietro questi 15 minuti di servizio ci sono lunghe ricerche d’archivio, centinaia di chilometri macinati in macchina e a piedi, ore di riprese insieme al grande Alberto Fabi, decine di telefonate fatte dall’inarrestabile Giulia Soi, lunghe chiacchiere con esperti appassionati, una caccia spietata a immagini di copertura, svariate notti insonni passate al montaggio. Persino un intero pomeriggio trascorso in uno sfasciacarrozze romano, esperienza che meriterebbe da sola un racconto a parte.

Se ne avete voglia, dateci un’occhiata. ;)

Una panchina

Tempo fa ho scritto questa cosa breve e l’ho pubblicata su Facebook. Come ogni altra cosa che inghiotte il social di Zuck, era andata persa. La rimetto qui, con una precisazione: a differenza di altre cose che avevo pubblicato in precedenza, questa è in parte opera di fantasia. L’ho scritta seduto su una panchina davanti alla sede di Stand by Me, in una pausa durante la lavorazione di “E se domani”.
L’ho scritta assemblando cose diverse viste in momenti diversi, ma che sentivo avrebbero dovuto stare insieme per raccontare una storia, spiegare un principio. E dire qualcosa di me, col giusto garbo.

Siedo. Sono arrivato in anticipo. Una panchina libera era una tentazione troppo forte. Qualche minuto per me. Ancora qualche istante.

La gente passa. Qualcuno va di fretta. Qualcun altro perde tempo, esita, guarda le vetrine. Sfila il telefono di tasca e lo consulta distrattamente. Forse aspetta. Forse.

C’è posto accanto a me. Un anziano signore si siede. Nel farlo, fatica come se si stesse alzando. Trova la posizione. Si aggiusta. Sospira. E’ ben vestito. Di tutto punto. Avrà almeno novant’anni. E con la sfrontatezza di chi ha un’età in cui tutto è permesso, dopo qualche istante si gira a guardarmi. Mi fissa. Sorride.

“Il fumo fa male, sa?”, mi dice. Potrei ignorarlo, girarmi dall’altra parte. Non lo faccio. “Ha ragione”, rispondo, “ma a volte è necessario”. Ride. In modo strano in verità. Una via di mezzo tra un borbottio e un’esclamazione. Disapprova.

Si guarda un po’ intorno e penso che la nostra conversazione sia finita. Ricomincio a studiare i passanti, i loro gesti. Una donna attira la mia attenzione. Parla ad alta voce, quasi grida, mentre una lacrima scende lungo il suo viso. “Ma che uomo sei?” chiede a chi, da qualche parte, l’ascolta al telefono. Accelera e la vedo scomparire lungo via Cola di Rienzo, portandosi via il suo dramma e la sua vita.

“E’ sempre così”, dice il vecchio accanto a me. Reagisco come risvegliandomi da un sogno: “Prego?”. “Corrono con quegli affari nelle orecchie parlano da soli, passano e se ne vanno, ridono e piangono. Non sa quanti ne vedo”.

Non posso resistere alla tentazione: “E che idea si è fatto?”, chiedo. Si alza. lentamente. Uno sforzo enorme. Un movimento lento, a sfidare gli anni e la gravità. Vorrei aiutarlo ma sento che non devo. Che non vuole. “Tutte queste diavolerie, questi cellulari e le altre cose, e ‘sta gente è sempre sola. Sempre più sola. Buona giornata”.

“Arrivederci”, dico. Poi abbasso di nuovo lo sguardo verso il mio iphone.

Lo rimetto in tasca.

(Good) State of the Net 2013

C’è bisogno di qualità. C’è bisogno di sostanza. C’è (grande) bisogno di contenuti, idee, prospettive. Perché la conoscenza è potere, il potere di cambiare le cose. Anche in questo povero, vecchio, stanco Paese in ginocchio.

state of the netC’è bisogno di confronto, di testimonianze fresche, raccolte dentro e soprattutto fuori dai nostri confini.

C’è bisogno di Internet, degli strumenti e tecnologie abilitanti che essa porta in dote, tanto quanto di saperli comprendere a fondo, osservare dall’alto, da lontano. Di inquadrarli in un sistema, disporli lungo il filo di uno storytelling sapiente e capace di raccontarne passato, presente e soprattutto futuro.

C’è bisogno di sano networking consumato bevendo dell’ottimo vino a due passi dal mare.

C’è bisogno di gente capace, che sappia rendere tutto questo possibile.

C’è bisogno di  State of the Net. E se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

 

 Scatti da State of the Net 2013

 

Il servizio di Celia Guimaraes per Rainews24

 

State of the Net è Rock (playlist dell’evento)

Lost in Tel Aviv

A fine ottobre 2012 ero a Tel Aviv con Luca per seguire il DLD. Era un momento “complicato” e avevo voglia di scrivere. Così ho cominciato a raccontare su Facebook qualcosa di quello che vedevo. Cose brevi, che ho amato scrivere, dove mi diverto a raccontare le peripezie alla dogana, una corsa unica, la visita a Gerusalemme o l’incontro con il Presidente Shimon Peres e altro ancora.

Facebook aveva inghiottito e nascosto questi racconti. Li riporto alla luce qui, nella mia casa digitale che per troppo tempo ho trascurato.

“Benvenuto”

Esco dall’aereo con tutti gli altri. Il poliziotto è alla fine di un lungo corridoio, oltre il finger.

621259_10151080046547466_1067512759_oMi vede. Mi punta. Mi aspetta. Mi ferma. Vuole il passaporto. Lo guarda: “Via gli occhiali”. “Ero ancora giovane”, dico io scherzando. Lui, un’espressione impenetrabile. “Ha un altro documento?”. Favorisco la carta d’identità. “Sarebbe un giornalista?”. Favorisco il tesserino. Non è convinto. Mi scruta. Mi riscruta. “Mi segua”, dice.

Stanza spoglia e angusta. “Apra la borsa”. Tiro fuori tutto. Macchina fotografica, obiettivi, iPad, macbook, stampate prenotazioni, sigarette, accendini, cellulare di riserva. Non li guarda né tocca. Mi scruta. 5 interminabili minuti. “Può andare”, dice.

Non gli stavo simpatico. Lo vedi che la cosa è reciproca?

Dall’alto

415625_10151080039832466_460088600_oUna luna pigra e riversa mi guarda dal cielo. O forse mi ignora, ma con classe. Ci sta. Da una terrazza splendida vedo lo skyline di Tel aviv. Qui fa buio presto la notte è scesa in fretta. Annoiata. Sbrigativa.

Aspetto. Un’ambulanza si ferma lungo la strada. Qualcuno forse ha bisogno di aiuto. Poi va via a luci spente, e raramente è un buon segno.
Soffia il vento e sa di mare, di storia. Di vite vissute che non so comprendere. La sirena di un’altra ambulanza urla lontano, ma non troppo. Riesco anche a vederla passare. Sembra di essere a Roma, Londra, Parigi, Berlino, New York.
Quando parti il mondo sembra enorme. Quando arrivi le distanze si annullano, ti accorgi che è fin troppo piccolo, allo stesso modo ferito e indifeso, in continua evoluzione.

Poi capisci: il mondo è negli occhi di chi lo guarda.

L’incrocio

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Being a “web guru” the italian way

How it is:

Choose a topic, find out what the crowd is thinking, say the opposite, be annoyed and arrogant, criticize, never suggest solutions.

How it should be IMHO:

join the conversation, listen, learn, be proactive, be passionate, suggest solutions, tell the story, spread the love, keep searching, keep learning.

And stay humble, for God’s sake!

Bontà loro

Su Wired, in un pezzo “domenicale” intitolato “Twitter, 50 italiani da seguire“, hanno gentilmente pensato di contare anche me.

Ringrazio per la fiducia, tuttavia mi sembra anche l’occasione buona per citare una delle battute di Groucho Marx che preferisco:

“Please accept my resignation. I don’t want to belong to any club that will accept people like me as a member”