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Editori, nuovi modelli di business cercansi

Breve rassegna di news dal mondo dell’editoria planetaria in lotta per la propria sopravvivenza:

2010, l’anno degli e-reader
Secondo Pcworld, l’anno prossimo il decollo delle vendite sancirà finalmente il successo di pubblico per strumenti come Kindle (Amazon), Nook (Barnes & Noble) e la sempre più folta compagnia di loro competitor. Le ragioni sono poche e semplici: “il prezzo è finalmente giusto; sono facili da usare; la tecnologia è in continuo miglioramento; Google sta rendendo disponibili migliaia di libri da scaricare gratuitamente; usare questi oggetti è divertente e leggere fa bene”.

USA, gli editori lavorano all’iTunes delle news
Si vocifera (e la soffiata è del New York Times) che negli USA editori del calibro di Time Inc., CondeNast e Hearst stiano creando insieme un negozio online in stile iTunes, attraverso il quale vendere edizioni digitali (ma anche a stampa) delle loro riviste. Sarebbero previsti persino formati compatibili con cellulari come blackberry e iPhone e con i principali e-readers, segno che gli editori non vogliono proprio lasciare nulla di intentato per salvare la baracca.

L’Independent “le prova proprio tutte”:
Scrive Giuseppe Granieri:

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Wikipedia, “contributors” in fuga?

Con 325 milioni di visitatori al mese e tre milioni di contributori attivi, Wikipedia è uno dei più riusciti esperimenti di crowdsourcing al mondo, oltre che il quinto sito per importanza nel web mondiale. Una repository del sapere universale raccolto con il contributo di molti e fruibile a tutti. L’enciclopedia del presente e del futuro.

Uno dei miracoli di Internet reso possibile dalla collaborazione e dalla buona volontà degli utenti che ora, come annuncia il Wall Street Journal citando una ricerca spagnola, improvvisamente vede moltiplicarsi per dieci il numero di “contributors” che abbandona l’attività.

Nei primi tre mesi del 2008 erano stati 4900 i volontari a voltare le spalle a Wikipedia: un calo fisiologico, che in passato era stato regolarmente compensato dal subentro delle “nuove leve”. Ora però la ricerca condotta da Felipe Ortega presso l’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, rivela che le defezioni sono state ben 49mila nel solo primo trimestre 2009.

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News online a pagamento, cosa rispondono gli utenti?

Se il futuro delle news online fosse a pagamento, in quanti sarebbero disposti a pagare? E quale cifra? Queste sono probabilmente due delle domande che in questi mesi più tormentano gli editori di tutto il mondo, assediati come sono dalla pesante crisi di settore in atto, dalla necessità di trovare nuovi modelli di business e dalle pressioni indirette generate dalle “rivoluzionarie” iniziative promesse dal magnate dei media australiano Rupert Murdoch.

Qualcuno ha provato a dare delle risposte: il Boston Consulting Group (BCG) ha realizzato una ricerca (citata dal New York Times) che, a conti fatti, non sembra essere esattamente foriera di buone notizie per il settore, specie per chi lavora con il pubblico statunitense.

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Augmented Reality

Immaginate di essere per strada in una città che non conoscete e che visitate per la prima volta. Siete appena arrivati e avete bisogno di un ristorante o di un albergo, di organizzare insomma la vostra permanenza.

Senza pensarci troppo tirate fuori dalla tasca il vostro smartphone, avviate l’Augmented Reality (AR) browser e, in un attimo, sullo schermo compaiono informazioni su ristoranti ed alberghi più vicini, sulla presenza di servizi di trasporto come tram e metropolitane e persino cenni storici sui palazzi più antichi. Il tutto perfettamente sovrapposto (ed è qui la vera innovazione) all’immagine che la telecamera del vostro dispositivo raccoglie in tempo reale dal mondo che vi circonda.

Fantascienza? Tutt’altro.

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Murdoch pronto a fare a meno di Google

Nel post precedente raccontavamo del magnate Rupert Murdoch, della sua intenzione di far pagare gli utenti per tutti i contenuti prodotti dalle sue testate online e, infine, di come l’inizio di questa vera e propria rivoluzione sembri ora destinato a slittare avanti nel tempo per ragioni imprecisate.

Ora scopriamo che il tycoon australiano ha deciso di rilanciare con forza il suo progetto aggiungendo un importante tassello: durante una lunga intervista rilasciata a Sky News Australia, Murdoch ha infatti spiegato che, quando i contenuti delle sue testate online diverranno accessibili solo agli utenti abbonati, farà anche in modo che essi vengano rimossi dal Google Search Index.

Lo scopo è evidentemente quello di impedire che le notizie prodotte dalla News Corp finiscano nell’aggregatore Google News. L’effetto collaterale, tutt’altro che trascurabile, è  l’esclusione delle testate controllate dal magnate australiano anche dal motore di ricerca Google.

News online a pagamento, la rivoluzione può attendere

Mentre la stampa di tutto il mondo lotta alla ricerca di nuovi modelli di business, in Australia vacillano persino le certezze del magnate Rupert Murdoch. La notizia è sulla bocca di tutti: dopo aver annunciato che entro un anno tutte le sue testate online avrebbero presto iniziato a diffondere solo contenuti a pagamento, ora veniamo a sapere dalle sue stesse parole che la piccola “rivoluzione” potrebbe slittare avanti nel tempo. Di quanto, non è dato sapere con certezza.

Visto che non capita spesso di vedere il tycoon australiano vacillare nelle proprie ferree convinzioni, l’evento merita un pizzico di approfondimento.

Tutto ha inizio lo scorso agosto, quando Murdoch annuncia al mondo la sua intenzione di rendere a pagamento tutti i siti d’informazione di sua proprietà entro l’estate successiva. Considerando l’estensione e l’influenza del suo impero mediatico, le sue affermazioni risuonano subito come una cannonata in tutto il settore. Riportava all’epoca il Guardian:

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Mainstream media, rivoluzione in corso

Che la rivoluzione in corso, scatenata dall’avvento della Rete prima e dei nuovi media poi, stia sconvolgendo il mondo dell’informazione “tradizionale”, è dato sotto gli occhi di tutti. La crisi economica che ha pesantemente impattato sui mercati di tutto il pianeta negli ultimi tre anni, e della quale solo ora s’inizia a intravedere la fine, ha solo accelerato un processo già da tempo in moto.

La diffusione di Internet e delle “tecnologie abilitanti” che essa porta in dote ha messo a disposizione della gente potenti strumenti di comunicazione che, solo pochi anni fa, erano costoso appannaggio esclusivo dei soli professionisti dell’informazione. Molti ne hanno fatto e ne fanno un uso personale, altri ancora ne hanno in qualche modo abusato generando molto “rumore”. Un numero significativo di “talenti” ha tuttavia saputo cogliere al volo l’enorme opportunità messa a loro disposizione diventando rapidamente una fonte autorevole di informazioni.

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