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Sculpteo, la stampa 3D alla portata di tutti

Con Sculpteo puoi personalizzare gli oggetti di design direttamente dall’iPhone. E anche creare una tazza o un vaso in ceramica con il tuo profilo. Al Next Berlin incontriamo Clément Moreau, Ceo dell’azienda francese

Berlino – Un cittadino americano – che per rispetto della privacy chiameremo John Smith – ha appena avuto un figlio e vuole celebrare il lieto evento. Dare una festa sembrava poco e scontato. Men che meno si sarebbe accontentato di portare dei fiori alla moglie. Troppo banale.

Si poteva fare di più e meglio. Si poteva per esempio realizzare il modello 3D di un servizio completo da caffè con tazzine che avessero in leggero rilievo il profilo del piccolo Smith Junior, caricarlo sul sito di un’azienda specializzata in stampa tridimensionale, aspettare qualche giorno e quindi vedersi recapitare a casa un set unico al mondo. La commozione era garantita. La sorpresa della signora Smith anche.

Non è fantascienza di quella che sarebbe piaciuta Philip K. Dick, ma pura e semplice realtà. Il signor Smith esiste ed è tra i clienti dell’azienda francese Sculpteo, la cui missione è “mettere a disposizione del mercato di massa la tecnologia di stampa 3D”, come mi spiega lo stesso Ceo, Clément Moreau.

Base a Parigi, 12 dipendenti, una stamperia 3D affollata da un numero imprecisato di costose e modernissime macchine che lavorano plastica, resina e anche ceramica, Sculpteo nasce due anni e mezzo fa grazie all’intuizione che anticipava l’esplosione – in corso in questi mesi – dell’interesse per
la stampa 3D, strumento preferito dei makers di ogni dove. Ma anche di grandi aziende che “desiderano essere parte della 3D printing revolution senza investire una fortuna in macchinari”.

Un piccolo miracolo tutto francese, con clienti e contatti in tutto il mondo: “In parte con i nostri mezzi e in parte ricorrendo all’outsourcing, rendiamo accessibile a tutti questa splendida tecnologia in due modi”, racconta Moreau mentre siede nello stand al Next Berlin 2012. “Il primo è attraverso il nostro sito, dove qualsiasi utente può caricare il suo design 3D, editarlo, personalizzarlo e quindi richiederne la stampa. Noi poi provvediamo a realizzarlo e ne curiamo la spedizione in tutto il mondo”. Il secondo modo, reso possibile dalla diffusione delle tecnologie di cloud computing, è forse ancora più interessante, perché getta le basi per la creazione di un nuovo mercato: “All’inizio di quest’anno abbiamo presentato al Ces di Las Vegas il nostro 3D printing Cloud Engine, ovvero un servizio basato sulla nuvola che consente ai
retailer online di integrare facilmente la nostra tecnologia e i nostri strumenti nei loro negozi digitali, che così iniziano a vendere oggetti stampati in 3D”.

Un esempio su tutti per spiegare le molte possibili applicazioni di questa tecnologia: …

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Quando ogni cosa sarà linkata

Parlare delle cose non è la stessa cosa che parlare con le cose. L’intervista al Next di Berlino per Wired.it con Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG

Berlino – C’è chi crede che anche gli oggetti abbiano un’anima e chi invece sostiene che dovrebbero avere un profilo su Facebook. O che almeno meritino un’identità digitale univoca e sempre riconducibile a loro, un nome e cognome digitali assegnati loro sin dalla nascita. In fondo siamo al Next Berlin 2012, uno degli eventi più importanti tra quelli in Europa dedicati a tecnologia e innovazione: in pratica l’unico posto dove ci si può sentir dire che anche un fustino di detersivo ha diritto ad avere un’identità online. E che questa può esistere senza neanche bisogno di connettere al web il fustino in questione tramite apposito modulo wi-fi.

Follia? Niente affatto. Per capire meglio di cosa si parla, basta partire dall’inizio: “Sempre più persone hanno un account su Facebook, dove costruiscono un profilo che le identifica in maniera univoca partendo da nome e cognome”, spiega Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG. “Se lo stesso venisse fatto con qualsiasi oggetto o prodotto, se a ogni cosa si assegnasse una ID che ne identifichi univocamente la sua rappresentazione digitale, ecco che si aprirebbero prospettive molto interessanti”.

Già, perché se diamo un’ identità digitale agli oggetti fisici, se ogni cosa – dal sapone per i panni a una singola automobile – può avere in Rete la proprio url, allora “possiamo creare tutta una serie di servizi innovativi intorno ad esse”. E quando l’utente cerca in Rete un prodotto, se lo trova stabilisce con esso una connessione, uno scambio di informazioni in entrambe le direzioni: da una parte ci siamo noi che raccogliamo informazioni sul prodotto; dall’altra il prodotto stesso, ora dotato di un’identità, diventa un canale aperto di comunicazione bidirezionale tra chi lo ha prodotto e chi lo compra, che cede informazioni sui propri gusti e interessi. E che intorno a questo o a quel prodotto può avviare una conversazione con altre persone.

A questo punto si potrebbe obiettare che ciò già avviene ogni volta che un utente pubblica un commento o una foto su Facebook, ad esempio per dire qual è la sua bibita preferita. Hobsbawn non è d’accordo: “La grossa differenza qui è che oggi gli oggetti di cui le persone parlano online non hanno una loro identità univoca cui fare riferimento. Quando postiamo su Facebook la foto di un prodotto, tutto ciò che facciamo è riferire quell’oggetto a noi stessi, perché noi abbiamo un profilo mentre la cosa che descriviamo no, in quanto essa non vive da nessuna parte nella Rete”.

Messo di fronte all’uso del verbo vivere per definire la presenza in Rete di un oggetto, ho un attimo di cedimento….

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Intervista con Nerio Alessandri, startupper ante litteram (più “bonus track”)

Sempre più pigrilentisvogliati gli esseri umani si avviano inesorabilmente verso l’immobilità, prigionieri di una vita sedentaria apparentemente senza via d’uscita.  A poco serve sapere che “il nostro corpo è ‘progettato’ per fare almeno trenta chilometri al giorno”, come ricorda Nerio Alessandri, presidente e fondatore di Technogym. “La verità è che negli ultimi cento anni siamo passati d a 30 a 15 chilometri giornalieri; negli ultimi venti anni da 15 a un solo chilometro e, infine, negli ultimi tre anni, da 1 a meno di 0,5″. Può andare peggio di così? Pare di sì: “Se non si inverte la tendenza, presto saremo sotto una media di 300 metri al giorno”.

Muoversi è dunque la parola d’ordine perché “sotto il profilo mentale e metabolico il corpo soffre terribilmente la sedentarietà. È come tenere una macchina sempre in garage: si sgonfiano le gomme, si scarica la batteria, arriva la ruggine. Ma c’è modo e modo: spesso chi fa attività fisica la vive come un evento isolato nella giornata, come un compito più o meno ingrato a cui sottoporsi per curare il proprio aspetto. Il sacrificio rituale da compiere in nome dell’apparire. Ed è l’approccio più sbagliato possibile”.

Lasciamo perdere gli sportivi di professione, che fanno conto a parte: quello che serve per tutti gli altri è uno stile di vita diverso, fatto di piccole scelte solo apparentemente ovvie, oltre che di esercizi e attività fisica mirati fuori e dentro la palestra. Un costante impegno a interrompere la sedentarietà con tanti piccoli gesti che si rende necessario perché  - come confermano a più riprese studi medici di ogni genere – di sedentarietà si muore.

L’ultimo memento mori arriva dall’Australia, e più precisamente dall’Università di Sydney, dove un gruppo di ricerca ha interrogato circa 200 mila persone con età media di 45 anni fra il 2006 e il 2008 per poi concludere che – senza troppa sorpresa -  restare seduti a lungo fa male ai vasi sanguigni e al metabolismo. Bella scoperta, direte voi. Il problema è quanto male: secondo il coordinatore della ricerca Hidde van der Ploeg, le persone che restano sedute più di 11 ore al giorno hanno il 40 per cento di possibilità in più di morire entro tre anni rispetto a coloro che restano seduti per meno di 4 ore. C’è poco da stare allegri. E molto da cambiare nelle nostre abitudini.

Ben venga dunque una nuova filosofia del movimento. Ognuno può chiamarla come preferisce. Alessandri nel ‘91 l’ha battezzata Wellness coniando un termine intorno a cui – da buon imprenditore – ha costruito una multinazionale presente in cento paesi, con 25 milioni di persone che ogni giorno si allenano grazie a 52 mila istallazioni fra Tapis roulantcyclettestepper e quant’altro

Non male per uno che ha cominciato in un garage nel 1983, quando a 22 anni progettava e costruiva con le proprie mani le prime macchine da allenamento (la seconda, chiamata Unica, è ancora tra le più vendute del marchio).

“Non avevo telefono – racconta il presidente di Technogym - e per gestire gli ordini in parte ricevevo chiamate a casa di un parente, in parte mi chiudevo in una cabina telefonica pubblica con intere sacche di gettoni al seguito”

Startupper ante litteram, oggi Alessandri guida un’azienda italiana con la maggior parte del fatturato all’estero e con 2500 dipendenti, 200 dei quali impegnati in ricerca e sviluppo. Che da 5 olimpiadi è fornitrice esclusiva dei Giochi, “straordinario banco di prova con la crema dello sport mondiale”. E che fa soldi promuovendo uno stile vita sano da cui tutti traggono giovamento: “Lo Stato, perché spende meno in Sanità, le aziende perché dipendenti più sani lavorano meglio e sono più creativi, e ovviamente le persone, che stanno meglio e sono più felici”.

E se l’attività fisica non deve essere un fatto episodico ma uno stile di vita, ecco che nuove opportunità di business: necessario seguire l’utente ovunque esso vada e motivarlo passo dopo passo a fare scelte salutari, come camminare o fare una rampa di scale invece che prendere l’ascensore. Per far ciò Technogym, ha da qualche tempo messo sul mercato la MyWellness key, un dispositivo che ti segue ovunque e misura la tua attività grazie a un accelerometro controllato da un software dedicato. “La chiave è un ‘motivatore’: per i primi 5 giorni ti dà un obiettivo e ti studia, mentre dal sesto giorno inizia a darti compiti coerenti con il tuo stile di vita – spiega Alessandri - Se sei sportivo ti spinge ad allenarti, se sei sedentario ti stimola a muoverti”. Alla fine della giornata, l’utente vede su un display quanto ha completato del suo obiettivo, e poi può caricare i risultati sul sito MyWellness.com, dove ha un profilo che riassume ogni sua attività e gli consente di fare un bilancio.

Niente social networking o integrazione con piattaforme online dedicate? “Entro la fine dell’anno provvederemo anche a quello”, anticipa Nerio Alessandri, confermando come l’aspetto del confronto e della condivisione online sia sempre più importante nell’esperienza quotidiana delle persone.

Anche quando devono mantenersi in forma.

nota: Questa intervista con Nerio Alessandri, Presidente  Technogym, è stata realizzata per Wired.it e originariamente pubblicata qui. Aggiungo in questo post un’integrazione: quando nel 2008 intervistai Tim O’Reilly per il IlSole24ore, l’editore americano mi raccontò la storia di come era diventato uno dei Web Evangelist più noti al mondo. Ripescando dal mio archivio:

«Nel 1992 assumemmo un nuovo responsabile pr per il lancio del libro “The Whole Internet User’s Guide & Catalog”. Al tempo, fu proprio lui a spiegarmi – racconta O’Reilly – il principio fondamentale per cui le persone non si interessano ai libri, ma alle idee e che quindi dovevamo lavorare per vendere quest’ultime». Così facendo, la vendita dei libri, ovvero del supporto cartaceo a quelle stesse idee, si sarebbe quasi trasformato in qualcosa di molto simile ad un benefico “effetto collaterale” dell’essere “opinion leader” del settore.

Ha funzionato? Due elementi a sostegno del sì: in primo luogo, il libro “The Whole Internet User’s Guide & Catalog” ebbe un enorme successo, fu il primo testo su Internet a diventare popolare e venne presto indicato dalla dalla New York Public Library come uno delle pubblicazioni più significative del 20esimo secolo. In secondo luogo che Tim O’Reilly è diventato negli anni uno dei più accreditati divulgatori della Rete nonché un editore di grande successo.

E’ il marketing delle idee. Riporto questo passaggio perché, parlando con Alessandri, mi sono reso conto che in qualche modo lui ha fatto qualcosa di simile: non ha semplicemente lavorato per vendere macchine e strumenti da allenamento, ma fin dall’inizio ha investito su un’idea, quella della “Wellness”, dove l’uso dei macchinari è solo una parte (per quanto importante) della ricetta per vivere meglio.

Un buon insegnamento per tutti.

 

 

Giornalisti e citizen journalist, c’è posto per (e bisogno di) tutti

Internet fa bene o male al giornalismo? Una domanda ricorrente, che da anni risuona nei convegni, durante i telegiornali, persino davanti ai banconi del bar. Ma se la domanda non è cambiata, a mutare nel tempo è stata sicuramente la risposta. All’inizio, l’opinione diffusa tra gli operatori del settore era che blog prima e social network poi fossero come una pistola carica nelle mani di giornalisti improvvisati, incapaci di verificare le fonti o distinguere la verità dalle fandonie, ma in compenso abilissimi nel diffondere e rilanciare balle incontrollabili e spesso anche pericolose.

Questo forse in parte era vero e in parte –obiettavano gli entusiasti del nuovo “giornalismo dal Basso” – un tentativo estremo ed inutile della stampa di difendere posizione, ruolo e privilegi. Quale che fosse la ragione, quel periodo di duro confronto sembra essere ormai alle spalle: la conferma arriva da alcune testimonianze raccolte durante la seconda giornata del Social Media World Forum a margine di un panel dedicato a “Social media and the news”. Il primo a dare un’idea precisa del nuovo corso è Mark Jones, Global Community Editor per Reuters, secondo il quale “i media sociali stanno migliorando il giornalismo, perché mettono a disposizione di chi fa informazioni nuove e valide fonti, diffondendo informazioni in un formato chiaro e semplice da usare”.

Gli fa eco Nick Petrie, Social Media & Campaigns Editor per The Times, che arricchisce il quadro sostenendo che “uno dei principali cambiamenti introdotti nella professione dall’avvento dei social media è che i giornalisti non hanno più il controllo delle storie che raccontano”, perché nel momento in cui le pubblicano esse appartengono ai lettori. Questi si guardano bene dal fruirle passivamente e le rilanciano, integrano, commentano oppure demoliscono mentre ci costruiscono intorno una conversazione alla quale il giornalista può e deve partecipare, che può provare a indirizzare ma che non può governare. E questo perché, dice sempre Petrie, nel moderno mondo dei media, “una volta pubblicata, la storia di ognuno diventa la storia di tutti”.

In questo contesto incredibilmente dinamico, dove l’ informazione è liquida e scorre ad altissima velocità, il mestiere del giornalista non passa certo di moda, ma assume una funzione nuova e richiede nuove skill: se infatti è vero che la “verifica delle nuove fonti è ancora una forma d’arte in via di definizione” – come ammette ironicamente Mark Jones – altrettanto vero è che il lavoro del giornalista si focalizza sempre di più sulla “content curation”, ovvero sulla selezione, la verifica dell’attendibilità, la cura (di forma, struttura), e la presentazione dei contenuti giornalistici dispersi nel world wide web. Oltre che ovviamente la produzione di approfondimenti ed analisi.

E se la cura dei contenuti diventa centrale alla professione, magari agevolata dal fatto che i social media consentono al giornalista di sentire il polso del lettore e capire cosa gli interessa davvero, allora la velocità di pubblicazione passa – finalmente – in secondo piano. Perché nessuna testata, per quanto grande, può competere con un esercito composto da milioni di potenziali citizen journalist, e perché il fattore differenziante, il focus del lavoro giornalistico diventa l’analisi delle cose e dei fatti. Che per definizione richiede tempo.

“Il giornalismo è cambiato, passando dal controllo dell’agenda delle notizie alla content curation e alla produzione di contenuti di qualità”, spiega infatti Peter Bale, Vice Presidente e General Manager per Cnn. Che poi sentenzia: “Un pezzo di 600 parole pubblicato due giorni dopo un evento ormai è morto in partenza. Oggi è tutto breaking news da 140 caratteri cui devono fare seguito approfondimenti di qualità”. Ed è qui che i professionisti del mestiere possono e devono fare la differenza.

Altro tema emerso a Londra riguarda la presenza del giornalista in rete: nel web sociale, dove la personalità emerge prepotentemente dietro la professionalità e dove il confine tra pubblico e privato diventa labile fino a sparire, “ogni giornalista è un brand” – afferma ancora Peter Bale – e deve svolgere un ruolo di ambasciatore presso gli utenti, contribuendo in prima persona all’immagine e alla credibilità della propria testata.

E quando infine chiediamo agli intervistati quali sono secondo loro le abilità fondamentali che ogni giornalista moderno dovrebbe avere, questi rispondono all’unanimità: deve abitare e conoscere i social media, sapere mettere in relazione fatti, notizie e fonti per effettuare puntuali verifiche incrociate e, soprattutto, deve essere (molto) scettico.

NB: Questo pezzo è tratto da Wired.it dove è stato pubblicato sotto licenza Creative Commons.