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Lo “scandalo” PayPerPost/2

Dell’iniziativa firmata dal “magnate” Ted Murphy abbiamo già detto. Mi preme qui segnalare, dopo il risalto ottenuto all’interno della blogosfera, come lo scandalo stia conquistando l’attenzione anche dei main stream media (msn) italiani: è il caso di Mytech.it, dove Nicola d’Agostino ci restituisce una valida ricostruzione dei fatti poi rilanciata tale e quale anche su Panorama.it. Segno che il dialogo tra blogosfera e msn sta (seppur lentamente) migliorando.

Rocketboom perde la “testa”

Rocketboom.com, con i suoi 300mila utenti unici, è forse il video-blog più visto al mondo. Alla sua “trasmissione” quotidiana, condotta con straordinaria verve dall’attrice professionista Amanda Congdon, va l’indubbio merito di aver destato l’interesse del grande pubblico, dei media tradizionali ma anche e soprattutto degli inserzionisti, che hanno finalmente intravisto il valido potenziale pubblicitario di certa parte del web 2.0. Ora però il popolare video-blog vive la sua prima, gravissima crisi: proprio come accade nei media tradizionali, un’inferocita Amanda Congdon ha improvvisamente lasciato il programma a causa di contrasti insanabili con i suoi business partner e gli autori del programma sono già in cerca di una possibile alternativa. Visti i precedenti, forse è la prova definitiva che il video-blog è un media maturo.

Per saperne di più:

– WashingtonPost.com: “Popular News Anchor Leaves Video Blog Site

I blog de L’Espresso

Loic le Meur, capo supremo di Six Apart Europe, ci informa dal suo blog personale che oggi sono stati ufficialmente lanciati “the blogs of L’espresso”. I risultati li potete vedere da soli, sempre a patto che riusciate a visualizzare l’apposita pagina allestita sul sito del settimanale edito da De Benedetti: chiunque può crearsi il proprio blog sfruttando la tecnologia TypePad (Six Apart) scegliendo tra quattro possobili soluzioni. La prima gratuita, le altre a pagamento.

Il MacBook “stinge”, la protesta è on line

Macchie tanto inspiegabili quanto antiestetiche minacciano l’onore della Apple: un centinaio di utenti, inferociti dal fatto che i case dei loro MacBook “stingono” dopo appena tre settimane d’uso, si è unito ed ha aperto StainedBook, un sito attraverso il quale coordina la propria accorata protesta. Ce lo segnala oggi Punto Informatico che, tuttavia, “dimentica” di registrare la significativa presenza nel sito di un blog dove vengono raccolte (e quindi efficientemente rilanciate nella rete) tutte le news relative alla “crisi”. Sospendendo il giudizio sull’effettiva gravità del problema, trovo interessante sottolineare come il “megafono” della rete stia rapidamente abituando il cliente medio alla “tolleranza zero” verso i produttori dei beni che acquista. Con buona pace di chi vorrebbe lavare i panni sporchi in famiglia.

Aziende, ne ferisce più il video che la spada

Cinquantotto secondi. Tanto è bastato ad un utente di YouTube per demolire l’immagine della statunitense Comcast. Un video della durata inferiore al minuto, nel quale un testo che denuncia i disservizi dell’azienda si alterna alle immagini di un tecnico Comcast che dorme beato sul divano del “regista”: secondo l’autore del filmato, l’uomo è letteralmente svenuto dal sonno dopo ore di attesa al telefono con i suoi colleghi mentre cercava inutilmente di attivare un collegamento ad internet. So cosa state pensando; vi chiedete se sia tutto vero ed io certo non so rispondervi. Quello che so è che fa poca differenza: le aziende dovrebbero finalmente comprendere come la rete abbia cambiato le abitudini dei loro clienti e dato (una potente) voce alle loro proteste. Una voce che non possono controllare o censurare, ma che devono ascoltare e alla quale possono anche rispondere a tono, purchè usino lo stesso linguaggio e rispettino le stesse regole.

Lo “scandalo” PayPerPost

L’idea di PayPerPost è piuttosto semplice: avete un blog di successo? Volete guadagnare dai 5 ai 10 dollari a post? Recensite un prodotto segnalato da noi e incasserete dollaroni sonanti. Ora, io non sono certo tra coloro che si battono in difesa di una malintesa purezza di blog, eppure sento lezzo di scandalo. E non sono il solo: secondo Cnet, ci troviamo di fronte ad una “cosa molto, ma molto brutta“, mentre per Business Week l’iniziativa rischia di “inquinare la blogosfera“. Il vero problema riguarda la natura dell’accordo e di come questo possa minare la credibilità dei blogger: quando Hugh Macleod ha invitato la blogosfera a recensire del vino, ha chiesto semplicemente di parlarne, bene o male che fosse. Qui si pagano i blogger esclusivamente per parlare bene di un prodotto, con un redattore che poi controlla e decide se pagare o meno il blogger. Cosa ancora più grave, i blogger non sono tenuti a spiegare che dicono ciò che dicono perchè pagati. La domanda che rivolgo a PayPerPost è: perchè ciò che è semplicemente improponibile per un giornalista, dovrebbe invece andare bene per un blogger?

UPDATE: Blogs4biz intervista il CEO di PayPerPost Ted Murphy

Più corporate blog per tutti?

La scorsa settimana, un’agenda fitta d’impegni mi ha fatto perdere una notizia che meritava di essere discussa con voi. Rimedio subito: l’istituto di ricerca JupiterResearch ha pubblicato un rapporto nel quale si afferma che il “35 percent of large companies plan to institute corporate Weblogs this year. Combined with the existing deployed base of 34 percent, nearly 70 percent of all site operators will have implemented corporate blogs by the end of 2006”. Ora io mi chiedo, semplicemente, di che cosa stanno parlando? Quali sono e con quali criteri vengono individuate le “large companies” di cui il 34 per cento avrebbe già un blog? Quali aziende rientrano invece in quel 35 per cento che entro i prossimi 6 mesi dovrebbe gettarsi a capofitto nel corporate blogging? Come rapportare questo dato a quello, ben meno ottimista, fornito dal Fortune 500 Business Blogging Wiki? Peccato che per scoprirlo ci vogliano almeno 750 dollari, prezzo d’acquisto per singola copia del rapporto JupiterResearch. Voi cosa ne pensate?

La “bolla” del nanopublishing secondo Denton

“Esecuzioni sommarie”. Così il New York Times definisce i provvedimenti con cui Nick denton, Guru del blog network Gawker, si sta liberando di alcuni suoi blogger “poco produttivi”. E la notizia è proprio questa: mentre il mondo intero sembra sul punto di investire on line, Gawker si ridimensiona vendendo 2 dei suoi 15 blog, riorganizzando lo staff, licenziando gli “underperformers”. Follia? Non secondo lo zio Nick che, sardonico, spiega:

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InToscana.it inciampa sui blog

E’ nato il portale InToscana.it, realizzato per offrire “servizi on line a cittadini, turisti e imprese”. I contenuti sono curati in gran parte dall’Ansa, mentre il progetto, concepito dalla Regione Toscana e dal Monte dei Paschi di Siena, è stato realizzato da Fondazione Sistema Toscana. Passi la grafica, sebbene le scritte in grigio su sfondo bianco riusltino piuttosto stancanti da leggere. Quello che (almeno per ora) disturba è la presenza di una sezione dedicata ai blog che ne ospita tre così caratterizzati: grafica anonima identica a quella del sito; pochissimi post (du su tre ne hanno uno); mancanza di aggiornamenti (l’ultimo post risale al 1 giugno); mancanza di trackback; l’editor resta anonimo. L’unica nota positiva è la presenza di commenti aperti. Ora, se il progetto avesse preso sul serio i blog e la blogosfera, secondo voi il portale avrebbe debuttato in questo modo?

USA, il nano-publishing piace ai finanziatori

Rafat Ali, 31 anni, è il fondatore della “independent media and information company” ContentNext, azienda che produce Paidcontent.org. Rafat Ali è un “biz-tech journalist” che ha scelto di usare la rete e, soprattutto, il tool blog per esercitare la professione di giornalista e imprenditore a costi sostenibili. Un nanopublisher-editor insomma, che ha appena incassato “meno di un milione di dollari” di finanziamenti da parte del Venture Capitalist Alan Patricof, già finanziatore di Apple Computer e fondatore del New York Magazine. Certo non è l’affare da 25 milioni di dollari tra Aol e WeblogsInc, ma è pur sempre un segno chiaro ed inequivocabile del peso e dell’attenzione che il nanopublishing (giornalismo professionale + internet + tool blog + costi imprenditoriali contenuti) sta rapidamente assumendo negli Stati Uniti.

Per saperne di più:

– The WSJ: “Bloggers Find Financial Backers For Their Independent News Sites