Archivio dell'autore: Alessio Jacona

Intelligenza Artificiale, la “terza via” di Garri Kasparov

Questa intervista è stata pubblicata in forma ridotta su Wired Magazine n.85 del 2018. La ripropongo oggi, dopo aver citato la posizione di Kasparov in un mio intervento sul futuro dell’Intelligenza artificiale al Rewriters Fest di Eugenia Romanelli, per recuperare le affermazioni del campioni di scacchi, a mio avviso ancora incredibilmente attuali e utili.

Freddo, determinato, implacabile nella logica dei suoi ragionamenti: quando parla, Garri Kasparov guarda fisso negli occhi il suo interlocutore, lo scruta, ne studia movimenti e reazioni, quasi si stesse preparando ad anticiparne le mosse.

Il “più grande campione di scacchi di tutti i tempi” si è ritirato dalle competizioni da anni, ma ogni suo gesto e parola rivelano subito come il nobile gioco sia ancora al centro di un’esistenza unica. Di più: come spiega egli stesso, gli scacchi hanno forgiato il suo carattere e influenzato in maniera determinante la sua visione del mondo, pervasa da una severa e disciplinata oggettività. 

Kasparov riconduce alla scacchiera, alle sue regole ferree, agli schemi di gioco che sono al contempo trionfo di logica e creatività, ogni suo ragionamento che così semplifica, scompone e chiarisce. Come quando affronta, nel suo libro intitolato “Deep Thinking”, la questione vitale dell’intelligenza artificiale e di come questa influenzerà il futuro dell’umanità.

E’ uno splendido paradosso: colui che oggi si presenta come “evangelist” dell’IA, vent’anni fa fu protagonista di ciò che passò alla storia come la prima grande sfida tra uomo e macchina. Allora paladino dell’umanità, campione imbattibile da almeno 11 anni, Kasparov sedette alla scacchiera per confrontarsi con Deep Blue, la macchina creata da IBM per batterlo sul suo stesso campo e dimostrare al mondo il proprio potenziale tecnologico.

Tutti ricordano che Kasparov perse la prima partita quel 10 febbraio del 1996, forse perché la stampa internazionale diede al fatto enorme risalto, riconoscendo in esso una pietra miliare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Pochi sanno invece che il campione di scacchi vinse tre e pareggiò due delle partite seguenti, battendo alla fine Deep Blue per 4 a 2;  che gli accordi con IBM gli impedirono di prepararsi agli scontri studiando gli schemi di gioco del suo avversario elettronico; che nella prima partita il sistema si bloccò e dovette essere riavviato diverse volte; che, insomma, le condizioni in cui prese forma la storica sconfitta furono abbastanza “singolari”. E, ancora, che l’anno dopo ci fu una rivincita, dove Kasparov perse definitivamente al meglio delle sei partite contro la versione aggiornata del suo avversario elettronico. 

Quel che è certo, è che da quel momento in poi la sua vita non fu più la stessa: dopo il fatale incontro con Deep Blue, Garri restò il più forte di tutti gli umani ancora per diverso tempo, ma quella sonora e inattesa batosta attrasse la sua attenzione sulla rivoluzione tecnologica in corso, facendone negli anni un acuto ed equilibrato osservatore.

La parabola dell’uomo si rispecchia nella struttura dei suoi scritti sull’argomento: il saggio “Deep Thinking” parte infatti dalla rievocazione dello storico match Kasparov – Deep Blue, rivelando retroscena inediti e ribadendo il ruolo che negli anni gli scacchi hanno rivestito come perfetta palestra per l’addestramento delle macchine. Poi la visione si allarga, il punto di vista si innalza, proponendo un approccio originale e inedito alla questione dell’intelligenza artificiale e di come cambierà le nostre vite. 

Lucida, oggettiva, forte di una logica incalzante, la visione dell’ex campione di scacchi si pone al centro di ogni ragionamento, dove resta equidistante tanto dal fanatismo entusiasta quanto dal catastrofismo oscurantista. È lì che prende forma, assennata e condivisibile, la “terza via” di Garri Kasparov, secondo il quale «l’IA è semplicemente uno strumento che, come tale, richiede un approccio che non deve essere religioso o estremistico. Ogni tecnologia può aiutare o danneggiare gli essere umani: dipende da ciò che essi decidono di farne». 

Da icona dello scontro uomo – macchina a “evangelist” dell’intelligenza artificiale. Quando e perché ha cambiato idea?

«Una delle principali ragioni per cui sono stato campione del mondo di scacchi per vent’anni è che sono sempre rimasto obiettivo. Se vuoi essere il più forte, devi essere bravo a valutare con obiettività la situazione in cui ti trovi. Quando ho perso contro Deep Blue, ovviamente ero arrabbiato e volevo la mia rivincita. Poi però, con il tempo, mi sono reso conto che quello era l’inizio di una nuova era, e che presto le macchine avrebbero conquistato sempre più spazi di utilizzo, quindi non aveva alcun senso opporsi al progresso e combatterle. Senza contare che è proprio grazie agli scacchi, il territorio dove ormai da decenni si allenano le intelligenze artificiali, che ho compreso la verità».

E quale sarebbe?

«Che l’intelligenza artificiale non ci salverà né distruggerà: il futuro dell’umanità dipende dalla collaborazione tra uomo e macchina».

Come deve avvenire questa collaborazione?

«Nel mio ragionamento, che nasce ovviamente osservando la sperimentazione basata sul gioco degli scacchi, quando si mettono assieme un essere umano e un’intelligenza artificiale per farli collaborare, più importante delle rispettive abilità è l’efficienza del processo con cui essi si relazionano. Uno scacchista di medie capacità e una macchina, uniti da un buon processo, sconfiggono sia un computer più forte di entrambi, sia un campione di scacchi in coppia con un supercomputer quando questi collaborano in virtù di un processo meno efficiente». 

 È la cosiddetta “Legge di Kasparov”…

«Il senso è questo: perché la collaborazione uomo – macchina abbia successo, la persona coinvolta non deve necessariamente essere un campione, ma deve essere colui che possiede le competenze specifiche necessarie a compensare le mancanze nella macchina in quel dato momento, cosa che varia a seconda del settore in cui si opera, del contesto e del compito specifico da eseguire. Le intelligenze artificiali non saranno mai indipendenti al cento per cento, lasciando sempre lo spazio necessario agli esseri umani per avere un ruolo fondamentale: fare le domande giuste, creare framework efficienti nonché definire compiti e gli obiettivi».

Da come la descrive, il talento umano sembra quasi essere un ostacolo all’interazione tra uomo e IA.

«Quello che serve è una profonda comprensione dei propri limiti oltre che dei propri pregi, tale da evitare una inutile competizione con la macchina o, peggio, la sovrapposizione tra le diverse capacità. È una grande occasione per liberare la nostra creatività: lasciando alla macchina altri compiti che sa fare meglio di noi, possiamo liberare il nostro potenziale e guardare oltre».

Quindi non dobbiamo temere le macchine?

«Ciò che ci aspetta può apparire spaventoso o estremamente affascinante: per me è semplicemente fantastico, perché credo che le IA potranno aiutarci a realizzare i nostri sogni più ambiziosi. Lo faranno liberandoci da compiti gravosi e ripetitivi mentre immaginiamo e progettiamo cose più grandi. O, ancora, consentendoci di riprendere in mano imprese come l’esplorazione spaziale, che avevamo abbandonato perché troppo rischiose».

Questo vale anche per le aziende?

«Qualsiasi impresa che sappia e voglia guardare al futuro non può fare a meno di includere soluzioni basate su IA nella nella propria strategia. Quale che sia il settore industriale in cui essa opera, le opportunità di crescita ed evoluzione sono illimitate».

E le sembra che i manager comprendano questa necessità?

«Non ancora, ma capisco il loro disorientamento: negli ultimi anni si sono moltiplicati i messaggi distopici che parlano di un futuro dove le macchine ci minacciano e attentano alla nostra vita, influenzandone il giudizio. Per me la questione è molto semplice: l’intelligenza artificiale non è la salvezza o la soluzione a tutti i nostri problemi, né il vaso di Pandora scoperchiando il quale scateneremo la fine dei giorni.  È solo ciò che sapremo farne». 

Fin dove pensa che si spingerà questa collaborazione che descrive tra uomo e macchina? Alla fine ci fonderemo con esse come sostengono alcuni?

«Già oggi, la robotica con le sue protesi e i trend della ricerca scientifica ci suggeriscono che un giorno potremmo essere in grado di aumentare le nostre abilità fisiche grazie alle macchine. Credo che ciò che ci rende umani non potrà essere mai replicato, perché non abbiamo compreso come funziona il cervello umano, ma mi sento di accogliere con favore tutto ciò che ci renderà più forti, più veloci e più capaci di fare quello che l’umanità sa fare meglio, cioè continuare a esplorare ed espandersi, magari proprio nello spazio». 

Riconoscere la forma del gelo

È possibile “vedere” il gelo? Riconoscerne la forma, distinguerne i contorni come se fosse un luogo familiare, oppure il volto di un amore perduto? E che forma hanno il vento freddo e la neve che esso solleva, sferza e tortura ora in questa, ora in quella direzione?

Qui in Lapponia dove sono adesso, a nord di tutto ciò che per me significava Nord, nel buio e nel silenzio di una notte a 15 gradi sotto zero, io quella forma la vedo, la avverto mutare mentre letale mi avvolge, cancella i miei sensi, mi annienta. Del resto, ho solo la camicia addosso, ma avevo bisogno di capire. Di sentire. Di sapere.

Se allungo il braccio, se tendo la mano e le dita, le sento attraversare qualcosa di denso, tangibile, concretamente reale. Lo vedo il freddo, ma posso anche toccarlo, almeno finché non inizia a strappare via il tatto dalle dita nude, improvvisamente anchilosate e inutili.

E poi lo sento, il freddo, quando si rivolge a me assordandomi con un silenzio sovrumano, insostenibile, immobilizzante. Un vuoto senza appello in cui si riesce solo a sentirsi vivere. Finché dura. Mentre scorrono i secondi.

È notte. Tutto è fermo. Congelato, è il caso di dire. È notte, tutto è freddo, inerte, bellissimo.

Finalmente, qualcosa che so riconoscere, che parla la mia stessa lingua, a cui abbandonarmi senza remore.

La luna intanto mi guarda. Luminosa, sembra quasi sorridere.
freddo

Via da Las Vegas

Il fumo si alza a piccole volute. Dal basso, da una sigaretta di cui ormai resta quasi solo il filtro. Appesa alle dita di una mano, la sinistra, che ondeggia nel vuoto, quasi come appartenesse a un altro corpo.

La destra invece resta aggrappata alla grande leva, come fosse l’estremo lembo di terra prima del precipizio. L’ultima speranza a cui aggrapparsi. L’illusione del cambiamento, della risoluzione improvvisa di ogni problema, dello scioglimento di ogni dolore.
Di fronte, un’enorme slot machine, una montagna di luci, colori e suoni che ipnotizza, ottunde, stupisce. Che promette denaro senza mai darne. Suggerisce un futuro che non si avvera.

Un dollaro dopo l’altro, la donna strattona la leva come si fa con chi non vuole sentire ragioni, comprendere o perdonare. Fissa lo schermo enorme di fronte a sé con occhi vuoti, oltre speranza e disperazione, accecati dall’abitudine. Pieni di sonno.

Sono le quattro del mattino. L’odore acre della moquette vecchia e lisa, sempre la stessa ovunque nei casinò di tutta la città, ti raschia in gola insieme con l’odore rancido delle sigarette spente. “What happens in Vegas, stays in Vegas”, si dice. Così, nella nazione dove in strada non si può fumare ma ci si può ubriacare a patto che si nasconda la bottiglia in una busta, nei casinò tutto è permesso. Tranne forse vincere davvero.

Seduto in angolo, osservo la scena: ho cambiato albergo per le ultime due notti da trascorrere nella città durante il CES, e ho imparato a mie spese perché tutto sommato costasse poco. Allo stesso tempo dignitoso e decadente, tutto sommato pulito e frequentato persino da famiglie con bimbi piccoli, con le sue slot machine, le inservienti sfatte eppure semi scoperte, le camere da pensione vestita a festa e il bagno da Bates Motel: in ogni minimo dettaglio, l’albergo che ho scelto rappresenta in pieno questa città senza senso strappata al deserto, nata per ospitare il gioco d’azzardo, avvolta nella disperazione mascherata da sogno americano.

Terra di nessuno, sede di un carnevale permanente e insostenibile, è simbolo del capovolgimento, del sovvertimento dei valori, dell’abbandono temporaneo e liberatorio di ogni regola e convenzione. Terra fertile per ogni eccesso a cui abbandonarsi prima di tornare in sé e rigenerarsi, rientrare nella vita di tutti i giorni, riprendere il proprio viaggio.

Insonne, devastato dal jet-lag, dall’intervistare e scrivere, dall’interminabile vagabondare per la fiera dell’elettronica di consumo più grande al mondo, osservo la varia umanità che gioca imperterrita con l’approssimarsi dell’alba, vestita nei modi più improbabili e variopinti, mentre si atteggia come chi è nel bel mezzo del big party, si sente larger than life, è a un passo dai big money. Sembra un film di Tarantino.

Fuori una luna piena, fredda e spietata, si erge alta sul deserto del Nevada, sulle finte Statue delle Libertà e Torri Eiffel, sui giochi d’acqua a tempo di musica, e sugli innumerevoli homeless nelle strade, dove puoi trovarli in cerca di riparo e monetine quasi dietro ogni angolo.

Cammino nel freddo con in bocca un sapore amaro, metallico. Me lo lascia il contrasto tra questa povertà assoluta, priva di qualsiasi speranza, e la grandeur fatta di colori accecanti.

Sono le sei del mattino, ormai si fa giorno ed io alla fine capisco: Las Vegas non è altro che un purgatorio dove ognuno vive una diversa espiazione. Un non luogo dove si paga per tutto, anche per soffrire.

Il sogno americano da quale non riusciamo più a svegliarci.

“Scanto” di Natale

È stata una lunga settimana di un lungo mese di un lungo anno. Arrivo a casa, mi siedo e inizio a tirare un sospiro di sollievo che però mi si strozza in gola. Le mani dentro lo zaino, mi accorgo che non ho con me il MacBook Pro.

Ci vuole qualche secondo e poi capisco: l’ho lasciato sul treno dal quale sono appena sceso alla fine di una lunga giornata di una lunga settimana di un lungo anno.

Chiamo l’assistenza di Italo per €0,15 alla risposta e €1,50 al minuto. Mi dicono che non possono far nulla, che non possono chiamare il capotreno, che possono solo segnalare lo smarrimento al personale della stazione di Milano verso la quale – sostiene la tizia del call center – è diretto il treno da cui sono sceso.

5 euro per darmela in tasca.

C’era una cena e decido di andarci. Mentre sono in macchina per raggiungere il locale, provo a richiamare Italo e a perorare la mia causa spiegando che sono un giornalista, che dentro il computer ho anche cose preziose che mi servono. Nulla, non si può fare nulla.

6 Euro.

Arrivo davanti al locale e mi viene l’idea di guardare sulla app di Italo per vedere a che punto è quello da cui sono sceso. È così che scopro che il treno non è mai ripartito ma è rimasto in stazione. Richiamo Italo per avere conferma.

4 euro. Credito esaurito.

Impreco con decisione, mollo tutto e parto in direzione di Termini. Mollo la macchina a metà strada e ci arrivo in metro. Ovviamente non c’è nessuno di Italo. Chiedo a chiunque incontri ma nessuno sa nulla. Il personale di Italo, che siano controllori o addetti alle pulizie, sembra non esistere o nessuno sa dove si nasconda.

Qualcuno mi segnala una saletta lontanissima che raggiungo senza trovare nessuno. Mentre me ne torno assaporando la sconfitta mi viene un’idea: ci dovrà pur essere un treno di Italo che sta arrivando a quest’ora a Termini, no? Lì ci saranno capotreni e addetti alle pulizie a cui chiedere.

Aspetto. Si fanno le 23 e 30 e vedo il treno arrivare da lontano. Credevo fosse l’ultimo. Sono al binario 18. All’improvviso mi rendo conto che ne è arrivato anche un altro senza che me ne accorgessi. Al binario 1.

“Ma li mortacci…”

Inizio a correre. Non so perché, visto che a questo punto uno dovrebbe valere l’altro. Ma inizio a correre lo stesso. Corro verso il binario 1. Quando arrivo ci saranno mille persone che mi vengono tutte incontro, insieme, tipo falange armata di trolley. Giro la curva senza rallentare scivolando tra la gente e vedo da lontano due ragazzi con le maglie di Italo.

Mentre gli corro incontro vedo che si salutano e uno viene verso di me. Lo lascio passare pensando che non posso tormentarlo a quest’ora e mi dirigo deciso verso l’altro che intanto sta risalendo lungo il treno.

È lontano e rischio di farmelo scappare. Ho le Clark, mi torturano ma corro lo stesso per raggiungerlo prima che sparisca. Corro. Mi sbraccio. lo chiamo. Corro più veloce. Quasi lo raggiungo quando finalmente lui mi sente. Si gira. Con il fiatone, piegato in avanti, sudato fradicio provo a dirgli “senta mi scusi ho lasciato il mio computer sopra il tre…”

“Ma quale il MacBook? Ce l’ho io qui in borsa!”

È stata una lunga settimana di un lungo mese di un lungo anno, e ora io me ne vado a casa.

Non a caso

“Io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore”

Il caso non esiste, nulla accade per caso. Così non mi stupisce che il primo disco che abbia ascoltato in vita mia, contenga una delle canzoni per me più importanti in assoluto – il testamento di Tito – la quale si chiude con una strofa potente, semplice eppure immensa, che ben riassume il senso finale, conclusivo, della relazione con mio padre. Nè mi stupisce il fatto che fu proprio Faber, dopo un’intervista, a regalargli quel vinile che ho consumato e che ancora ricordo interamente a memoria.

Non mi stupisce, ovviamente, perché il caso non esiste.

La concezione imprenditoriale del Sé

«Il nostro essere in rete ci impone di riflettere con più attenzione sui modi di raccontarci e rende questo racconto sempre più strategico, sempre più orientato alla promozione di sé. Anzi, oggi c’è una sorta di concezione imprenditoriale del Sé: emerge quello che possiamo definire un Sé neo-liberale, un modo di trattare la propria identità come se fosse un capitale da investire e far fruttare»

Intervistare Giovanni Boccia Artieri è sempre un’affascinante esperienza formativa.

Il resto dell’intervista, lo trovate qui

Que viva C-HR!

A novembre sono stato inviato da Wired a Madrid per partecipare insieme ad altri 18 fotografi al contest organizzato da Toyota per il lancio della nuova C-HR. Il brief era mettere insieme l’auto, la città e il tema delle Reflections.
Alla fine sono rientrato nella selezione definitiva grazie alla foto qui sotto, che ora figura in sito dedicato ma che dal primo febbraio sarà esposta a Parigi.

“From 1 February, the selection of 24 photographs will be exhibited at Le Rendez-Vous Toyota, Toyota’s European showroom on Champs Elysées in Paris (France), together with the Toyota C-HR”.

Poteva andare peggio.

La nuova Honda C-HR fotografata a Madrid

La nuova Toyota C-HR fotografata a Madrid

 

Aspettando “The Whole Picture 2016”

The Whole Picture - International Journalism FestAnche quest’anno, per la terza edizione consecutiva, torna ‪#‎thewholepic‬ per contribuire alla grande narrazione della corazzata ‪#‎IJF16‬. Intanto un assaggio delle edizioni passate.

 

 

Ci vediamo in giro
– sulla gallery ufficiale del Festival Internazionale del Giornalismo: http://exhibitions.journalismfestival.com/gallery-the-whole-picture
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Amleto, il primo uomo moderno. Purtroppo.

Ripenso spesso ad Amleto, alla sua immagine tormentata così come ce l’ha tramandata il genio di Shakespeare (lui o chi per lui, nel caso fosse vero che non sia mai esistito). Alla Tragedia con la T maiuscola, di cui il principe danese è uno dei simboli più potenti e conosciuti.

Ci ripenso perché è netto il ricordo di quando, sui banchi dell’università, venni folgorato da una rivelazione (o forse dovrei dire Epifania, visto che al tempo studiavo anche il personaggio di Gabriel Conroy):

Amleto è stato il primo uomo moderno.

Mi spiego: l’Amleto è la “tragedia dell’inazione” per eccellenza. Le cose accadono, le persone ci restano secche, monta la piena verso un finale tragico e (spoiler) alla fine muoiono tutti (tranne Orazio, che deve raccontare la storia), solo perché Amleto non fa ciò che deve fare: uccidere lo zio traditore, assassino e usurpatore del trono, sbattere la madre in convento, prendersi ciò che suo. Regnare. Essere felice.

Proprio non riesce a decidersi. Proprio non ce la fa.

All’inizio della storia, lo spettro del padre gli svela la verità e dice chiaro e tondo cosa deve fare. Ma lui non è convinto. No che non lo è. E la colpa non è neanche sua. Piuttosto è della scienza, del progresso, della filosofia, e più in generale della conoscenza. Di come queste cose possano opprimere un intelletto raffinato e sensibile, imprigionarlo invece di liberarlo, trasformarsi in una gabbia dorata dove dolersi e affliggersi fino a consumarsi, mentre intorno il fluire del tempo come un fiume in piena travolge cose e persone.

Certo, un uomo moderno non può credere a un fantasma. Non scherziamo. Però il dubbio ti viene. E magari allora indaghi, così come fa Amleto. Il problema è che le prove, anche quando ci sono, non gli bastano mai. Un’evidenza dopo l’altra, a un certo punto la verità appare in tutta la sua violenta banalità. Cui dovrebbe seguire una reazione altrettanto banale e violenta.

Macché: anche quando sa cosa deve fare, Amleto non impugna la spada e macella chi deve macellare, pensando a se stesso e al suo bene. Piuttosto organizza una recita a palazzo (peraltro regalandoci un esempio affascinante di meta-teatro che levati). Poi osserva, poi dubita. Poi si lancia in monologhi che sono belli sì, che fanno i capolavori della letteratura, ok, ma che sono anche una pietra miliare nella storia di:

  • Procrastinazione;
  • Egocentrismo e autoreferenzialità;
  • Arroganza;
  • Autolesionismo;
  • Paraculismo (o se preferite: ricerca di ogni possibile scusa);

Chiaro ora cosa intendo per uomo moderno? Immaginate oggi quanti like su Facebook avrebbero rimediato.

Del resto, il paragone con la realtà non fa che accentuare l’inadeguatezza di questo essere umano sensibile e sofferente, la dolente piaga della sua modernità. Come mi dissero a lezione, la storia di Amleto è tratta da quella di un vero principe Danese, si svolge (credo) nel XII secolo, ed è molto più semplice: scoperto il “gomblotto”, il vero Amleto fa fuori lo zio, neutralizza la madre e prende il potere in men che non si dica. Figlia di un altro tempo, immersa in un mondo dove non si andava tanto per il sottile, quella tragedia vera si era insomma risolta rapidamente con un “occhio per occhio”, probabilmente a colpi d’ascia (o almeno così mi piace immaginare).

Ma Shakespeare ha un altro messaggio da trasmettere: l’onda lunga dello stupore causato dalla scoperta delle Americhe e, con esse, di un mondo ben più vasto del previsto – per di più tondo e neanche più al centro dell’universo – nel 1600 non si è affatto esaurita. Anzi, dopo un secolo è ancora lì a sconquassare la fiducia dell’uomo nella propria capacita di conoscere e interpretare la realtà, ne evidenzia i limiti, risveglia paure ancestrali. Perché “ci sono più cose in cielo e terra di quante se ne sogni la Filosofia” di Orazio. E perché “il tempo è fuori di sesto”, e siamo un po’ tutti del gatto.

L’episteme stesso in cui vive e agisce Shakespeare trasuda angoscia. Anni bui di oscurantismo sono all’orizzonte in Inghilterra. Tutto questo va raccontato, non tanto e non solo con la precisione e puntualità che è propria della Storia, ma piuttosto usando la finzione. Recuperando un personaggio realmente esistito, reinventando la sua storia e, di fatto, misurando lo sgomento di un’intera epoca proprio con la distanza che separa la realtà dalla fantasia, l’Amleto vero da quello che possiamo considerare il primo di noi uomini moderni.

Duro ma giusto, Shakespeare getta senza pietà il povero principe danese in una gabbia: quella del suo stesso intelletto, dove dubbi, tentennamenti e incertezze sono sbarre chi gli si stringono addosso fino a sopraffarlo. E lo fa per evidenziare un problema, descrivere lo sgomento di un’intera epoca. Ma anche per lanciare un monito a tutti, ovunque e in ogni tempo, che sintetizzerei così:

Bella zì, ma le chiacchiere stanno a zero: se al pensiero non segue l’azione, alla fine tutto ciò che resta è silenzio.

Barcellona mon amour

Stanco, nella sera inoltrata, mi abbandono sul sedile di un autobus. La fila per i taxi richiedeva una pazienza che ora mi manca, ammesso che l’abbia mai avuta. Meglio il mezzo pubblico, peraltro nuovo di zecca. Così ho tempo e modo di guardarmi intorno.

IMG_2246Barcellona di notte conferma l’impressione del giorno: è splendida. Una fermata alla volta, mi godo il suo continuo mutare forma con ancora in testa l’apparizione di San Mark Zuckerberg, patrono delle nostre paturnie digitali, al super evento Samsung.

Barcellona è strana. Memore del mio ultimo, frustrante passaggio durato appena 8 ore (tanto il budget della Rai ci aveva consentito), oggi sono uscito a scoprirla correndo. Anche troppo, visto che sono andato ben oltre i miei attuali, patetici limiti.

Alcune strade sembravano quelle di milano, altre, più spesso, di Torino. I vicoli poi, fanno pensare a Genova, alla sua città vecchia come doveva essere in tempi migliori, ma anche a Napoli, se a Napoli fosse stata risparmiata la sua interminabile agonia.

C’è tanto qui, di tante cose. Gli odori sono diversi. Quello sì. Che si mangia bene si capisce subito. Che i sapori sono forti te lo annuncia il naso. Non ti puoi sbagliare.

Il bus trotterella su una strada peraltro perfetta, accanto a marciapiedi puliti, facendo a gara con il tram, in un posto dove tutto, anche il porto, dà un’idea di pulizia, ordine, di rispetto. E perché no? Di orgoglio.

Qui se ne vede tanto, negli occhi delle persone come nei cartelli multilingue, a ricordare sempre che qui si parla catalano, che c’è una storia diversa da raccontare. Che la politica, la geografia e persino la storia non bastano a cambiare la testa delle persone. Tanto meno il loro cuore.

Eh.

Siedo e scrivo, e guardo, e scrivo. È febbraio e ho su solo la camicia. Scendo alla fermata davanti alla Casa Batlló di Gaudí. Mi fermo a guardarla per un minuto intero. Sorrido.

Domani è un altro giorno.