Aspettando “The Whole Picture 2016”

The Whole Picture - International Journalism FestAnche quest’anno, per la terza edizione consecutiva, torna ‪#‎thewholepic‬ per contribuire alla grande narrazione della corazzata ‪#‎IJF16‬. Intanto un assaggio delle edizioni passate.

 

 

Ci vediamo in giro
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Amleto, il primo uomo moderno. Purtroppo.

Ripenso spesso ad Amleto, alla sua immagine tormentata così come ce l’ha tramandata il genio di Shakespeare (lui o chi per lui, nel caso fosse vero che non sia mai esistito). Alla Tragedia con la T maiuscola, di cui il principe danese è uno dei simboli più potenti e conosciuti.

Ci ripenso perché è netto il ricordo di quando, sui banchi dell’università, venni folgorato da una rivelazione (o forse dovrei dire Epifania, visto che al tempo studiavo anche il personaggio di Gabriel Conroy):

Amleto è stato il primo uomo moderno.

Mi spiego: l’Amleto è la “tragedia dell’inazione” per eccellenza. Le cose accadono, le persone ci restano secche, monta la piena verso un finale tragico e (spoiler) alla fine muoiono tutti (tranne Orazio, che deve raccontare la storia), solo perché Amleto non fa ciò che deve fare: uccidere lo zio traditore, assassino e usurpatore del trono, sbattere la madre in convento, prendersi ciò che suo. Regnare. Essere felice.

Proprio non riesce a decidersi. Proprio non ce la fa.

All’inizio della storia, lo spettro del padre gli svela la verità e dice chiaro e tondo cosa deve fare. Ma lui non è convinto. No che non lo è. E la colpa non è neanche sua. Piuttosto è della scienza, del progresso, della filosofia, e più in generale della conoscenza. Di come queste cose possano opprimere un intelletto raffinato e sensibile, imprigionarlo invece di liberarlo, trasformarsi in una gabbia dorata dove dolersi e affliggersi fino a consumarsi, mentre intorno il fluire del tempo come un fiume in piena travolge cose e persone.

Certo, un uomo moderno non può credere a un fantasma. Non scherziamo. Però il dubbio ti viene. E magari allora indaghi, così come fa Amleto. Il problema è che le prove, anche quando ci sono, non gli bastano mai. Un’evidenza dopo l’altra, a un certo punto la verità appare in tutta la sua violenta banalità. Cui dovrebbe seguire una reazione altrettanto banale e violenta.

Macché: anche quando sa cosa deve fare, Amleto non impugna la spada e macella chi deve macellare, pensando a se stesso e al suo bene. Piuttosto organizza una recita a palazzo (peraltro regalandoci un esempio affascinante di meta-teatro che levati). Poi osserva, poi dubita. Poi si lancia in monologhi che sono belli sì, che fanno i capolavori della letteratura, ok, ma che sono anche una pietra miliare nella storia di:

  • Procrastinazione;
  • Egocentrismo e autoreferenzialità;
  • Arroganza;
  • Autolesionismo;
  • Paraculismo (o se preferite: ricerca di ogni possibile scusa);

Chiaro ora cosa intendo per uomo moderno? Immaginate oggi quanti like su Facebook avrebbero rimediato.

Del resto, il paragone con la realtà non fa che accentuare l’inadeguatezza di questo essere umano sensibile e sofferente, la dolente piaga della sua modernità. Come mi dissero a lezione, la storia di Amleto è tratta da quella di un vero principe Danese, si svolge (credo) nel XII secolo, ed è molto più semplice: scoperto il “gomblotto”, il vero Amleto fa fuori lo zio, neutralizza la madre e prende il potere in men che non si dica. Figlia di un altro tempo, immersa in un mondo dove non si andava tanto per il sottile, quella tragedia vera si era insomma risolta rapidamente con un “occhio per occhio”, probabilmente a colpi d’ascia (o almeno così mi piace immaginare).

Ma Shakespeare ha un altro messaggio da trasmettere: l’onda lunga dello stupore causato dalla scoperta delle Americhe e, con esse, di un mondo ben più vasto del previsto – per di più tondo e neanche più al centro dell’universo – nel 1600 non si è affatto esaurita. Anzi, dopo un secolo è ancora lì a sconquassare la fiducia dell’uomo nella propria capacita di conoscere e interpretare la realtà, ne evidenzia i limiti, risveglia paure ancestrali. Perché “ci sono più cose in cielo e terra di quante se ne sogni la Filosofia” di Orazio. E perché “il tempo è fuori di sesto”, e siamo un po’ tutti del gatto.

L’episteme stesso in cui vive e agisce Shakespeare trasuda angoscia. Anni bui di oscurantismo sono all’orizzonte in Inghilterra. Tutto questo va raccontato, non tanto e non solo con la precisione e puntualità che è propria della Storia, ma piuttosto usando la finzione. Recuperando un personaggio realmente esistito, reinventando la sua storia e, di fatto, misurando lo sgomento di un’intera epoca proprio con la distanza che separa la realtà dalla fantasia, l’Amleto vero da quello che possiamo considerare il primo di noi uomini moderni.

Duro ma giusto, Shakespeare getta senza pietà il povero principe danese in una gabbia: quella del suo stesso intelletto, dove dubbi, tentennamenti e incertezze sono sbarre chi gli si stringono addosso fino a sopraffarlo. E lo fa per evidenziare un problema, descrivere lo sgomento di un’intera epoca. Ma anche per lanciare un monito a tutti, ovunque e in ogni tempo, che sintetizzerei così:

Bella zì, ma le chiacchiere stanno a zero: se al pensiero non segue l’azione, alla fine tutto ciò che resta è silenzio.

Barcellona mon amour

Stanco, nella sera inoltrata, mi abbandono sul sedile di un autobus. La fila per i taxi richiedeva una pazienza che ora mi manca, ammesso che l’abbia mai avuta. Meglio il mezzo pubblico, peraltro nuovo di zecca. Così ho tempo e modo di guardarmi intorno.

IMG_2246Barcellona di notte conferma l’impressione del giorno: è splendida. Una fermata alla volta, mi godo il suo continuo mutare forma con ancora in testa l’apparizione di San Mark Zuckerberg, patrono delle nostre paturnie digitali, al super evento Samsung.

Barcellona è strana. Memore del mio ultimo, frustrante passaggio durato appena 8 ore (tanto il budget della Rai ci aveva consentito), oggi sono uscito a scoprirla correndo. Anche troppo, visto che sono andato ben oltre i miei attuali, patetici limiti.

Alcune strade sembravano quelle di milano, altre, più spesso, di Torino. I vicoli poi, fanno pensare a Genova, alla sua città vecchia come doveva essere in tempi migliori, ma anche a Napoli, se a Napoli fosse stata risparmiata la sua interminabile agonia.

C’è tanto qui, di tante cose. Gli odori sono diversi. Quello sì. Che si mangia bene si capisce subito. Che i sapori sono forti te lo annuncia il naso. Non ti puoi sbagliare.

Il bus trotterella su una strada peraltro perfetta, accanto a marciapiedi puliti, facendo a gara con il tram, in un posto dove tutto, anche il porto, dà un’idea di pulizia, ordine, di rispetto. E perché no? Di orgoglio.

Qui se ne vede tanto, negli occhi delle persone come nei cartelli multilingue, a ricordare sempre che qui si parla catalano, che c’è una storia diversa da raccontare. Che la politica, la geografia e persino la storia non bastano a cambiare la testa delle persone. Tanto meno il loro cuore.

Eh.

Siedo e scrivo, e guardo, e scrivo. È febbraio e ho su solo la camicia. Scendo alla fermata davanti alla Casa Batlló di Gaudí. Mi fermo a guardarla per un minuto intero. Sorrido.

Domani è un altro giorno.

Voce del verbo “fotografare”

Da bambino ero dislessico. Una forma leggera, che nessuno, specie in un piccolo paese di provincia, aveva saputo riconoscere. Se ne accorse tanti anni dopo il mio insegnante di tedesco, grafologo. “Sei anche un mancino forzato sulla destra”, aggiunse. Definitivo e diretto come solo un teutonico originario della Schwarzwald sa essere.

  
Mai saputo scrivere decentemente – men che meno disegnare – ancora oggi leggo lentamente. E se ho fatto la scuola dell’obbligo con onore, lo devo al fatto di non essere un completo idiota, ma soprattutto a mia madre, che passava ore seduta accanto a me a farmi fare i compiti, a combattere contro la mia incapacità di concentrarmi, di dedicarmi per più di qualche minuto di seguito alla stessa cosa senza desiderare di scatenare una guerra termonucleare globale. Un conflitto interiore e segreto che ora combatto da solo, ogni giorno con successo, solo perché nel tempo ho imparato come vincerlo, perché ho escogitato mille trucchi, e forse anche perché mi piace il risultato. Ho imparato ad amarmi. 
Una lotta dura, crudele, senza pietà quella per scrivere. La concentrazione che richiede, il tempo seduto da passare immobile su una sedia, la necessità di avere le idee chiare, la magia di vedere comparire nella mente le parole giuste. 
Eppure scrivere è il mio mestiere. È ciò che sono e che amo. È ciò per cui sono nato. E per questo ho imparato. Ho imparato come fare, come vincere questa strana battaglia da sempre in corso nel centro di ciò che sono. 
Prima era più difficile, poi qualcosa è cambiato. Altri modi di raccontare si sono aggiunti alla parola scritta, l’hanno completata e arricchita, di fatto trasformata. Parlare in pubblico, far parlare gli altri. Ma, sopra, ogni cosa, fotografare.
La fotografia mi ha trovato prima che io trovassi lei, complice una tecnologia sempre più facile, diffusa, pervasiva. Se mi guardo indietro, vedo chiaramente che ho iniziato grazie a (o per colpa di) Instagram. Poi ho continuato, spinto dai consigli pieni di affetto di chi aveva visto qualcosa in me. E poi ancora, sono andato avanti perché semplicemente era bello. Immensamente bello. 
Sono un nerd. Questo è chiaro a tutti. E per me stringere tra le mani uno strumento che sfrutta le leggi meravigliose e perfette della fisica, che concentra gli ultimi ritrovati della tecnologia, tutto per darmi la possibilità, anche solo per caso, di creare qualcosa di bello, è una gioia indescrivibile. È la rivincita sulla matita e sui colori. È la sintesi della mia capacità di raccontare.
Non penso di essere un fotografo. Sono arrogante, ma non fino a questo punto. Sono piuttosto un giornalista che racconta storie, unisce i puntini, cerca di definire quanto gli accade intorno con ogni strumento a sua disposizione: la parola, che sia pronunciata ad alta voce o scritta. E le immagini. 
Le ho scoperte tardi, le immagini. Bene così. Perché probabilmente la mia incostanza si sarebbe infranta miseramente contro i tempi lunghi e le complicazioni dell’analogico. 
Invece il digitale mi ha accolto tra le sue braccia con dolcezza, con amore e complicità: poter scattare e vedere subito il risultato, capire in tempo reale gli errori. Poter condividere online le immagini e ricevere feedback immediati, confrontarsi con l’esperienza di persone competenti ovunque si trovassero. Crescere rapidamente.
E capire che si poteva fare. E farlo capire agli altri, semplicemente esponendosi sui Social, per costruire in fretta una presenza, una percezione di sé, che in un circolo virtuoso alimentasse anche la voglia di fare meglio, di imparare ancora. 
In cinque anni ho fatto quello che venti anni fa ne richiedeva 15. E l’ho fatto sempre e solo con gioia. Perché questo è la fotografia per me. Gioia assoluta. Il superamento delle parole e delle difficoltà ad esse legate. La sintesi di ciò che vedo e sento. La condivisione del mondo così come lo vedo e avverto. Premendo un tasto.
Sì, certo, è più complicato che premere un tasto. Ma ormai la mia macchina è un’estensione delle mie mani. Non devo più pensare e le dita viaggiano da sole, come nell’amore. Quello in cui non servono parole e le coincidenze non esistono.
Quindi, in fondo, basta premere un tasto. Cosa che faccio quando vedo arrivare una foto – perché la vedo arrivare sì, più spesso di quanto sarebbe lecito ammettere – o quando voglio raccontare la bellezza di un essere umano, che mi sembra così facile scorgere.
Sono un giornalista, non sono un fotografo. Ma scrivere mi costa da sempre mentre fotografare è una delle cose più belle è facili che mi sia capitato di fare nella vita. 
E il fatto stesso che abbia dovuto scrivere per spiegarlo, ha una sua dolce, sottile, meravigliosa ironia.

A.J.

(foto scattata a Dublino con la d600 di Luca Sartoni)

Adam Cheyer: «Intelligenza Artificiale? Dovrete aspettare un secolo. Se non due» (da Wired del 06/2014)

Da vent’anni in prima linea nella ricerca sull’intelligenza artificiale, Adam Cheyer è considerato il padre di Siri e, più in generale, dei moderni “assistenti digitali”. “Abbiamo fatto dei progressi, ma per una vera IA ci vorranno altri cento anni” dice, smorzando i facili entusiasmi. E questo perché, anche a fronte di un’enorme potenza di calcolo, “non possiamo replicare con il software qualcosa che ancora non comprendiamo”.

Come nasce Siri?

«Siri come lo conoscete oggi è solo uno degli spin-off del “Calo project”, dove CALO è acronimo di “Cognitive Assistant that Learns and Organizes”. Il progetto è stato voluto e sostenuto dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) con investimenti pari a 250 milioni di dollari, ha fatto lavorare insieme 400 persone per 5 anni, dal 2003 al 2008, e ha coinvolto 27 centri di ricerca guidati dallo Stanford Research Institute».

Perché un’organizzazione come DARPA si è interessata all’IA?

«L’obiettivo era costruire un “assistente digitale” basato su una vera intelligenza artificiale, uno strumento che riunisse in sé diverse tecnologie nella quali si stavano facendo grandi progressi separatamente, come il riconoscimento vocale o il machine learning. La sfida era insomma creare un sistema che potesse percepire la realtà, che fosse in grado di imparare ed evolversi da solo grazie all’esperienza, all’interazione e alla comunicazione con il mondo. E che fosse in grado di reagire in tempo reale a ciò che accade intorno all’utente».

Chiariamo subito un punto: secondo te la mission può definirsi accomplished?

«Per cinque anni ho avuto l’onore di lavorare con i più grandi esperti al mondo di intelligenza artificiale. E’ stato incredibilmente affascinante, abbiamo fatto dei notevoli passi avanti, ma quell’esperienza ha anche notevolmente ridimensionato le mie aspettative. Specie rispetto a quando saremo davvero in grado di creare qualcosa che le persone comuni possano riconoscere come vera IA».

Ridimensionato di quanto?

«Al punto da convincermi che per creare un’intelligenza artificiale dovremo aspettare almeno altri cento anni».

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#Lifeapp pt.3: Lifecasting (con Periscope & Co)

La terza puntata di LifeApp è dedicata al “lifecasting”, ovvero alla pratica di raccontare noi stessi e il mondo che ci circonda attraverso l’online video streaming.

Si parla di (e si mostrano/provano) app come Meerkat, il nuovissimo Periscope, Younow, Ustream, che consentono di andare in diretta ovunque ci si trovi, qualsiasi cosa si voglia documentare e condividere con chi ci segue.

Si parla con Jeff Jarvis, direttore del Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism alla City University di New York, di come questi servizi cambieranno il giornalismo. Una breve ma densa video intervista registrata al Festival del Giornalismo di Perugia.

Siamo appena entrati nell’era broadcasting puro: il risultato è che vediamo il mondo con gli occhi degli altri, avendo l’impressione di potergli dare una pacca sulla spalla. O come mi ha detto in un’intervista Kayvon Beykpour, il creatore di Periscope, abbiamo tra le mani quanto di più vicino al teletrasporto si sia visto sin ora.

“All the world’s a stage”, scriveva Shakespeare nel 1600. Beh, non è stato mai così vero come oggi, no?

#Lifeapp pt.2: spostarsi e viaggiare

La domanda è semplice: nell’era di Internet, degli smartphone e delle app, come cambia il nostro modo di muoverci e viaggiare nel mondo che ci circonda?

Che si tratti degli spostamenti di tutti i giorni limitati al contesto in cui viviamo, o di viaggi che ci portano in altre città, nazioni e persino continenti, anche in questo caso abbiamo a disposizione decine di applicazioni create per semplificarci la vita.

La tecnologia ci segue, perché ce la portiamo in tasca. E la tecnologia ci guida, lungo il nostro percorso quotidiano, ovunque esso ci porti.