Running in Capri (is fun)

È tardi. Ma non lo è abbastanza. Sto già correndo, e sono solo nel corridoio. Non vedevo l’ora. Col pensiero già accarezzo ogni chilometro. Assaporo lo sforzo, la salita, il dolore nelle gambe, il fiato corto che mi fa sentire vivo. Che mi fa sentire intero.

“Andate a correre?”. Il concierge mi ha visto arrivare zompettando e mi guarda col sorriso beffardo di chi te la sta per servire calda. “No, sto nei Village People”, rispondo dall’alto del mio succinto completino nero da corsa.

“Capisco”, temporeggia, con l’aria di chi non capisce affatto, ma intuisce la perculazio. E di certo non la lascerà correre. “Venite da questa parte”, mi dice. Io mi volto istintivamente indietro prima di capire che “Voi” sarei io, poi lo assecondo.

Passo dietro il bancone, davanti al computer, dove apre una cartella intitolata “Capri bella”. Dentro, un numero imprecisato di sotto cartelle rappresenta altrettante raccolte di immagini che all’inizio non capisco: sono stradine, viuzze, soprattutto piccoli incroci, e poi scalini. Molti scalini.

Antonio, così si chiama il concierge, ha il vizio di camminare. E quando vivi in un posto come Capri, la scelta è quello che: panorami mozzafiato contro relativamente poca strada da fare. Non ci vuole poi molto per passare ovunque sia possibile, percorrere ogni metro calpestabile.

“Voi dovete passare di qua”, afferma con tono solenne, incontrovertibile, mentre mi volto di scatto un’altra volta, sentendomi un’idiota. Guardo l’immagine che apre, poi la successiva, quindi alla fine capisco. Durante innumerevoli passeggiate, Antonio ha creato la sua personale e preziosa versione di Google Street View, con cui può mostrare ai turisti di tutte le lingue e culture con semplici gesti come andare ovunque nell’isola. Una svolta dopo l’altra, un’immagine alla volta.

Sono senza parole. Questo sommarsi di mestiere, passione e ingegno quasi mi commuove. Alla faccia dei nativi digitali, delle infrastrutture e del web 2.0.

Mi mostra tutto il percorso e spiega: “io la faccio in un’ora e dieci, anzi e cinque. Vediamo quanto ci mettete voi”. “Fanculo Anacapri” penso, questo mi ha sfidato e non posso tirarmi indietro. Devo difendere l’onore del YMCA.

Esco, parto di buon passo. Non dormo da una vita e il cuore, stanco, subito comincia a protestare. Me ne frego, perché so che comunque sarà poca strada, e difficile. Su e giù per salite, discese, scalini. Andare piano non ha senso.

Arriva il primo incrocio visto in foto. Lo riconosco subito. E sbaglio a svoltare. Scendo 800 metri veloce come il vento, che fatico a restare in equilibrio. Dopo la volata giro una curva e inchiodo con tutte le mie forze. Davanti a me un fottuto cancello. Penso parole irripetibili, giro i tacchi e riparto pieno di risentimento verso l’universo mondo.

Alla fine della salita sono già morto, ma decido di non curarmene. Per fortuna c’è un altra cazzo di salita ad aspettarmi. Le vado incontro come fosse il martirio. E non mi sbaglio.

Poi viene pianura, ma sono ancora in paese. Poi una rotonda sul mare, che fa molto anni ’60. C’è una stradina stretta a destra. La riconosco, e stavolta non sbaglio.

La imbocco e Corro. Veloce, forse rischiando troppo, che sotto c’è lo strapiombo. Ma è troppo bello e ogni tanto devo fermarmi a fare una foto, perché lo voglio raccontare e ricordare.

Quando riparto lo faccio a razzo. Adrenalina e cuore a duemila mi ingannano bene. Salgo scalini solcandoli a tre a tre. Sfioro persone a passeggio che meriterei un arresto o almeno di essere pestato. Sono euforico. Perché è tutto bellissimo. Poi a un certo punto giro un angolo ed è lì, che mi aspetta.

La scalinata di Vattelappesca. Monumentale. Impietosa. Inaggirabile.
È a quel punto che mi tornano in mente le parole di Antonio. Le avevo ascoltate distrattamente, perché già alla quarta immagine mi stavo facendo film che neanche Spielberg.

Comincio a salire. Parto forte, con un rabbia e un determinazione che avrei fatto meglio a tenere per me. Conto mentalmente gli scalini ed è lì che il ricordo affiora: “Sono trecentottanta ” aveva detto sorridendo Antonio, e chissà perché avevo pensato in totale, lungo tutto il percorso, non uno dietro l’altro in un’unica scala che mi avrebbe riportato sopra il paese.

Al 30esimo mi si appanna la vista. Dopo cinquanta mi fermo, perché semplicemente non riesco a respirare e correre mi viene male. Ma anche camminare, a onor del vero. Per farla breve alla fine della scala sono devastato. Fortuna che c’è un’altra salita ad aspettarmi.

Ci vuole un po’ prima di riuscire a farla. Poi accelero. Si ricomincia a scendere e vado. Forte . Sempre più forte. Ormai ho in testa solo l’arrivo. Rischio l’infarto. E di cadere. Ma devo far presto. Ormai sono in paese.

Evito una donna, salto un gatto, quasi mi schianto contro un vaso. Vedo la piazza. La passo. L’ultima discesa. L’albergo. Entro di volata, verso il bancone della portineria. Antonio è lì: “quanto ci avete messo?”. Questa volta non mi volto di scatto, ma lo fissò allungando verso di lui l’iPhone con aperto Runkeeper. “32 minuti!”, dico.

Spalanca un sorriso: “avete sbagliato strada eh?”

Mavafammocc’

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