USA, il WiMax ha un futuro

Almeno sulla carta, il WiMax è l’uovo di colombo della connettività wireless a banda larga: con una sola antenna montata, gli utenti del servizio possono teoricamente navigare in rete a 70 megabit al secondo connettendosi da una distanza massima di 50 chilometri. Un risultato notevolissimo a fronte di ridotti costi di installazione, ma anche una bella “legnata sulle ginocchia” del digital divide. In Italia la sperimentazione langue, forse frenata da precisi interessi. In America, invece, questa tecnologia sembra avere finalmente un futuro solido: la startup Clearwire ha infatti incassato ben 900 milioni di dollari di finanziamenti da Intel e Motorola per fare ricerca ma anche e soprattutto per diffondere il WiMax nel Paese. Una notizia, questa, che certo non farà piacere agli operatori telefonici, specie se “mobile” e alle prese con il costoso HDSPA.

Per saperne di più:

– CNET News: “WiMax firm raises $900 million

Bad stock options, gli azionisti contro Apple

Qualche giorno fa la casa di Cupertino si è auto-denunciata alla SEC (la Consob americana) dopo aver rilevato delle irregolarità nell’assegnazione delle sue stock options. Oggi si apprende che un gruppo di azionisti ha deciso di fare causa all’attuale management e, già che c’era, anche a qualche ex dirigente. Oggetto del contendere sono i diritti attribuiti ai top-manager fra il ’97 e il 2001.

(Via Ansa)

MediasetTunes

L’azienda del Biscione lancia il proprio music store virtuale. In vendita musica italiana e internazionale, ma anche “basi” e temi sonori tratti dalle sue trasmissioni televisive. Ad un primo esame superficiale, la strada da percorrere per impensierire anche lontanamente la versione italiana di iTunes sembra ancora tutta in salita. Scommetto però che i miei conterranei impazziranno per le playlist suggerite dal vip di turno: certe cose qui funzionano meglio della droga.

I blog de L’Espresso

Loic le Meur, capo supremo di Six Apart Europe, ci informa dal suo blog personale che oggi sono stati ufficialmente lanciati “the blogs of L’espresso”. I risultati li potete vedere da soli, sempre a patto che riusciate a visualizzare l’apposita pagina allestita sul sito del settimanale edito da De Benedetti: chiunque può crearsi il proprio blog sfruttando la tecnologia TypePad (Six Apart) scegliendo tra quattro possobili soluzioni. La prima gratuita, le altre a pagamento.

Il MacBook “stinge”, la protesta è on line

Macchie tanto inspiegabili quanto antiestetiche minacciano l’onore della Apple: un centinaio di utenti, inferociti dal fatto che i case dei loro MacBook “stingono” dopo appena tre settimane d’uso, si è unito ed ha aperto StainedBook, un sito attraverso il quale coordina la propria accorata protesta. Ce lo segnala oggi Punto Informatico che, tuttavia, “dimentica” di registrare la significativa presenza nel sito di un blog dove vengono raccolte (e quindi efficientemente rilanciate nella rete) tutte le news relative alla “crisi”. Sospendendo il giudizio sull’effettiva gravità del problema, trovo interessante sottolineare come il “megafono” della rete stia rapidamente abituando il cliente medio alla “tolleranza zero” verso i produttori dei beni che acquista. Con buona pace di chi vorrebbe lavare i panni sporchi in famiglia.

Taci, l’Aviazione USA ti ascolta!

Scopro solo ora che l’aviazione statunitense ha finanziato un progetto triennale di studio e analisi della blogosfera: scopo della ricerca è stabilire se i blog possono o meno fornire “informazioni credibili” ed utili nella lotta al terrorismo planetario, ma anche elaborare un tool capace di distinguere facilmente le chiacchiere dai “dati sensibili”. Costo della ricerca: 450mila dollari. E poi dicono che con i blog non si possono fare bei quattrini.

Aziende, ne ferisce più il video che la spada

Cinquantotto secondi. Tanto è bastato ad un utente di YouTube per demolire l’immagine della statunitense Comcast. Un video della durata inferiore al minuto, nel quale un testo che denuncia i disservizi dell’azienda si alterna alle immagini di un tecnico Comcast che dorme beato sul divano del “regista”: secondo l’autore del filmato, l’uomo è letteralmente svenuto dal sonno dopo ore di attesa al telefono con i suoi colleghi mentre cercava inutilmente di attivare un collegamento ad internet. So cosa state pensando; vi chiedete se sia tutto vero ed io certo non so rispondervi. Quello che so è che fa poca differenza: le aziende dovrebbero finalmente comprendere come la rete abbia cambiato le abitudini dei loro clienti e dato (una potente) voce alle loro proteste. Una voce che non possono controllare o censurare, ma che devono ascoltare e alla quale possono anche rispondere a tono, purchè usino lo stesso linguaggio e rispettino le stesse regole.

Lo “scandalo” PayPerPost

L’idea di PayPerPost è piuttosto semplice: avete un blog di successo? Volete guadagnare dai 5 ai 10 dollari a post? Recensite un prodotto segnalato da noi e incasserete dollaroni sonanti. Ora, io non sono certo tra coloro che si battono in difesa di una malintesa purezza di blog, eppure sento lezzo di scandalo. E non sono il solo: secondo Cnet, ci troviamo di fronte ad una “cosa molto, ma molto brutta“, mentre per Business Week l’iniziativa rischia di “inquinare la blogosfera“. Il vero problema riguarda la natura dell’accordo e di come questo possa minare la credibilità dei blogger: quando Hugh Macleod ha invitato la blogosfera a recensire del vino, ha chiesto semplicemente di parlarne, bene o male che fosse. Qui si pagano i blogger esclusivamente per parlare bene di un prodotto, con un redattore che poi controlla e decide se pagare o meno il blogger. Cosa ancora più grave, i blogger non sono tenuti a spiegare che dicono ciò che dicono perchè pagati. La domanda che rivolgo a PayPerPost è: perchè ciò che è semplicemente improponibile per un giornalista, dovrebbe invece andare bene per un blogger?

UPDATE: Blogs4biz intervista il CEO di PayPerPost Ted Murphy

Più corporate blog per tutti?

La scorsa settimana, un’agenda fitta d’impegni mi ha fatto perdere una notizia che meritava di essere discussa con voi. Rimedio subito: l’istituto di ricerca JupiterResearch ha pubblicato un rapporto nel quale si afferma che il “35 percent of large companies plan to institute corporate Weblogs this year. Combined with the existing deployed base of 34 percent, nearly 70 percent of all site operators will have implemented corporate blogs by the end of 2006”. Ora io mi chiedo, semplicemente, di che cosa stanno parlando? Quali sono e con quali criteri vengono individuate le “large companies” di cui il 34 per cento avrebbe già un blog? Quali aziende rientrano invece in quel 35 per cento che entro i prossimi 6 mesi dovrebbe gettarsi a capofitto nel corporate blogging? Come rapportare questo dato a quello, ben meno ottimista, fornito dal Fortune 500 Business Blogging Wiki? Peccato che per scoprirlo ci vogliano almeno 750 dollari, prezzo d’acquisto per singola copia del rapporto JupiterResearch. Voi cosa ne pensate?