Per Dell la comunicazione è “one2one”

dell one2one blog

Prima o poi doveva succedere: dopo mesi e mesi di critiche circolate nella blogosfera e rimbalzate sui main stream media, il management di Dell si è finalmente svegliato dalla catalessi è ha risposto nell’unico modo possibile: lanciando corporate blog. I fedeli lettori di blogs4biz già sanno chi sia Jeff Jervis e come egli abbia messo in imbarazzo il colosso tecnologico americano trasformando il proprio blog in un gigantesco “unfiltered focus group” sui prodotti e sul servizio di customer care offerto da Dell. Fino ad oggi l’azienda statunitense si era limitata a far finta di non sentire le (spesso aspre) critiche: ora però il gigante è sceso nell’arena e promette una conversazione “one2one”. In altre parole, una rivoluzione.

Update: dopo un’analisi più approfondita del blog, segnalo anche i post di Steve Rubel e dallo stesso Jeff Jarvis. Condivido la loro tesi: Il lancio di un corporate blog offriva a Dell una serie di opportunità che, tuttavia, l’azienda non ha voluto o saputo cogliere. In altre parole, una rivoluzione mancata.

Gli Studios preferiscono BitTorrent

A Steve Jobs va il merito di aver convinto le major discografiche e i network televisivi a distribuire i loro contenuti on line. Con l’iTunes Store il Ceo Apple ha infatti dimostrato che è realmente possibile diffondere legalmente milioni di “titoli” guadagnando cifre più che ragionevoli. Resta una roccaforte da espugnare: quella in cui vivono asserragliati gli Studios hollywoodiani che ancora si rifiutano di vendere i loro “movies” sull’e-shop con la Mela. Inizialmente sembrava che fosse un problema di prezzo: ora alcuni rumors riportati da TechSpot vorrebbero i produttori americani interessati a sostenere un’iniziativa simile a iTunes ma basata su BitTorrent, e, cosa ancora più importante, funzionante sotto il loro stretto controllo.

Avanti il prossimo

Sviluppare nuove versioni del proprio sistema operativo, piazzarle sul mercato cessando via via il supporto a quelle più vecchie e, di fatto, abbandonare in mezzo a una strada gli utenti meno remunerativi è politica classica di Microsoft come di molte altre aziende. Ora però questa strategia potrebbe pagare meno che in passato, finendo in ultima analisi con il danneggiare la stessa casa di Redmond: secondo ZDNet Australia, infatti, l’odierna “dipartita” ufficiale di Windows 98 spianerebbe la strada di molti desktop a un Linux ormai maturo, pronto a conquistare gli utenti “traditi” dallo zio Bill. Staremo a vedere.

Per saperne di più:

– ZdNet Australia: “End to Win98 support may boost desktop Linux

Pubblicità obbligatoria

Ricordate la “tecnologia sviluppata da Philips in grado di bloccare il telecomando durante la pubblicità per impedire lo zapping” di cui parlava qualche mese fa Spotanatomy? Se avete seguito la questione, saprete anche che il clamore destato dalla notizia si è sgonfiato quando Philiphs ha comunicato che non c’era “alcuna intenzione di creare una tecnologia che obblighi lo spettatore a vedere tutta la pubblicità”. Oggi c’è però chi rilancia la questione auspicando l’avvento quanto prima di “superspot” che il pubblico non possa in nessun modo aggirare. E quando quel qualcuno è Mike Shaw, responsabile marketing della ABC, allora conviene drizzare le orecchie.

Lo “scandalo” PayPerPost, risponde il CEO Ted Murphy

Visto e considerato l’interesse destato in America e (persino) in Italia dallo “scandalo PayPerPost“, Blogs4biz non poteva esimersi dal chiamare in causa il Ceo e fondatore della controversa azienda statunitense Ted Murphy. In una breve intervista, il magnate americano risponde secco alle critiche e trova anche il tempo di lanciare una piccola provocazione. Leggete, riflettete e poi, se ne avete voglia, tornate qui e dite la vostra.

– Blognews24: “PayPerPost, Ted Murphy risponde alle critiche

Two weeks of blogging

Gli hot topics delle ultime due settimane:

In evidenza:

Le altre notizie:

Lo “scandalo” PayPerPost/2

Dell’iniziativa firmata dal “magnate” Ted Murphy abbiamo già detto. Mi preme qui segnalare, dopo il risalto ottenuto all’interno della blogosfera, come lo scandalo stia conquistando l’attenzione anche dei main stream media (msn) italiani: è il caso di Mytech.it, dove Nicola d’Agostino ci restituisce una valida ricostruzione dei fatti poi rilanciata tale e quale anche su Panorama.it. Segno che il dialogo tra blogosfera e msn sta (seppur lentamente) migliorando.

La fine del Pay-per-click?

Il Pay-per-click, nota “advertising technique” alla base del successo di piattaforme pubblicitarie miliardarie come “Google AdWords” e “Yahoo! Search Marketing”, potrebbe avere le ore contate. Da giorni ormai si parla di “Click fraud” e di come sia facile “imbrogliare il sistema” a spese degli inserzionisti, ma ora uno studio approfondito definisce con chiarezza i contorni dello “scandalo”: il 14% dei click sarebbero fasulli, con un danno per gli inserzionisti pari a 1,3 miliardi di euro. Un terremoto che mina le fondamenta stesse del business di giganti come Google e Yahoo! e, contemporaneamente, spiega perché la casa di Mountain View si stia dando tanto da fare per sviluppare e promuovere un modello simile ma alternativo e più sicuro: il “Cost-per-action”.

Europa, l’e-commerce vale 100 miliardi di euro

Abbiamo parlato dello stato dell’e-commerce in Italia. E l’Europa? Secondo Forrester Research viaggia anch’essa a gonfie vele: nel 2006 circa 100 milioni di utenti spenderanno in media mille euro ciascuno, spingendo il giro d’affari annuale dell’e-commerce oltre i 100 miliardi di euro. E nei prossimi 5 anni andrà anche meglio: nel 2011 si prevede che 174 milioni di persone investiranno ben 263 miliardi di euro per fare acquisti on line.

Per saperne di più:

– SysAdmin.it: “100 miliardi di euro l’e-commerce in Europa

Rocketboom perde la “testa”

Rocketboom.com, con i suoi 300mila utenti unici, è forse il video-blog più visto al mondo. Alla sua “trasmissione” quotidiana, condotta con straordinaria verve dall’attrice professionista Amanda Congdon, va l’indubbio merito di aver destato l’interesse del grande pubblico, dei media tradizionali ma anche e soprattutto degli inserzionisti, che hanno finalmente intravisto il valido potenziale pubblicitario di certa parte del web 2.0. Ora però il popolare video-blog vive la sua prima, gravissima crisi: proprio come accade nei media tradizionali, un’inferocita Amanda Congdon ha improvvisamente lasciato il programma a causa di contrasti insanabili con i suoi business partner e gli autori del programma sono già in cerca di una possibile alternativa. Visti i precedenti, forse è la prova definitiva che il video-blog è un media maturo.

Per saperne di più:

– WashingtonPost.com: “Popular News Anchor Leaves Video Blog Site