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Quando ogni cosa sarà linkata

Parlare delle cose non è la stessa cosa che parlare con le cose. L’intervista al Next di Berlino per Wired.it con Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG

Berlino – C’è chi crede che anche gli oggetti abbiano un’anima e chi invece sostiene che dovrebbero avere un profilo su Facebook. O che almeno meritino un’identità digitale univoca e sempre riconducibile a loro, un nome e cognome digitali assegnati loro sin dalla nascita. In fondo siamo al Next Berlin 2012, uno degli eventi più importanti tra quelli in Europa dedicati a tecnologia e innovazione: in pratica l’unico posto dove ci si può sentir dire che anche un fustino di detersivo ha diritto ad avere un’identità online. E che questa può esistere senza neanche bisogno di connettere al web il fustino in questione tramite apposito modulo wi-fi.

Follia? Niente affatto. Per capire meglio di cosa si parla, basta partire dall’inizio: “Sempre più persone hanno un account su Facebook, dove costruiscono un profilo che le identifica in maniera univoca partendo da nome e cognome”, spiega Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG. “Se lo stesso venisse fatto con qualsiasi oggetto o prodotto, se a ogni cosa si assegnasse una ID che ne identifichi univocamente la sua rappresentazione digitale, ecco che si aprirebbero prospettive molto interessanti”.

Già, perché se diamo un’ identità digitale agli oggetti fisici, se ogni cosa – dal sapone per i panni a una singola automobile – può avere in Rete la proprio url, allora “possiamo creare tutta una serie di servizi innovativi intorno ad esse”. E quando l’utente cerca in Rete un prodotto, se lo trova stabilisce con esso una connessione, uno scambio di informazioni in entrambe le direzioni: da una parte ci siamo noi che raccogliamo informazioni sul prodotto; dall’altra il prodotto stesso, ora dotato di un’identità, diventa un canale aperto di comunicazione bidirezionale tra chi lo ha prodotto e chi lo compra, che cede informazioni sui propri gusti e interessi. E che intorno a questo o a quel prodotto può avviare una conversazione con altre persone.

A questo punto si potrebbe obiettare che ciò già avviene ogni volta che un utente pubblica un commento o una foto su Facebook, ad esempio per dire qual è la sua bibita preferita. Hobsbawn non è d’accordo: “La grossa differenza qui è che oggi gli oggetti di cui le persone parlano online non hanno una loro identità univoca cui fare riferimento. Quando postiamo su Facebook la foto di un prodotto, tutto ciò che facciamo è riferire quell’oggetto a noi stessi, perché noi abbiamo un profilo mentre la cosa che descriviamo no, in quanto essa non vive da nessuna parte nella Rete”.

Messo di fronte all’uso del verbo vivere per definire la presenza in Rete di un oggetto, ho un attimo di cedimento….

Continua a leggere su Wired.it dove questo articolo è stato originariamente pubblicato sotto licenza Creative Commons.

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