Il nanopublishing visto da dentro

L’amico Giuseppe Granieri espone il suo punto di vista sullo stato del nanopublishing in Italia e, a titolo esemplificativo, chiama in causa il sottoscritto e il nostro blognetwork Communicagroup. Che cosa dica esattamente potete scoprirlo da voi leggendo il suo post. Per quel che mi riguarda, colgo al volo l’occasione che gentilmente mi offre e, riprendendo il suo ragionamento, espongo la mia visione delle cose maturata da un punto di osservazione privilegiato: quello di editor di Blogs4biz.

Continua:

Giuseppe spiega: il prodotto editoriale conquista il pubblico, l’editore “rivende” tale pubblico agli inserzionisti che investono in pubblicità. Peccato che il sistema funzioni per la stampa tradizionale ma non per i blog, perché il nano-editore non sarebbe ancora in grado di quantificare in modo comprensibile per gli inserzionisti il ROI del proprio network. E se invece lo fosse? Servirebbe comunque a poco: in Italia manca ancora la massa critica di utenti internet necessaria a fare sistema e mercato. Un’orrida situazione di stallo dalla quale il nano-publisher curiosamente non emerge come coraggioso imprenditore che rischia del suo investendo sull’innovazione (al posto di Finanza e Politica), ma come uno che si limiterebbe ad eseguire “il compitino base, senza troppe idee, senza un percorso preciso, senza provare a tracciare una strada”. A “federare” blogger esistenti e ricchi di seguito per poi brillare della loro luce riflessa, rivendendone il pubblico agli inserzionisti.

La mia esprienza personale mi suggerisce esattamente il contrario: Blogs4biz, così come tutti gli altri blogs di Communicagroup, non era una realtà preesistente inglobata dal network di Luca Ajroldi per ottimizzare la raccolta pubblicitaria. Esistono esperimenti di questo genere in America, ma non è il nostro caso.
Semmai Communicagroup è tributaria al network Gawker di Nik Denton. Dopo un periodo di studio e alcuni colloqui con Denton, Ajroldi costruì un progetto editoriale italiano basato sulla ricerca degli argomenti da proporre al pubblico, basato sulla ricerca delle fonti in rete e della costruzione dei collegamenti con altri blogs in parte simili che potessero essere considerati fonte attendibile e certa.

Blogs4biz non esisterebbe se il nanopublisher/direttore Ajroldi non l’avesse pensato e costruito scegliendo gli autori ( giornalisti e bloggers). Se non avesse cercato di far superare il dualismo esistente allora, ma ancora oggi, tra le due categorie. Insegnando ma anche facendo formazione. Certo, io scriverei ancora, ma da qualche altra parte e di qualcos’altro e comunque non secondo il preciso progetto editoriale nel quale Blogs4biz si rispecchia. Perché dentro Communicagroup il concepimento, lo sviluppo, la messa online e la conduzione di ciascun blogs dipende sempre da un progetto editoriale articolato, non è mai casuale.

Un meccanismo, questo, che dunque non è corretto liquidare come una semplice “partecipazione ad un sistema centralizzato di raccolta pubblicitaria”, ma che anzi valorizza e arricchisce il mio lavoro secondo le dinamiche tipiche di una redazione giornalistica. Insomma, mentre ancora si fanno convegni nei quali si afferma la necessità di un giornalismo 2.0, noi lo stiamo già facendo da oltre tre anni, fondendo le basi della professione giornalistica con l’innovazione portata in dote dallo strumento blogs e dal social networking in generale. Due anni e mezzo trascorsi anche predicando nel deserto di un sistema imprenditoriale avvolto su se stesso, che vede l’innovazione come il fumo negli occhi e tiene stretti, a suo rischio e pericolo, i cordoni della borsa.

Si può fare di meglio?. Certo. Si può sempre fare di meglio, ma è necessario sperimentare, rischiare, capire, sperando che nel frattempo questo Paese esca dal neolitico e recuperi parte del suo piramidale ritardo. E se qualcuno ha suggerimenti da dare è il benvenuto, purché non si fermi alle semplici (e purtroppo facili) esortazioni, ma offra soluzioni concrete.

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4 pensieri su “Il nanopublishing visto da dentro

  1. bernardo parrella

    il discorso sarebbe fin troppo ampio, provo a focalizzare

    la mancanza di massa critica in italia e’ stata e rimane una balla, nel senso che da 15 mi dicono che non si puo’ scrivere questo o quello per che’ non c’e’ la massa critica e nessuno capisce battute/esperimenti oltre 1+1=2

    non ci si arrivera’ mai a tale massa se i media mainstream italici continuanao a fare, come facevano ieri e fanno oggi, a fare “informazione” top-down, a presentare esperti e “giornalisti” in giacca e cravata a parlare del futuro del web, con i soliti “grandi” nomi a pontificare

    non ci si arrivera’ mai se, scrive giuseppe “..mi interessa più riuscire a descriverne un modello che parteciparvi”

    non ci si arrivera’ se molti blogger continuano solo a volersi ritagliare uno spazietto di contorno a simili media mainstream

    non ci si arrivera’ mai se tutta questa gente, e chi li segue, non iniziera’ a sporcarsi le mani, arrotolarsi le maniche e rischiare in prima persona, come d’altronde la rete insegna

    e se non c’e massa critica, tutto il castello crolla, giusto? ergo, solo pochi, eruditi, esperti, mainstream, big coroporation possono spiegare, dire, pontificare — e il serpente si morde la coda

    invece, il nanopublishing e’ uno dei modi per sporcarci le mani, reale, concreto, rischioso indipendente — viva i nanopublisher allora

    poi, appunto, si puo’ e deve fare di meglio; vari progetti social-based esistono anche in italia, vivacchiando tra inserzioni e sponsorhip, il freelancing e’ diffuso (incluso il sottoscritto) pur se spesso alla soglia della fame

    ovvio comunque vada, l’italia non e’ gli usa, ne’ vi si parla il francese come in mezzo mondo; ma credo che piu’ utile sarebbe partire da quanto c’e’ e anziche’ tirarsi fuori, contribuire concretamente al futuro, che di toeria ne abbiamo fatta fin troppa IMHO

    –bp

    Rispondi
  2. Antonella Beccaria

    Il discorso della massa critica è delicato perché, se da un lato si continua a scrivere che gli utenti Internet, in rapporto alla popolazione, sono ancora pochi, qualche esperimento in lingua italiana che genera i suoi frutto esiste. Piuttosto il problema, come veniva fatto notare, è l’impostazione di business model di concessionarie pubblicitarie e, di conseguenza, inserzionisti. Un’impostazione che continua a condizionare – più o meno – l’informazione cosiddetta mainstream mentre l'”informazione-conversazione” sui blog, essendo (ancora?) esente da queste logiche risulta più fresca e forse anche più attendibile in alcuni casi. Le analisi di questi aspetti sono ancora poche ma sufficienti per avviare un dibattito con il tuo e quello di Giuseppe Granieri. E forse per iniziare a ripensare a modelli economicamente sostenibili di informazione dal basso. Come? Qua sta la scommessa del dibattito che hai lanciato.

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  3. bernardo parrella

    il discorso sarebbe fin troppo ampio, provo a focalizzare

    la mancanza di massa critica in italia e’ stata e rimane una balla, nel senso che da 15 mi dicono che non si puo’ scrivere questo o quello per che’ non c’e’ la massa critica e nessuno capisce battute/esperimenti oltre 1+1=2

    non ci si arrivera’ mai a tale massa se i media mainstream italici continuanao a fare, come facevano ieri e fanno oggi, a fare “informazione” top-down, a presentare esperti e “giornalisti” in giacca e cravata a parlare del futuro del web, con i soliti “grandi” nomi a pontificare

    non ci si arrivera’ mai se, scrive giuseppe “..mi interessa più riuscire a descriverne un modello che parteciparvi”

    non ci si arrivera’ se molti blogger continuano solo a volersi ritagliare uno spazietto di contorno a simili media mainstream

    non ci si arrivera’ mai se tutta questa gente, e chi li segue, non iniziera’ a sporcarsi le mani, arrotolarsi le maniche e rischiare in prima persona, come d’altronde la rete insegna

    e se non c’e massa critica, tutto il castello crolla, giusto? ergo, solo pochi, eruditi, esperti, mainstream, big coroporation possono spiegare, dire, pontificare — e il serpente si morde la coda

    invece, il nanopublishing e’ uno dei modi per sporcarci le mani, reale, concreto, rischioso indipendente — viva i nanopublisher allora

    poi, appunto, si puo’ e deve fare di meglio; vari progetti social-based esistono anche in italia, vivacchiando tra inserzioni e sponsorhip, il freelancing e’ diffuso (incluso il sottoscritto) pur se spesso alla soglia della fame

    ovvio comunque vada, l’italia non e’ gli usa, ne’ vi si parla il francese come in mezzo mondo; ma credo che piu’ utile sarebbe partire da quanto c’e’ e anziche’ tirarsi fuori, contribuire concretamente al futuro, che di toeria ne abbiamo fatta fin troppa IMHO

    –bp

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  4. Antonella Beccaria

    Il discorso della massa critica è delicato perché, se da un lato si continua a scrivere che gli utenti Internet, in rapporto alla popolazione, sono ancora pochi, qualche esperimento in lingua italiana che genera i suoi frutto esiste. Piuttosto il problema, come veniva fatto notare, è l’impostazione di business model di concessionarie pubblicitarie e, di conseguenza, inserzionisti. Un’impostazione che continua a condizionare – più o meno – l’informazione cosiddetta mainstream mentre l'”informazione-conversazione” sui blog, essendo (ancora?) esente da queste logiche risulta più fresca e forse anche più attendibile in alcuni casi. Le analisi di questi aspetti sono ancora poche ma sufficienti per avviare un dibattito con il tuo e quello di Giuseppe Granieri. E forse per iniziare a ripensare a modelli economicamente sostenibili di informazione dal basso. Come? Qua sta la scommessa del dibattito che hai lanciato.

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