Agoravox, il citizen journalism in salsa francese sbarca in Italia

Dopo una lunga gestazione debutta oggi anche in Italia Agoravox, sito di informazione online basato sul “giornalismo partecipativo” e nato in Francia nel 2005 dall’iniziativa di Carlo Ravelli.

A maggio di quest’anno Francesco Piccinini, project manager di Agoravox Italia, riassumeva così i tratti distintivi del giornale online francese:

“L’edizione francese conta oggi un milione di visitatori unici al mese e 35000 “reporter” che sottopongono degli articoli.

Tra loro circa 1000 moderatori votano gli articoli off line e quelli
più interessanti sono pubblicati. Dopodiché gli utenti votano gli
articoli on line e in base alle preferenze e al numero di commenti un
articolo sale o scende sulla home.

I moderatori sono utenti “scelti” dalla community. Si tratta di
reporter che hanno pubblicato almeno 5 articoli e hanno ottenuto un
voto positivo da parte dei lettori (un grazie a Simone Brunozzi su
questo punto).

In Francia siamo, classifica Wikio, il secondo medium più citato su
Internet dopo Le Figaro”.

A luglio AgoraVox è diventata una Fondazione indipendente “per evitare
possibili derive aziendalistiche e/o politiche consentendoci di
preservare la nostra indipendenza”. L’obiettivo perseguito da Piccinini e dal suo staff è piuttosto ambizioso:

lungi dal voler essere “in contrapposizione con la stampa tradizionale”, Agoravox, punta “a realizzare un giornalismo di prossimità che è, forse, il termine che meglio ritrae questa forma di informazione. Pensiamo – spiega il project manager – che un cittadino il quale con la sua telecamera riprende quanto accade sotto il suo palazzo non sia in «competizione» con il giornalista che quotidianamente cerca notizie e lavora fino a notte tarda in redazione.

E’ infatti nostra intenzione realizzare inchieste partecipative, in cui giornalisti professionisti e giornalisti «cittadini» dialogano per completare l’informazione. Puntiamo ad un modello di informazione dal basso”.

Ora la domanda è: il pubblico italiano è abbastanza maturo (e numeroso) da sostenere questa come altre esperienze di grassroot journalism (vedi Current)?

Per conto mio temo di no, ma lascio comunque ai posteri l’ardua sentenza.

Full disclosure: il sottoscritto figura tra i (molti) contributori volontari di Agoravox.

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