Augmented Reality

Immaginate di essere per strada in una città che non conoscete e che visitate per la prima volta. Siete appena arrivati e avete bisogno di un ristorante o di un albergo, di organizzare insomma la vostra permanenza.

Senza pensarci troppo tirate fuori dalla tasca il vostro smartphone, avviate l’Augmented Reality (AR) browser e, in un attimo, sullo schermo compaiono informazioni su ristoranti ed alberghi più vicini, sulla presenza di servizi di trasporto come tram e metropolitane e persino cenni storici sui palazzi più antichi. Il tutto perfettamente sovrapposto (ed è qui la vera innovazione) all’immagine che la telecamera del vostro dispositivo raccoglie in tempo reale dal mondo che vi circonda.

Fantascienza? Tutt’altro.

L’AR esiste già da tempo, ad esempio per applicazioni di tipo militare: oggi però assistiamo alla primissima fase della sua diffusione nel mercato della comunicazione mobile,  e i risultati di questi primi esperimenti appaiono incoraggianti. La fantascienza, semmai, ha il merito di aver immaginato servizi come quello descritto sopra già decenni fa, mentre solo ora iniziamo finalmente a disporre della tecnologia e delle risorse necessarie per realizzare questa piccola rivoluzione.

La ricetta è presto detta: c’è bisogno di una banca dati enorme (Internet) cui si possa accedere in qualsiasi momento (via banda larga mobile); serve un device capace di raccogliere a ogni istante informazioni riguardo alla posizione (via gps) e all’orientamento (grazie alla bussola incorporata) di colui che guarda il mondo circostante attraverso la telecamera. Lo strumento – tipicamente uno smartphone di ultima generazione – deve infine saper combinare queste informazioni e usarle per “riconoscere” gli oggetti osservati, in modo da poter ricercare correttamente in Rete tutti i dati disponibili.

Dati questi ingredienti, il passo da qui a dire che a pochi metri di distanza da voi si trova un ristorante cinese o il museo del Louvre è abbastanza breve.

Insomma, l’Augmented Reality è il trait d’union digitale che consente la sintesi tra due mondi che di solito intendiamo come separati e a volte addirittura antitetici, ovvero la realtà “reale” e quella “virtuale”. Come tale, parrebbe avere tutte le potenzialità per giocare nel prossimo futuro un ruolo importante nella fruizione dei contenuti disponibili online, anche quelli prodotti dai giornali.

Un particolare, quest’ultimo, che non sembra essere sfuggito a giornalisti ed editori statunitensi: come riferisce Dorian Bankoil dalle pagine di PoynterOnLine, anche al New York Times si stanno interessando già da tempo alla questione. Michael Young, Creative technoligist in forze all’NYT, guida un team di ricerca e sviluppo impegnato a capire come usare l’Augmented Reality per veicolare i contenuti giornalistici che traggono maggior profitto dalla georeferenziazione: le recensioni di locali pubblici, le offerte e l’andamento dei prezzi del mercato immobiliare (ad esempio nel palazzo verso cui puntiamo lo smartphone), gli annunci economici e altro ancora.

In verità le possibilità sono infinite e ancora tutte da esplorare:  un’applicazione recentemente rilasciata per iPhone e Android dice all’utente se nel palazzo verso cui sta puntando la telecamera risiedono aziende o istituzioni che abbiano ricevuto soldi (e quanti) dal Governo USA per salvarsi dalla crisi grazie al Recovery Act. E ci riesce semplicemente attingendo a piene mani dai dati resi pubblici sul sito Recovery.org dall’Amministrazione americana. Uno strumento utilissimo per l’utente che vuole informarsi, ma anche per lo stesso giornalista a caccia di notizie.

Provate a immaginare se questo stesso principio fosse sfruttato per rendere disponibili, ovunque voi siate in Italia, informazioni puntualmente georeferenziate tratte dai servizi giornalistici di Report o di Terra!, dagli approfondimenti de L’Espresso o di Panorama, e dalle molte altre fonti (blogosfera compresa) che popolano il panorama mediatico italiano.

Lo scenario che se ne può dedurre è senza dubbio suggestivo.

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