Amleto, il primo uomo moderno. Purtroppo.

Ripenso spesso ad Amleto, alla sua immagine tormentata così come ce l’ha tramandata il genio di Shakespeare (lui o chi per lui, nel caso fosse vero che non sia mai esistito). Alla Tragedia con la T maiuscola, di cui il principe danese è uno dei simboli più potenti e conosciuti.

Ci ripenso perché è netto il ricordo di quando, sui banchi dell’università, venni folgorato da una rivelazione (o forse dovrei dire Epifania, visto che al tempo studiavo anche il personaggio di Gabriel Conroy):

Amleto è stato il primo uomo moderno.

Mi spiego: l’Amleto è la “tragedia dell’inazione” per eccellenza. Le cose accadono, le persone ci restano secche, monta la piena verso un finale tragico e (spoiler) alla fine muoiono tutti (tranne Orazio, che deve raccontare la storia), solo perché Amleto non fa ciò che deve fare: uccidere lo zio traditore, assassino e usurpatore del trono, sbattere la madre in convento, prendersi ciò che suo. Regnare. Essere felice.

Proprio non riesce a decidersi. Proprio non ce la fa.

All’inizio della storia, lo spettro del padre gli svela la verità e dice chiaro e tondo cosa deve fare. Ma lui non è convinto. No che non lo è. E la colpa non è neanche sua. Piuttosto è della scienza, del progresso, della filosofia, e più in generale della conoscenza. Di come queste cose possano opprimere un intelletto raffinato e sensibile, imprigionarlo invece di liberarlo, trasformarsi in una gabbia dorata dove dolersi e affliggersi fino a consumarsi, mentre intorno il fluire del tempo come un fiume in piena travolge cose e persone.

Certo, un uomo moderno non può credere a un fantasma. Non scherziamo. Però il dubbio ti viene. E magari allora indaghi, così come fa Amleto. Il problema è che le prove, anche quando ci sono, non gli bastano mai. Un’evidenza dopo l’altra, a un certo punto la verità appare in tutta la sua violenta banalità. Cui dovrebbe seguire una reazione altrettanto banale e violenta.

Macché: anche quando sa cosa deve fare, Amleto non impugna la spada e macella chi deve macellare, pensando a se stesso e al suo bene. Piuttosto organizza una recita a palazzo (peraltro regalandoci un esempio affascinante di meta-teatro che levati). Poi osserva, poi dubita. Poi si lancia in monologhi che sono belli sì, che fanno i capolavori della letteratura, ok, ma che sono anche una pietra miliare nella storia di:

  • Procrastinazione;
  • Egocentrismo e autoreferenzialità;
  • Arroganza;
  • Autolesionismo;
  • Paraculismo (o se preferite: ricerca di ogni possibile scusa);

Chiaro ora cosa intendo per uomo moderno? Immaginate oggi quanti like su Facebook avrebbero rimediato.

Del resto, il paragone con la realtà non fa che accentuare l’inadeguatezza di questo essere umano sensibile e sofferente, la dolente piaga della sua modernità. Come mi dissero a lezione, la storia di Amleto è tratta da quella di un vero principe Danese, si svolge (credo) nel XII secolo, ed è molto più semplice: scoperto il “gomblotto”, il vero Amleto fa fuori lo zio, neutralizza la madre e prende il potere in men che non si dica. Figlia di un altro tempo, immersa in un mondo dove non si andava tanto per il sottile, quella tragedia vera si era insomma risolta rapidamente con un “occhio per occhio”, probabilmente a colpi d’ascia (o almeno così mi piace immaginare).

Ma Shakespeare ha un altro messaggio da trasmettere: l’onda lunga dello stupore causato dalla scoperta delle Americhe e, con esse, di un mondo ben più vasto del previsto – per di più tondo e neanche più al centro dell’universo – nel 1600 non si è affatto esaurita. Anzi, dopo un secolo è ancora lì a sconquassare la fiducia dell’uomo nella propria capacita di conoscere e interpretare la realtà, ne evidenzia i limiti, risveglia paure ancestrali. Perché “ci sono più cose in cielo e terra di quante se ne sogni la Filosofia” di Orazio. E perché “il tempo è fuori di sesto”, e siamo un po’ tutti del gatto.

L’episteme stesso in cui vive e agisce Shakespeare trasuda angoscia. Anni bui di oscurantismo sono all’orizzonte in Inghilterra. Tutto questo va raccontato, non tanto e non solo con la precisione e puntualità che è propria della Storia, ma piuttosto usando la finzione. Recuperando un personaggio realmente esistito, reinventando la sua storia e, di fatto, misurando lo sgomento di un’intera epoca proprio con la distanza che separa la realtà dalla fantasia, l’Amleto vero da quello che possiamo considerare il primo di noi uomini moderni.

Duro ma giusto, Shakespeare getta senza pietà il povero principe danese in una gabbia: quella del suo stesso intelletto, dove dubbi, tentennamenti e incertezze sono sbarre chi gli si stringono addosso fino a sopraffarlo. E lo fa per evidenziare un problema, descrivere lo sgomento di un’intera epoca. Ma anche per lanciare un monito a tutti, ovunque e in ogni tempo, che sintetizzerei così:

Bella zì, ma le chiacchiere stanno a zero: se al pensiero non segue l’azione, alla fine tutto ciò che resta è silenzio.

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