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Que viva C-HR!

A novembre sono stato inviato da Wired a Madrid per partecipare insieme ad altri 18 fotografi al contest organizzato da Toyota per il lancio della nuova C-HR. Il brief era mettere insieme l’auto, la città e il tema delle Reflections.
Alla fine sono rientrato nella selezione definitiva grazie alla foto qui sotto, che ora figura in sito dedicato ma che dal primo febbraio sarà esposta a Parigi.

“From 1 February, the selection of 24 photographs will be exhibited at Le Rendez-Vous Toyota, Toyota’s European showroom on Champs Elysées in Paris (France), together with the Toyota C-HR”.

Poteva andare peggio.

La nuova Honda C-HR fotografata a Madrid

La nuova Toyota C-HR fotografata a Madrid

 

Aspettando “The Whole Picture 2016”

The Whole Picture - International Journalism FestAnche quest’anno, per la terza edizione consecutiva, torna ‪#‎thewholepic‬ per contribuire alla grande narrazione della corazzata ‪#‎IJF16‬. Intanto un assaggio delle edizioni passate.

 

 

Ci vediamo in giro
– sulla gallery ufficiale del Festival Internazionale del Giornalismo: http://exhibitions.journalismfestival.com/gallery-the-whole-picture
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Amleto, il primo uomo moderno. Purtroppo.

Ripenso spesso ad Amleto, alla sua immagine tormentata così come ce l’ha tramandata il genio di Shakespeare (lui o chi per lui, nel caso fosse vero che non sia mai esistito). Alla Tragedia con la T maiuscola, di cui il principe danese è uno dei simboli più potenti e conosciuti.

Ci ripenso perché è netto il ricordo di quando, sui banchi dell’università, venni folgorato da una rivelazione (o forse dovrei dire Epifania, visto che al tempo studiavo anche il personaggio di Gabriel Conroy):

Amleto è stato il primo uomo moderno.

Mi spiego: l’Amleto è la “tragedia dell’inazione” per eccellenza. Le cose accadono, le persone ci restano secche, monta la piena verso un finale tragico e (spoiler) alla fine muoiono tutti (tranne Orazio, che deve raccontare la storia), solo perché Amleto non fa ciò che deve fare: uccidere lo zio traditore, assassino e usurpatore del trono, sbattere la madre in convento, prendersi ciò che suo. Regnare. Essere felice.

Proprio non riesce a decidersi. Proprio non ce la fa.

All’inizio della storia, lo spettro del padre gli svela la verità e dice chiaro e tondo cosa deve fare. Ma lui non è convinto. No che non lo è. E la colpa non è neanche sua. Piuttosto è della scienza, del progresso, della filosofia, e più in generale della conoscenza. Di come queste cose possano opprimere un intelletto raffinato e sensibile, imprigionarlo invece di liberarlo, trasformarsi in una gabbia dorata dove dolersi e affliggersi fino a consumarsi, mentre intorno il fluire del tempo come un fiume in piena travolge cose e persone.

Certo, un uomo moderno non può credere a un fantasma. Non scherziamo. Però il dubbio ti viene. E magari allora indaghi, così come fa Amleto. Il problema è che le prove, anche quando ci sono, non gli bastano mai. Un’evidenza dopo l’altra, a un certo punto la verità appare in tutta la sua violenta banalità. Cui dovrebbe seguire una reazione altrettanto banale e violenta.

Macché: anche quando sa cosa deve fare, Amleto non impugna la spada e macella chi deve macellare, pensando a se stesso e al suo bene. Piuttosto organizza una recita a palazzo (peraltro regalandoci un esempio affascinante di meta-teatro che levati). Poi osserva, poi dubita. Poi si lancia in monologhi che sono belli sì, che fanno i capolavori della letteratura, ok, ma che sono anche una pietra miliare nella storia di:

  • Procrastinazione;
  • Egocentrismo e autoreferenzialità;
  • Arroganza;
  • Autolesionismo;
  • Paraculismo (o se preferite: ricerca di ogni possibile scusa);

Chiaro ora cosa intendo per uomo moderno? Immaginate oggi quanti like su Facebook avrebbero rimediato.

Del resto, il paragone con la realtà non fa che accentuare l’inadeguatezza di questo essere umano sensibile e sofferente, la dolente piaga della sua modernità. Come mi dissero a lezione, la storia di Amleto è tratta da quella di un vero principe Danese, si svolge (credo) nel XII secolo, ed è molto più semplice: scoperto il “gomblotto”, il vero Amleto fa fuori lo zio, neutralizza la madre e prende il potere in men che non si dica. Figlia di un altro tempo, immersa in un mondo dove non si andava tanto per il sottile, quella tragedia vera si era insomma risolta rapidamente con un “occhio per occhio”, probabilmente a colpi d’ascia (o almeno così mi piace immaginare).

Ma Shakespeare ha un altro messaggio da trasmettere: l’onda lunga dello stupore causato dalla scoperta delle Americhe e, con esse, di un mondo ben più vasto del previsto – per di più tondo e neanche più al centro dell’universo – nel 1600 non si è affatto esaurita. Anzi, dopo un secolo è ancora lì a sconquassare la fiducia dell’uomo nella propria capacita di conoscere e interpretare la realtà, ne evidenzia i limiti, risveglia paure ancestrali. Perché “ci sono più cose in cielo e terra di quante se ne sogni la Filosofia” di Orazio. E perché “il tempo è fuori di sesto”, e siamo un po’ tutti del gatto.

L’episteme stesso in cui vive e agisce Shakespeare trasuda angoscia. Anni bui di oscurantismo sono all’orizzonte in Inghilterra. Tutto questo va raccontato, non tanto e non solo con la precisione e puntualità che è propria della Storia, ma piuttosto usando la finzione. Recuperando un personaggio realmente esistito, reinventando la sua storia e, di fatto, misurando lo sgomento di un’intera epoca proprio con la distanza che separa la realtà dalla fantasia, l’Amleto vero da quello che possiamo considerare il primo di noi uomini moderni.

Duro ma giusto, Shakespeare getta senza pietà il povero principe danese in una gabbia: quella del suo stesso intelletto, dove dubbi, tentennamenti e incertezze sono sbarre chi gli si stringono addosso fino a sopraffarlo. E lo fa per evidenziare un problema, descrivere lo sgomento di un’intera epoca. Ma anche per lanciare un monito a tutti, ovunque e in ogni tempo, che sintetizzerei così:

Bella zì, ma le chiacchiere stanno a zero: se al pensiero non segue l’azione, alla fine tutto ciò che resta è silenzio.

Adam Cheyer: «Intelligenza Artificiale? Dovrete aspettare un secolo. Se non due» (da Wired del 06/2014)

Da vent’anni in prima linea nella ricerca sull’intelligenza artificiale, Adam Cheyer è considerato il padre di Siri e, più in generale, dei moderni “assistenti digitali”. “Abbiamo fatto dei progressi, ma per una vera IA ci vorranno altri cento anni” dice, smorzando i facili entusiasmi. E questo perché, anche a fronte di un’enorme potenza di calcolo, “non possiamo replicare con il software qualcosa che ancora non comprendiamo”.

Come nasce Siri?

«Siri come lo conoscete oggi è solo uno degli spin-off del “Calo project”, dove CALO è acronimo di “Cognitive Assistant that Learns and Organizes”. Il progetto è stato voluto e sostenuto dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) con investimenti pari a 250 milioni di dollari, ha fatto lavorare insieme 400 persone per 5 anni, dal 2003 al 2008, e ha coinvolto 27 centri di ricerca guidati dallo Stanford Research Institute».

Perché un’organizzazione come DARPA si è interessata all’IA?

«L’obiettivo era costruire un “assistente digitale” basato su una vera intelligenza artificiale, uno strumento che riunisse in sé diverse tecnologie nella quali si stavano facendo grandi progressi separatamente, come il riconoscimento vocale o il machine learning. La sfida era insomma creare un sistema che potesse percepire la realtà, che fosse in grado di imparare ed evolversi da solo grazie all’esperienza, all’interazione e alla comunicazione con il mondo. E che fosse in grado di reagire in tempo reale a ciò che accade intorno all’utente».

Chiariamo subito un punto: secondo te la mission può definirsi accomplished?

«Per cinque anni ho avuto l’onore di lavorare con i più grandi esperti al mondo di intelligenza artificiale. E’ stato incredibilmente affascinante, abbiamo fatto dei notevoli passi avanti, ma quell’esperienza ha anche notevolmente ridimensionato le mie aspettative. Specie rispetto a quando saremo davvero in grado di creare qualcosa che le persone comuni possano riconoscere come vera IA».

Ridimensionato di quanto?

«Al punto da convincermi che per creare un’intelligenza artificiale dovremo aspettare almeno altri cento anni».

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Bill Ready, Ceo di Braintree, ha una lezione da insegnarvi

Riassumendo:

bill ready“Questa è la mia quarta startup e posso dire di imparato molto con ognuna delle mie iniziative imprenditoriali. Due cose su tutte: in primo luogo, è importante affidarsi a dei mentor, attingere alla loro esperienza, farsi consigliare soprattutto per come svolgere le cose pratiche, dove l’inesperienza può giocare brutti scherzi. In secondo luogo, che la vera scommessa è credere in se stessi e nella propria idea. Un mentor può guidarti per fare al meglio quello che ti serve, ma solo tu puoi sapere davvero dove vuoi andare e perché”.

A parlare – alla fine di una bella intervista per Wired che trovate linkata qui sotto – è Bill Ready, Ceo Braintree, forse la più avanzata piattaforma di pagamenti via mobile al mondo. Di certo la prima a comparire sul mercato. Uno che ci ha visto lungo, che ha capito prima di tutti. E che soprattutto ci ha creduto. Fino in fondo.

Da Braintree a Apple Pay, così cambieranno i pagamenti mobili
Intervista con Bill Ready, CEO di Braintree. Uno che vuole portare la quota dei pagamenti mobili dall’attuale 1 al 50%
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John Sculley sull’innovazione

10624807_10152385928077466_8562166993086414504_nPrima i grandi balzi in avanti della Tech Industry dipendevano dal genio e dall’intuizione di un uomo solo, come ad esempio Steve Jobs.

Oggi tutta l’industria tecnologica lavora a quel balzo in avanti, collaborando su piattaforme che prima non esistevano. È la prima volta nella storia.

E, tra parentesi, credo che il prossimo Steve Jobs sarà una donna”

John Sculley ‪#‎websummit‬