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Yahoo! cola a picco in Borsa

Nel caso non ve ne foste accorti, ieri in Borsa le azioni di Yahoo! hanno fatto un tonfo epocale. Colpa della pubblicazione di una trimestrale assolutamente imbarazzante e che registra un crollo del 78% per l’utile netto dell’azienda, passato da 754,7 a 164 milioni di dollari. Non vorrei essere nei panni del management del portale di Sannyvale per nulla al mondo.

Google “video Adsense”

google video adsense

Impossibile navigare in rete senza imbattersi in un contenuto pubblicitario veicolato attraverso Google Adsense. Fino ad oggi la casa di Mountain View ci aveva abituato alla massima semplicità, diffondendo nel web semplici spot testuali. Ora però Stefano Hesse, Corporate Communications Manager di Google Italia, m’informa che Google ha presentato oggi il nuovo formato pubblicitario “video click-to-play”, già disponibile per l’intero network Adsense. In pratica, gli inserzionisti potranno “caricare” senza alcun sovrapprezzo un video-spot delle durata massima di due minuti e che si avvierà solo su espressa richiesta dell’utente. I video andranno “in onda” solo sui siti che ne accettano la pubblicazione, sono facili da caricare e gli inserzionisti potranno misurarne l’efficacia adoperando appositi strumenti forniti da Google. Se desiderate vedere un esempio, accomodatevi pure.

Digital Death

La rete offre infinite opportunità a quanti hanno sufficiente creatività ed inventiva per lanciare un nuovo business. Volete un esempio? Eccolo: a Bolzano qualcuno ha pensato di offrire un servizio online di necrologi. Lo slogan è, inequivocabilmente, “un pensiero per l’eternità”, mentre la promessa è che questi annunci mortuari digitali resteranno in rete fino alla fine dei tempi. Il tutto per la modica cifra di 20 euro a inserzione. Nessuna istruzione, invece, su come tradurre in bit anche i classici scongiuri.

Italia.it: nuovo Governo, vecchie promesse

Ieri Rutelli, forse non del tutto consapevole di ciò che stava facendo, si è sbilanciato ed ha promesso che “Il turismo italiano globale sara’ presto in rete con la lista di tutti gli appuntamenti in programma nella penisola” (fonte Ansa). Non so cosa abbia spinto il ministro della Cultura a mettere in gioco la sua reputazione su un progetto come il portale Italia.it che, dopo 4 anni di promesse e milioni di euro investiti, ha prodotto solo una blanda pagina blue e bianca con su scritto “coming soon”. Quello che so è che d’ora in poi aspetteremo l’Onorevole Rutelli al varco e che la sua frase “Il governo italiano ha avviato la realizzazione di Italia.It”, riferita a un portale che (secondo Lucio Stanca) doveva essere ormai quasi pronto, risulta piuttosto inquietante.

Per saperene di più:

– Blogs4biz: “Italia.it, chi l’ha visto?
– Blogs4biz: “Italia.it, il portale che ancora non c’è
– Blogs4biz: “Portale Italia.it, conto alla rovescia

E’ nato Google Video Italia

google video italia

Stefano Hesse, Corporate Communications Manager di Google Italia, mi informa che è nato Google Video Italia e che il nuovo servizio consente di:

  • Ricercare video ovunque nel mondo, sia generati da utenti che da realta’ aziendali e professionali
  • Inserire i video all’interno di blog o siti di community
  • Scaricare i video su un computer o dispositivi portatili come Ipod o Sony PSP
  • Dare un giudizio a ogni video e aggiungere commenti
  • Condividere i propri video con utenti in tutto il mondo

Poi non dite che non vi avevo avvertito.

Per saperne di più:

– Google Blog italia

Gli Studios preferiscono BitTorrent

A Steve Jobs va il merito di aver convinto le major discografiche e i network televisivi a distribuire i loro contenuti on line. Con l’iTunes Store il Ceo Apple ha infatti dimostrato che è realmente possibile diffondere legalmente milioni di “titoli” guadagnando cifre più che ragionevoli. Resta una roccaforte da espugnare: quella in cui vivono asserragliati gli Studios hollywoodiani che ancora si rifiutano di vendere i loro “movies” sull’e-shop con la Mela. Inizialmente sembrava che fosse un problema di prezzo: ora alcuni rumors riportati da TechSpot vorrebbero i produttori americani interessati a sostenere un’iniziativa simile a iTunes ma basata su BitTorrent, e, cosa ancora più importante, funzionante sotto il loro stretto controllo.

Avanti il prossimo

Sviluppare nuove versioni del proprio sistema operativo, piazzarle sul mercato cessando via via il supporto a quelle più vecchie e, di fatto, abbandonare in mezzo a una strada gli utenti meno remunerativi è politica classica di Microsoft come di molte altre aziende. Ora però questa strategia potrebbe pagare meno che in passato, finendo in ultima analisi con il danneggiare la stessa casa di Redmond: secondo ZDNet Australia, infatti, l’odierna “dipartita” ufficiale di Windows 98 spianerebbe la strada di molti desktop a un Linux ormai maturo, pronto a conquistare gli utenti “traditi” dallo zio Bill. Staremo a vedere.

Per saperne di più:

– ZdNet Australia: “End to Win98 support may boost desktop Linux

Pubblicità obbligatoria

Ricordate la “tecnologia sviluppata da Philips in grado di bloccare il telecomando durante la pubblicità per impedire lo zapping” di cui parlava qualche mese fa Spotanatomy? Se avete seguito la questione, saprete anche che il clamore destato dalla notizia si è sgonfiato quando Philiphs ha comunicato che non c’era “alcuna intenzione di creare una tecnologia che obblighi lo spettatore a vedere tutta la pubblicità”. Oggi c’è però chi rilancia la questione auspicando l’avvento quanto prima di “superspot” che il pubblico non possa in nessun modo aggirare. E quando quel qualcuno è Mike Shaw, responsabile marketing della ABC, allora conviene drizzare le orecchie.

La fine del Pay-per-click?

Il Pay-per-click, nota “advertising technique” alla base del successo di piattaforme pubblicitarie miliardarie come “Google AdWords” e “Yahoo! Search Marketing”, potrebbe avere le ore contate. Da giorni ormai si parla di “Click fraud” e di come sia facile “imbrogliare il sistema” a spese degli inserzionisti, ma ora uno studio approfondito definisce con chiarezza i contorni dello “scandalo”: il 14% dei click sarebbero fasulli, con un danno per gli inserzionisti pari a 1,3 miliardi di euro. Un terremoto che mina le fondamenta stesse del business di giganti come Google e Yahoo! e, contemporaneamente, spiega perché la casa di Mountain View si stia dando tanto da fare per sviluppare e promuovere un modello simile ma alternativo e più sicuro: il “Cost-per-action”.

USA, il WiMax ha un futuro

Almeno sulla carta, il WiMax è l’uovo di colombo della connettività wireless a banda larga: con una sola antenna montata, gli utenti del servizio possono teoricamente navigare in rete a 70 megabit al secondo connettendosi da una distanza massima di 50 chilometri. Un risultato notevolissimo a fronte di ridotti costi di installazione, ma anche una bella “legnata sulle ginocchia” del digital divide. In Italia la sperimentazione langue, forse frenata da precisi interessi. In America, invece, questa tecnologia sembra avere finalmente un futuro solido: la startup Clearwire ha infatti incassato ben 900 milioni di dollari di finanziamenti da Intel e Motorola per fare ricerca ma anche e soprattutto per diffondere il WiMax nel Paese. Una notizia, questa, che certo non farà piacere agli operatori telefonici, specie se “mobile” e alle prese con il costoso HDSPA.

Per saperne di più:

– CNET News: “WiMax firm raises $900 million