Alessandro Gilioli: il futuro del giornalismo è nella comunicazione plurale, concorrenziale e meritocratica

Alessandro Gilioli è giornalista de L’Espresso e blogger editor di “Piovono Rane“. Vincitore del Macchianera Blog Awards ’09 per la categoria “Miglior Blog giornalistico”, Alessandro ben incarna la figura del professionista dell’informazione che vive dall’interno la rivoluzione in corso nel giornalismo, mostrando come sia possibile cavalcare l’onda lunga dell’innovazione mantenendo ben saldi i vecchi e sani principi alla base del suo mestiere. La persona giusta, insomma, con la quale iniziare la conversazione online sul futuro dell’informazione da qui a dieci anni, tema centrale della prossima Venice Session:

Giornalisti versus blogger/citizen journalists: a chi appartiene il futuro dell’informazione?
“Direi che appartiene a tutti i comunicatori, professionali e non, se sapranno mettere da parte ideologismi di “corporazione” e lavorare insieme per un’informazione plurale.

Voglio dire: l’immigrazione degli «extracomunicanti» nel vecchio giornalismo ha provocato una dialettica inizialmente interessante (“bloggers vs journalists”, “mainstream media vs citizen journalism”) che però ormai mi pare superata. Gli immettitori non professionali di contenuti sul Web (news, foto, video commenti etc.) si avvalgono ampiamente del lavoro e delle notizie dei comunicatori professionali così come, viceversa, i professionisti traggono enormi materiali (e correzioni dei loro errori) dal Web 2.0. La contrapposizione è roba del passato, o degli “estremisti” di entrambe le parti.
Quindi: professionisti pagati per comunicare continueranno ad esistere se sapranno scendere dal piedistallo e confrontarsi con la vivace realtà dei vari blog, Facebook, Twitter, Youtube etc. Per contro, l’apporto del citizen journalism sarà sempre più vitale e importante (con un inevitabile processo di selezione) e anche quelli che ora gli voltano snobisticamente le spalle prima o poi si arrenderanno”.

Come vedi il futuro del giornalismo da qui a dieci anni?
“Non parlerei di giornalismo (contenitore un po’ vecchio e limitato) ma più in generale di comunicazione: diffusa, multiforme e intrecciata su tanti device e canali diversi, dal computer al cartaceo, dalla radio al telefonino, dalla televisione all’e-reader, fino ai display nei centri commerciali o per strada, ai minischermi sui taxi, ai monitor avvolgibili e chissà cos’altro in futuro. Comunque: se parliamo di qualità e skills, mi pare evidente che il comunicatore professionale del futuro sarà multipiattaforma e capace di confrontarsi con il pianeta del citizen journalism traendone vantaggi.

Se invece parliamo di “quantità” della comunicazione, mi sembra inevitabile sul breve e medio termine una radicale diminuzione del numero di giornali cartacei e un altrettanto radicale downsizing nelle redazioni (per le difficoltà nel mettere a punto strategie di business solide nella nuova realtà on line) a fronte di un incremento della comunicazione nel suo complesso, sia verticale sia orizzontale sia mista.

Questo, soprattutto, a fronte di una sempre maggiore contaminazione del cosiddetto “giornalismo” con generi apparentemente ancora lontani (infotainement, edutainment, videogame, ludointerattività, creazione di database, vendita di servizi paraeditoriali ad personam etc).”

Se ci sono quali sono le cose buone di questa professione che andranno inevitabilmente perse?
“I lati negativi ci sono in ogni transizione. Ce ne sono se parliamo banalmente in termini di categoria (licenziamenti, cassa integrazione, paletti all’accesso etc.) ma anche se poniamo l’attenzione sull’interesse complessivo di una società libera e plurale (comunicatori di professione più poveri e precari potrebbero essere più ricattabili dagli editori, meno orientati alle inchieste scomode e forse più manovrabili dai poteri forti). Per contro, mi paiono largamente preponderanti i lati positivi di una comunicazione che grazie alla Rete si autocorregge e si declina pluralmente in migliaia di siti, testimonianze, video, blog, contenuti e punti di vista diversi. E siccome in Rete l’autorevolezza è tutto, alla fine i comunicatori (professionali e non) più proni ai poteri di qualsiasi tipo verranno gradualmente scremati e marginalizzati. Sono troppo ottimista?”

Cosa significa fare innovazione nel giornalismo?
“Nell’immediato significa buttarsi urgentemente alle spalle una subcultura fatta di privilegi e piedistalli per aprirsi a una comunicazione plurale, concorrenziale e meritocratica. Sul breve-medio termine significa diventare sempre più multipiattaforma e imparare ad uscire dal recinto del giornalismo tout court per entrare nel “rischioso” mondo della comunicazione a 360 gradi.”

I giornali come li conosciamo sono destinati a sparire?
“I giornali cartacei sono ovviamente destinati a diminuire radicalmente (in termini di quantità, foliazione e spese) perché hanno sempre meno lettori e sempre meno pubblicità. Dopodiché se una testata, che era solo o prevalentemente cartacea riesce a diventare invece un hub profittevole in Rete, potrà anche permettersi il lusso di tenere una versione cartacea. Invece le testate che rimarranno solo cartacee saranno poche e probabilmente di nicchia.”

Il futuro della rete è nei contenuti a pagamento come sembrano dire sempre più editori?
“Mi pare che le vecchie testate cartacee “generaliste” in crisi strutturale di ricavi e di lettori si trovino di fronte alla scelta se chiudersi con cancellini e cancelletti scegliendo la strada univoca del pay (micropagamenti e/o abbonamenti) oppure se aprirsi al mondo liquido del Web invadendolo viralmente con i propri contenuti e ampliando la propria offerta verso l’infotainment e altri servizi on line, per un ritorno di medio termine fornito (oltre che dall’autorevolezza del brand) dalla massa di contatti e quindi dalla pubblicità, a cui aggiungere una parte di servizi extra magari di infotainment – tipo i giochi o le iniziative come Ilmiolibro di Repubblica.it – derivanti dal premium. Molti editori sono tentati dalla prima strada (che in realtà secondo me è una pigra scorciatoia), i più coraggiosi e lungimiranti andranno verso la seconda.

Se poi parliamo più in generale di contenuti in Rete (andando oltre la questione di quelli che per semplicità chiamiamo “editoriali”) mi pare che almeno per un po’ vada a prevalere il modello “freemium” (molto free+una parte premium) di cui parla Chris Anderson.”

Esistono altri modelli di business?
“Penso di sì, anche se ancora incerti e irti di pericoli.

La più sensata alternativa al banale pay (anche se oggi considerata un po’ visionaria) è che gli attuali gruppi editoriali abbiano il coraggio di diventare grandi hub multipiattaforma e non solo “editoriali” in senso stretto, provando a fornire contenuti molto più multiformi rispetto agli attuali. Per capirci: prima si mettevano on line solo le notizie scritte, poi ci si è un po’ aperti ai contenuti degli utenti, ai sondaggi e ai forum, quindi si è arrivati agli audio e ai video, poi (vedi NYT) si sono fatti passi avanti con le infografiche cliccabili, con i database e con le foto navigabili, ma in Giappone si stanno già sperimentando i “newsgames” (storie giornalistiche date in forma di videogiochi) e le prospettive di estensione delle modalità in cui declinare contenuti già “giornalistici” è quasi infinita (ma nessun giornale italiano ha ancora assunto un game designer. Buffo, no?!).

Un hub editoriale che percorra questa strada e nel contempo “invada” on line le nicchie (sia di interesse sia di località) può diventare un polo di attrazione pubblicitaria molto maggiore degli attuali “siti d’informazione”.

Tanto più se al multicontenuto e all’invasione delle nicchie si intreccia un uso intelligente degli user generated contents, dell’interattività con i lettori e anche dei blog (e non mi riferisco solo a quelli dei giornalisti già assunti nella testata in questione).

Si noti bene che tutto ciò non impedisce poi la vendita premium di servizi particolari e specifici che possono accompagnare e arricchire l’hub: i due modelli infatti possono convivere con modalità e “balances” diversi e (perché no?) specifici per ogni editore.

Un terzo possibile ricavo da parte di chi produce contenuti “d’eccellenza” potrebbe essere una flat legata al canone adsl, cioè un introito derivato da un accordo di spartizione dei proventi incamerati dalle telecom che fanno pagare l’accesso a Internet. Ma questo scenario (da molti proposto) apre poi problemi non solo tecnici, ma anche legati al tema spinoso della neutralità della Rete.

Comunque non è impensabile che sul medio-lungo termine gli editori più smart ottengano il grosso dei loro entroiti dalla pubblicità che penetra nei milioni di contenuti emessi o “incamerati” dentro il loro hub, un’altra parte derivante dai servizi extra (ma, attenzione, devono essere servizi davvero innovativi, perché non si venderanno mai profittevolmente i contenuti che oggi si regalano o che comunque circolano liquidamente nel Web) e infine un’altra parte più ridotta derivante da un contributo delle telecom.

Ma mi rendo conto che squarciare questi orizzonti complessi adesso, mentre gli editori sono tutti impegnati a rendere meno drammatici i dati dell’ultima semestrale, è piuttosto difficile: è molto più semplice e autorassicurante pensare di far pagare, semplicemente, i contenuti di cui si dispone già.”

In Italia il pubblico è pronto per essere, oltre che lettore, anche produttore e editore delle notizie?
“Mi pare che lo sia già, anche se la quantità e la qualità di questo apporto non è all’altezza di molti altri paesi, compresi alcuni di quelli in via di sviluppo. Ma qui il discorso scivolerebbe sui limiti dell’innovazione in un paese anagraficamente sempre più vecchio e culturalmente tendente a chiudersi in se stesso anziché aprirsi al nuovo.”

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