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Se BB sta per Bye Bye Blackberry

Dopo 20 anni al comando di Research In Motion, i due co-amministratori delegati Jim Balsillie e Mike Lazaridis (che di RIM è anche il fondatore) hanno fatto un passo indietro, lasciando la pesante eredità di un’azienda in crisi al tedesco (ex-Siemens) Thorsten Heines. Ieri ne abbiamo parlato brevemente durante la trasmissione RAI Radio3mondo (qui presentazione e relativo podcast) e, finito il collegamento, quella chiacchiera è diventata un pezzo dove ho provato a disegnare un quadro della situazione inserendo qualche riflessione personale.

Il pezzo integrale lo trovate su Lettera43 (Lo tsunami Blackberry), mentre alla fine di questo post è disponibile un podcast con i sei minuti del mio intervento estratti della trasmissione RAI (commenti benvenuti).

Subito di seguito, invece, riporto il passaggio dell’articolo dove ho provato a ragionare sulle possibili conseguenze che per RIM avrebbe la concessione a produttori terzi della licenza d’uso per i Blackberry Os10. Ipotesi, questa, ventilata dal nuovo CEO Thorsten Heines proprio nel video registrato al suo insediamento.

Ciliegina sulla torta: il neo eletto Ceo Heines si è già detto convinto che il Blackberry Os 10 sarà un successo e che Rim potrebbe valutare se concedere a produttori terzi la licenza d’uso del nuovo sistema operativo.

Per capire cosa ciò possa significare, diamo un’occhiata ai due principali competitor, ovvero Apple e Google: la prima, in puntuale accordo con la visione di Steve Jobs, crede nella totale integrazione tra software e hardware, nella loro gestione diretta (ma sarebbe meglio dire “nel loro controllo totale”), che risultano in un ecosistema chiuso dove l’ottimo software spinge l’hardware. E dove, per inciso l’esperienza dell’utente è garantita in toto da Apple stessa.

Google fa concorrenza ad Apple con un ottimo sistema operativo che ha messo a disposizione dei molti produttori hardware affamati d’innovazione (Samsung in testa), i quali insieme hanno contributo alla sua fulminea diffusione e quindi a creare una solida alternativa al precursore iPhone in un mercato che si è rivelato fiorente per tutti.
Entrambi, infine, hanno dalla loro parte eserciti di sviluppatori che hanno creato e creano centinaia di migliaia di app, dando all’utente solo l’imbarazzo della scelta rispetto a come sfruttare hardware sempre più potenti.

Fino ad ora RIM assomigliava più Apple che a Google: proponeva un sistema chiuso e proprietario che con i suoi ottimi servizi faceva la forza dell’azienda e spingeva l’hardware. Se ora l’azienda dovesse arrischiarsi a spezzare questo binomio, c’è il rischio serio che finisca a farsi concorrenza da sola, inciampando nello stesso errore che fece la Apple guidata da Amelio quando rilasciò la licenza dell’Apple Os ai fabbricatori di cloni.

E tutto questo accadrebbe più o meno mentre debutta il nuovo e atteso iPhone 5.

Vista così, a me non sembra una gran mossa. Voi che ne pensate?

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(Foto: arrayexception)

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Di Amazon.it, Amazon Prime e Lettera43

Oggi ho inaugurato la mia collaborazione con Lettera43 pubblicando un articolo su Amazon.it dove – seguendo gli ottimi suggerimenti di Brad Stone su Business Week – ho provato a focalizzare l’attenzione sul reale valore di un servizio come Amazon Prime e sull’impatto che esso può avere sul mercato italiano dell’e-commerce.

E alla fine «habemus Amazon». Dopo 15 anni di attività, il colosso statunitense delle vendite online è sbarcato da appena una settimana nella nostra penisola. E già promette di aprire a un mercato italiano ancora acerbo ma, forse in virtù di questa sua stessa “giovinezza”, potenzialmente capace di grande crescita.

Una piccola rivoluzione e forse anche un sollievo per quel numero sempre crescente di nostri connazionali che, per ben 3 lustri,  hanno dovuto superare barriere linguistiche e geografiche pur di acquistare sul sito del negozio online più grande del mondo. O meglio, sulle sue “localizzazioni” in altre nazioni come gli stessi Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia.

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