La verità sul rapporto tra aziende e social networks

Come chi si sveglia di colpo da un incubo nel pieno della notte, molte aziende nel mondo hanno improvvisamente scoperto ed imparato a temere i social network.

Superato lo choc, un numero crescente di loro ha anche iniziato ad investire qualche spicciolo nel tentativo di farsi amici coloro che non potevano battere e fare community intorno al proprio brand o a un prodotto specifico. Qualcuno ci è persino riuscito ma, almeno secondo l’ultima ricerca pubblicata dalla Deloitte, in media i risultati sono ancora deludenti.

Spesso la ragione è che, nell’approcciare i social network, le aziende prima si sbattono per infarcire le proprie iniziative con mirabolanti soluzioni tecnologiche (creando freddi lunapark virtuali) e poi però ne affidano la gestione a un povero (e spesso mal pagato) stagista.

E’ un po’ come se la Ferrari continuasse a investire milioni di euro in ricerca e sviluppo ma poi affidasse la guida delle sue monoposto al custode della sede di Maranello, peraltro continuando a pagarlo come prima. Saprà anche guidare, ma non è certo l’uomo giusto al posto giusto.

Quello che le aziende non sembrano riuscire a comprendere è insomma che i social network sono solo strumenti più o meno evoluti che in parte contribuiscono a generare e in parte assecondano tendenze di comportamento e bisogni della gente.

Non si tratta di quante cose puoi fare online, ma di quante persone puoi incontrare, di come puoi confrontarti con loro. E’ un problema di legami e rapporti umani, non di “cruscotti” e funzionalità.

Se davvero vogliono “entrare nel giro” (e dovrebbero) le aziende devono quindi scegliere con cura le persone cui affidare l’impresa e, soprattuto, non devono lesinare fondi. E’ ora di finirla con questo continuo sottovalutare l’impegno e la competenza che il dialogo online tra azienda e utente quotidianamente richiede.

In caso conrario, i risultati sono quelli impietosamente evidenziati dallo studio Deloitte, il quale prende in considerazione ben cento business community online evidenziando che:

1) circa i 35 per cento di queste realtà ha meno di 100 utenti registrati, mentre il 25 per cento ne ha meno di 1000. Risultati piuttosto deludenti se si considera anche che almeno il 60 per cento di tali aziende ha investito oltre un milione di dollari per mettere in piedi il suo corporate social network nuovo fiammante;

2) nel 30 per cento dei casi in oggetto il responsabile della community è risultato essere un addetto part-time. In altri casi (grave errore) è stato incaricato un responsabile dell’area marketing, peraltro spesso già impegnato nella gestione del sito o dei siti aziendali “tradizionali”;

3) le aziende non sanno valutare il ROI delle loro iniziative “2.0”: si intestardiscono a misurare gli accessi e le pagine viste (neache stessero pubblicando il New York Times) e ignorano il valore del passaparola, l’importanza dello scendere in campo e costruire una reale “reputazione” dialogando con la gente, persino i benefici effetti in termini di posizionamento e visibilità sui motori di ricerca.

Insomma, sebbene sia vero che le aziende hanno finalmente deciso di saltare sul carro dei social network, la verità è che quasi sempre finiscono piuttosto schiacciati sotto le ruote dello stesso.

La ragione è che sbagliano il tempo e scivolano sulla loro stessa grassa superficialità.

(Via InformationWeek)

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4 pensieri su “La verità sul rapporto tra aziende e social networks

  1. Biccio

    Niente di nuovo sotto il sole.

    Le aziende non hanno mai capito che “online” si accompagna ad “ongoing” in un’unità inscindibile. I budget vengono fatti con investimenti one-shot come una campagna di comunicazione a termine, o una brochure, e al massimo si eroga un tantum per la manutenzione intesa come conservazione della “mummia”.

    E tutto ciò in anni in cui ha sempre meno senso investire sul “sito” e sempre più senso investire sulla “vita” online.

    Il guaio grosso è che persino molte web agency non ci arrivano

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