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Follie autopromozionali targate Facebook

Mi capita assai spesso di ricevere messaggi deliranti inviati attraverso il Social Network più amato dagli italiani. Tra i tanti che ricevo su Facebook e trovo fastidiosi, quello che forse riesco meno a tollerare è questo:

“Mario Rossi è ora fan di Mario Rossi su Facebook e ti consiglia di diventarlo anche tu”.

Ora mi piacerebbe capire se questa follia autopromozionale:

1) deriva dall’incompetenza dei troppi italiani che non hanno mai toccato un computer ma si affollano su Facebook con l’unico scopo di mettersi in mostra per le ragioni più varie;

2) è frutto di una qualche grave svista nella definizione dei processi con cui funzionano le fan page, imputabile agli sviluppatori americani;

3) è piuttosto figlia della malizia di Zuckerberg&co, che hanno capito quale sia la vera motivazione con cui milioni di utenti si avvicinano a Facebook

4) Nessuna delle tre precedenti (in tal caso, pregasi fornire gentilmente nei commenti la soluzione alternativa che ritenete corretta).

Chi sa parli.
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Quando un “blogger” vince il Nobel

Prima di tutto, i fatti:

– Paul Krugman è professore alla Princeton University ed editorialista del New York Times;

– Paul Krugman ha vinto oggi il Premio Nobel per l’Economia;

– Paul Krugman è un blogger.

Detto questo, non lasciatevi trarre in inganno: non sto citando questa notizia per suggerire che i blogger meritino il Nobel e, con esso, rispetto e considerazione. Al contrario, sono stanco di partecipare a meeting, convegni e seminari dove sento parlare dei blogger come di una categoria, di una specie di esercito composto da milioni di soldati senza volto (magari adolescenti) uniti da un unico scopo condiviso. Scopo che, a sentire i detrattori, varia dal sovvertire l’informazione tradizionale e mandare a casa i giornalisti al demolire i brand per il puro piacere di distruggere.

E’ l’apotesi del classico “fare di tutta l’erba un fascio”, del generalizzare in luogo del voler capire. Quello stesso processo mentale che, dato l’esempio fornito dalla notizia su Krugman, qui mi autorizzerebbe a dire che i blogger sono così affidabili, preparati e competenti che uno di loro ha persino meritato il Premio Nobel.

Siamo seri. Il blog non è altro che uno strumento che consente di veicolare idee, informazioni, pensieri ma anche errori, odio e persino inutilità. La differenza, qui come altrove, la fa chi lo usa quando vi riversa dentro se stesso e le proprie conoscenze.

A questo punto il messaggio per le aziende e i loro manager mi sembra chiaro: smettela di generalizzare. Poteva funzionare 15 anni fa ma oggi la generalizzazione è un lusso che non vi potete più permettere perché la fuori, nella rete, ci sono milioni di persone, di professionisti, pensionati, disoccupati, adolescenti, casalinghe di Voghera che oggi hanno enormemente potenziato la loro capacità di comunicare grazie un blog.

Alcuni di loro hanno idee e competenze abbastanza originali e forti da emergere dalla massa. Altri vi resteranno sommersi per sempre. Tutti stanno parlando di voi, del vostro brand ed hanno imparato a pretendere un confronto diretto, un dialogo uno ad uno.

Scrollatevi di dosso i pregiudizi e attrezzatevi.

La verità sul rapporto tra aziende e social networks

Come chi si sveglia di colpo da un incubo nel pieno della notte, molte aziende nel mondo hanno improvvisamente scoperto ed imparato a temere i social network.

Superato lo choc, un numero crescente di loro ha anche iniziato ad investire qualche spicciolo nel tentativo di farsi amici coloro che non potevano battere e fare community intorno al proprio brand o a un prodotto specifico. Qualcuno ci è persino riuscito ma, almeno secondo l’ultima ricerca pubblicata dalla Deloitte, in media i risultati sono ancora deludenti.

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Aziende vs blogger: in America imparano, in Italia denunciano

E’ cronaca di questi giorni la vicenda giudiziaria che vede contrapposti il blogger Sarnari e il mobilificio Mosaico Arredamenti, dove il secondo cita in giudizio il primo per aver scritto un post “indiscutibilmente diffamatorio” e gli chiede 400mila euro di risarcimento.

Per dare un’interpretazione dell’accaduto, ho pensato di elaborare un rapido ma significativo confronto con un’altra storia simile, avvenuta quattro anni fa, che vedeva protagonisti un blogger e l’azienda DELL.

Non fatevi fuorviare dalla evidente differenza di forze in gioco che separa l’esempio citato e il caso nostrano. Qui da noi la Rete è piccola, la gente mormora e anche una piccola controversia può essere rivelatrice di tendenze ben più ampie e generalizzate.

Leggete le due storie e traete da voi le necessarie conclusioni.

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Brunetta: La PA è la palla al piede dell’Italia

“Fannulloni che allevano bamboccioni”. Con queste parole Luca de Biase, moderatore a Roma della tavola rotonda della “Giornata Nazionale dell’Innovazione 2008”, riassume l’intervento di Renato Brunetta nel quale il ministro per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione stigmatizza i mali della PA italiana.

I “fannulloni” secondo Brunetta sono i policy maker, i nostri politici che, nel ruolo di datori di lavoro dei dipendenti pubblici, non fanno il loro dovere, sono assenti, disinteressati. In loro assenza, i dipendenti pubblici (divenuti “bamboccioni” appunto) si demotivano, non fanno bene la loro parte causando il blocco del sistema e, di conseguenza, quel ritardo di 15 anni nell’innovazione evidenziato dal secondo rapporto COTEC (presentato sempre oggi da Riccardo Viale).

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