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Berlin Web2.0 Expo, parla Tim O´Reilly

Ieri, primo giorno del Berlin Web2.0 Expo, il keynote più atteso era certamente quello di Tim O´Reilly. Senza fare troppi giri di parole, posso dire che l’intervento non mi ha esaltato: diciamo che non c’è stato (e forse non poteva esserci) nulla di nuovo sotto il sole. La parte più interessante la lascio riassumere all’ottimo Alberto D’Ottavi che, al contrario, ha apprezzato il talk di O’Reilly:

Tim really overcharged the audience with his strength and arguments. “Don’t think about the software, think what data are you going to manage” has been his first raccomendation, and this is crucial, because “If you don’t have a strategy for self-improving the data, you’re not a Web 2.0 company’. But if data analysis is a usual aspect for any business, the kind of observations you can collect with a Web 2.0 approach is of a higher level – usage pattern, automatic profiling and the whole, up to behavioural targeting.

Belle parole, ma non posso fare a meno di chiedermi se davvero l’audience europeo avesse bisogno di sentirsi ricordare, alla fine del 2007, l’importanza del data management and analysis.

Ad ogni modo giudicate voi: sempre Alberto ha pubblicato file audio che documenta in presa diretta la presentazione di O’Reilly. La registrazione è opera di Ulrike Reinhard.

Enjoy.

Berlin Web2.0 Expo – Perla di saggezza numero uno

C’era da immaginarselo. Nonostante la proverbiale capacità organizzativa tedesca si sia alleata con la “macchina da public relations” americana, l’evento appare a tratti un po’ “scollato” e, di certo, tanta carne al fuoco richiede grossi “sacrifici”: inevitabile rinunciare ad almeno cinque panel per ascoltarne uno.

L’unica è “pilluccare” a destra e manca, cercando di raccogliere suggerimenti preziosi. Cominciamo con il seguente. Altri seguiranno con cadenza randomica:

Il tema dello speech in questione è “Business Models for web 2.0 Companies”, titolo altisonante che possiamo tradurre in “bello il web 2.0, ma come si fanno i soldi?”. A metà della sua presentazione lo speaker, Christian Leybold di BV Capital, focalizza così sul video on line:

Why does video work on line?

– Lots of content (user generated, pro-amateurs, hollywood);
– People’s engagement (rating, tagging, etc);
– Huge audience;
– Playback quality increasing (broadband);
– Multiple monetization opportunities, targeting and analytics;
– Good medium for branding messages;

Dopo tale premessa, Leybold va poi al sodo:

How do you monetize your videos?

– Pre- and post-rolls;
– In-video Ads;
– Promotional Contents
– Sponsorships
– Search/display advertising
– Pay Per Views

Il tutto funziona se si tiene presente che:

– Works best with long-form differentiated software;
– Mass UGC harder to monetize than semi-professional and pro content;
– Enviroment and content need to be brand safe;
– 3 seconds instead of 30 seconds ads;
– High CPM’s of $20++ but still small budgets, large brand advertisers.

Detto così sembra quasi facile. E ovviamente non manca l’esempio: Yume networks, azienda specializzata nel “video advertising network built from the ground up that offers a brand safe advertising experience that can be delivered to any device – PC, TV, mobile and more – whether streamed or downloaded.”

Radiohead, disintermediazione e taccagneria

Forse sapete già che la band inglese dei Radiohead ha diffuso il suo ultimo album, In Raimbows, senza passare per le major e senza imporre ai fan un “prezzo di listino”, ma anzi dando loro la massima libertà possibile. Spiega Antonio Sofi:

“Il diskbox (di In Rambows) è l’albero della cuccagna del fan, come scrive Pitchfork: due cd + due vinili, libretti, artwork, cotillons vari. Costa 40 sterline. Paghi e ti arriva a casa. Se vuoi invece le canzoni (da scaricare on line), il prezzo lo decidi tu.”

Una formula rivoluzionaria che è piaciuta a molti – me compreso – e che ha già indotto altri artisti a sperimentare scelte simili. Ora (Antonio non me ne voglia), la domanda da porsi è se gli utenti pagano abbastanza per il disco e, purtroppo, la risposta pare essere un secco e deludente “no”.

Stando a quanto riporta The Register nel suo Open Season podcast, sebbene la gente dichiari di aver pagato l’album circa 8 sterline, la cifra reale mediamente versata non supererebbe le 2,50 sterline. Poco e, addirittura, meno dei tre euro per cd che la major EMI avrebbe garantito in royalties alla band.

Insomma, la disintermediazione funziona solo se i fan non sono degli spilorci.

Un blog nel cuore del Fondo Monetario Internazionale

Simon Johnson è consigliere economico e direttore del Dipartimento di Ricerca presso il Fondo Monetario Internazionale. Un ruolo di grande responsabilità, ma anche un punto d’osservazione privilegiato dal quale Johnson – direi piuttosto inaspettatamente – ha deciso di avviare una “conversazione” diretta e informale con la propria comunità di riferimento e, come tiene egli stesso a sottolineare, con la gente che in genere resta esclusa dalle “press conferences”.

Traducendo, ha aperto un blog che, sebbene non sia il massimo in quanto a strumenti implementati, grafica e interattività, offre comunque la possibilità di commentare ed inviare trackback e adotta una policy semplice e facilmente comprensibile.

Un’iniziativa migliorabile, certo, ma non per questo meno interessante. Ora non resta che aspettare e vedere se qualcun’altro tra i colleghi di Johnson vorrà seguirne l’esempio.

Ripicca 2.0

Circa dieci giorni fa Niklas Zennstrom, arcinoto co-fondatore di Skype e Joost, lasciava la guida del servizio di Voip più famoso al mondo. Le “disappointing financial performance” del suo Skype erano state accolte con estremo disappunto da Ebay che, a sua volta, deve averne “gentilmente” chiesto e ottenuto la testa.

Passato qualche tempo il buon Niklas, forte del suo nuovo ruolo di “nonexecutive chairman of Skype’s board of directors”, apre ora bocca e spara ad alzo zero:

“eBay paid too much for our acquisition”.

Uno scherzetto niente male che, senza dubbio, avrà fatto la gioia degli investitori di Ebay.

Funambol: successo italiano, capitale straniero

L’Italia non è luogo fertile per seminare idee vincenti. Un giovane imprenditore che, ad esempio, desideri mettere in piedi un’azienda sviluppatrice di “mobile 2.0 messaging software powered by open source”, deve nell’ordine:

1) mollare tutto e trasferirsi in America; e non in un posto qualunque, ma nella Silicon Valley;
2) trovare un lavoro che gli consenta di ottenere una “Green Card”, documento irrinunciabile se si vuole fare business serio negli USA;
3) Convincere i facoltosi VC americani che l’Italia è competitiva nel software development e che l’open source consente validi modelli di business.

Vi sembra un’impresa impossibile?

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Vicini di Ebay

In reazione ai sondaggi che ne danno in calo l’appeal sul pubblico planetario, il sito d’aste on line Ebay si rinnova e annuncia un proprio servizio di social networking, nome in codice “Neighborhoods”:

“la funzione ‘Neighborhoods’ consente agli utenti di postare foto, recensioni di prodotti, consigli e feedback dando luogo ad un esperienza visuale molto più ricca e interattiva rispetto al classico Ebay Discussion Forum”.

Un cambiamento che ricorda da vicino certe feature disponibili su Amazon.com. Non deve essere un caso: secondo l’Associated Press, infatti, sempre più utenti Ebay si starebbero “trasferendo” sulla piattaforma del megastore online o su omologhi come Overstock.com o uBid.

Gran Bretagna, il McMenu diventa wireless

Siete in Gran Bretagna nel prossimo futuro. Seduti in uno qualsiasi degli oltre 1200 fast food McdDonald’s, consumate il vostro pasto mentre navigate in rete tramite connessione wi-fi. Cosa c’è di strano? Che l’accesso a internet non costa le solite 5 sterline l’ora, ma è offerto dalla casa.

“Fast food chain McDonald’s said on Saturday it would offer free wireless Internet access across its 1,200-strong restaurants in the UK, making it the country’s biggest provider of free wireless broadband access.”

Quel che si dice dare una scossa al mercato. Ora immaginate questo modello applicato qui da noi nei bar, nelle tavole calde o nelle pizzerie associato ad un sistema credibile e, soprattutto, rapido di accounting, in linea con il decreto Pisanu per il trattamento dei dati personali.

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