
Una notizia falsa somiglia ad una palla di neve. Rotolando giù dal ghiacciaio raccoglie altra neve, sassi e fango. Si ingrossa, accelera e prima o poi qualcosa travolge. In genere, la credibilità di chi l’ha diffusa per primo. Mentre però anche la più grande delle valanghe raggiunge rapidamente il fondovalle e lì si ferma, una bufala che si rispetti impiega assai più tempo per terminare la propria corsa. Ammesso (e non concesso) che ciò sia possibile, specie dopo che ha imboccato l’interminabile e velocissima autostrada di internet.
L’antefatto: nel 2005, durante un suo spettacolo, il comico Beppe Grillo dà una notizia non proprio falsa, ma deformata e arricchita con dettagli drammatici che sono sì funzionali per infiammare il pubblico, ma che risultano del tutto inventati. Quella stessa notizia viene poi ripubblicata sul suo noto e frequentatissimo blog: gli inceneritori generano particelle più inquinanti del normale che finiscono nei cibi di marche specifiche prontamente elencate. Gli autori della scoperta, dopo aver interpellato le suddette aziende, sono stati messi a tacere con taglio di fondi.
La conseguenza: qualcuno ascolta lo spettacolo, ne capisce l’un per cento e, soprattutto, non verifica nulla, non si documenta. Preferisce invece scrivere una mail priva di qualsiasi riferimento puntuale alle fonti ma ricca di allarmismi, dopodiché la “inietta” come un veleno nella rete.
L’antidoto: due anni dopo, a fine luglio 2007, un professionista eccellente come Paolo Attivissimo la riceve, la analizza e la sconfessa anche intervistando Stefano Montanari, uno dei “poveri scienziati” chiamati in causa dal comico, che in un post sul suo blog aveva già sbugiardato il comico divulgatore.
La resistenza del virus: sempre due anni dopo, ma a settembre, qualcuno gira a Luca Ajroldi ancora quella stessa mail zeppa di fandonie, e lo spinge fare una ricerca (di pochi minuti) che evidenzia subito la sòla annidata nella retorica del messaggio mail.
Ecco: se fossi un docente di comunicazione userei questa storia come perfetto esempio di disinformazione, o di bufala se preferite, nata dalla necessità di fare sensazione (sempre) e dalla brama dello scoop ad ogni costo; nutrita dall’ansia della gente che assume a piene mani le notizie allarmistiche senza mai verificare le fonti o, peggio, avendo fideistica fiducia in un comico; tenuta in vita da un medium – la rete – che deve essere maneggiato con cura da chi non ha ancora imparato a capirlo.
Insomma, sia da parte di chi parla a un pubblico potenzialmente immenso, sia da parte di chi ascolta avendo a disposizione potenti strumenti di analisi, servirebbe uno sforzo di maggiore responsabilità.
Meditate gente, meditate.