Sembra ieri

Un intero anno non dovrebbe passare così in fretta, ma tant’è: è di nuovo Natale. E’ di nuovo tempo di stringersi con gli affetti più cari e – perchè no? – riflettere sui dodici mesi appena trascorsi. Magari a pancia piena.

Auguri di cuore a tutti.

Sony PS3, la gaffe di Phil Harrison

“Nobody will ever use 100 percent of its capability”. Queste parole, non prive di arroganza, si riferiscono alla Playstation3, sono state pronunciate dal Sony executive Phil Harrison durante un’intervista con MTV e danno molto da riflettere. Passi il fatto che nessuna nuova console dispone al suo esordio di giochi che la “spremano” a dovere perchè i programmatori necessitano tempo per prendere confidenza con il nuovo hardware. Ma da qui a dire che nessuno riuscirà mai a sfruttare appieno la PS3 non solo è una spacconata, ma è anche una disastrosa gaffe per il management Sony. Pensateci bene: se così fosse, non sarebbe terribilmente sbagliato chiedere a un cliente 600 euro per acquistare una super-console sottosfruttata quanto si sarebbe potuto farlo spendere la metà per una PS3 meno potente ma “alla portata” degli sviluppatori?

(via ArsTechnica)

La resa di PayPerPost

Se non puoi batterli, fatteli amici. E’ quello che deve aver pensato Ted Murphy, ceo e fondatore di PayPerPost, quando si è finalmente deciso a cambiare la sua controversa policy aziendale. Come forse ricordete, il business di PayPerPost è mettere in contatto le aziende con blogger disposti a recensire, a pagamento, i loro prodotti. Fin dagli esordi l’iniziativa ha sollevato un vespaio perchè, almeno fino a ieri, Murphy non imponeva ai blogger di segnalare quali post fossero pagati e quali no. “Si sta parlando molto di disclosure, ma la mia opinione è che non ci sia niente da rivelare” mi disse al tempo, non senza una certa arroganza, l’imprenditore statunitense. Ora però si apprende che Murphy è infine sceso a più miti consigli. Sul sito di PayPerPost si legge:

“Get paid for blogging. Write about web sites, products, services, and companies and earn cash for providing your opinion and valuable feedback to advertisers. Disclosure required.”

Ci sono solo due parole in più rispetto a prima, ma pesano come macigni.

Texas University blognetwork

In America, paese noto per generare innovazione che noi italiani riusciamo a far nostra sì e no 20 anni dopo, anche le università stanno rapidamente aprendo ai blog. La University of Texas at Austin, tanto per fare un esempio, ha addirittura messo insieme un mini network di blog il cui claim è: “Students blogs reaveal behind-the-scene look at college life”. Fateci un salto.

Contrordine: “iPhone” non è “iPhone”

Giovedì scorso lo scarno annuncio: “Gizmodo Knows: iPhone Will Be Announced On Monday”. Oggi la nuda verità: l’iPhone c’è, ma non è quello targato Apple che molti si aspettavano. Si tratta invece di un semplice wireless IP phone prodotto da Linksys (Cisco) e compatibile con Skype. Insomma, una diabolica (e forse geniale) bufala messa in piedi da Brian Lam di Gizmodo, che ha giocato con le aspettative di pubblico ed esperti nei confronti della casa di Cupertino. Risultato: molto rumore per nulla, (più di) qualche lettore infuriato e tanta pubblicità (non sempre positiva) per Gizmodo, con l’editor che ora si dà un tono e riflette su cosa sarà del futuro cellulare Apple (ammesso che veda mai la luce) senza il trademark iPhone, peraltro di proprietà della Cisco dal lontano 1996.

Per conto mio, resto con il dubbio che Brian possa aver preso una cantonata epocale ed ora stia disperatamente cercando di salvare la faccia in zona Cesarini. Voi che ne pensate?

Il personaggio dell’anno non è italiano

Time ha scelto il personaggio dell’anno: il popolo del web 2.0, protagonista del cambiamento nell’era dell’informazione partecipata. E mentre Massimo, caustico come sempre, stigmatizza questa scelta, l’Ansa conferma i miei peggiori timori: sulla copertina della prestigiosa rivista non c’è posto per noi italiani, inevitabilmente esclusi per cronica carenza di collegamenti internet.

UPDATE: vi segnalo il delizioso editoriale di Nora Ephron che, dalle pagine dell’Huffington Post, copre di sonore legnate Time magazine. Davvero non perdere.

Anche Sony ha il suo bel Flog

Dopo i Flog messi in piedi dall’allegro duetto Walmart-Edelman, questa volta è nientemeno che il gigante Sony a sbattere il cranio contro la dura realtà della blogosfera: non puoi lanciare un Fake Blog e sperare di passarla liscia. Sono infatti bastate due settimane ai segugi della rete per scoprire che il sito alliwantforxmasisapsp.com, presentato come weblog personale di un amante della PSP, non era altro che una creatura dall’agenzia di comunicazione Zipatoni. Ora naturalmente tutti gridano allo scandalo mentre alla batosta per il brand Sony si aggiunge anche la beffa: pensate infatti che, per smascherare il flog, è stato sufficiente che alcuni utenti lanciassero una classica “whois search“. Il dominio di alliwantforxmasisapsp.com (attualmente off-line) risultava infatti registrato direttamente a nome della Zipatoni. Belle volpi davvero.

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iTunes Store e il report conteso

E dopo la bomba, il duello. Due giorni fa Josh Bernoff, ricercatore Forrester, pubblica una ricerca esplosiva secondo cui le vendite dell’iTunes store sarebbero colate a picco (-65%). L’onda d’urto della deflagrazione si propaga attraverso i media on- e off-line finché arriva la smentita di Apple che, pur non rivelando i numeri reali delle vendite, in parole povere sentenzia: alla Forrester si sono bevuti il cervello, l’iTunes Store va alla stragrande. Il giorno dopo la smentita, sul campo restano Bernoff, che dal blog lamenta di essere stato frainteso e strumentalizzato, e The Register, che invece lo accusa apertamente di essersi rimangiato i risultati della sua ricerca cedendo alle pressioni di Apple e dei suoi stockholder. E mentre i due contendenti si infilzano a dovere, a noi non resta che goderci lo spettacolo ed aspettare i prossimi dati ufficiali sulle vendite dell’iTunes Store.

(via Punto-informatico)

Famo ‘na cosa virale

Mercoledì scorso ho pubblicato il post intitolato L’FTC contro il “deceptive Viral Marketing” e, poco dopo averlo messo on line, ho visto comparire un commento-spam postato dall’ufficio marketing della Pulicimage, azienda di comunicazione di un certo Vittorio D’Amore. Prima che potessi farli a pezzi sono piovuti 5 commenti al post che, in pratica, hanno raso al suolo l’iniziativa dell’incauta agenzia. Bene, ho pensato, magari le intenzioni erano buone ma la scarsa (e colpevole) conoscenza della rete ha malconsigliato l’agenzia. Forse ora i suoi responsabili avranno perlomeno la dignità di commentare a loro volta il post e provare a dare spiegazioni. Macchè: evidentemente il nostro blog è per loro solo un ricettacolo di brochure pubblicitarie; non certo il luogo adatto a intervenire per difendere la propria immagine dall’attacco di pochi sconosciuti. Insomma, se un rappresentante di questa azienda dovesse venire da voi e vi dicesse “Famo ‘na cosa virale”, fareste meglio a non dargli retta. Non sanno di cosa stanno parlando.

UPDATE: proprio mentre scrivevo questo post, l’agenzia incriminata è tornata alla carica sul nostro spotanatomy. Voi che dite: questi ci sono o ci fanno?