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I maestri dello scatto alle prese con la rivoluzione digitale

Chiudere l’anno, all’ultimo giorno, con il pezzo su l’Espresso a cui tengo di più: quello, per intenderci, dove intervisto il maestro Gianni Berengo Gardin, il premio Pulitzer Nick Ut, il Fashion Photographer Amedeo Turello e l’americano Craig Semetko per parlare con loro di come sono cambiati la fotografia e il loro lavoro con l’avvento del digitale. E dove Andreas Kaufmann, amministratore delegato di Leica Camera, insieme con Renato Rappaini, direttore generale di Leica Italia, ci aiutano a capire in che direzione sta andando l’intero settore.

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Nick Ut che fotografa Andreas Kaufmann – CEO Leica – mentre entrambi sono fotografati da Craig Semetko (che fotografa loro e me)

Dal sito de L’Espresso: “Non pensare, guarda, punta, scatta. Quando la fotografia diventa Pop”


«Non pensare. Guarda, punta, scatta. Per ragionare c’è sempre tempo. Per correggere gli errori non mancano software quasi onnipotenti. L’importante è catturare l’attimo alla meglio, fissare l’immagine usando quello che ci si trova in tasca o nella borsa: spesso è lo smartphone; a volte è una reflex o una mirrorless di fascia alta; sempre più raramente una compatta.
E’ l’era della snapshot photography, degli scatti eseguiti in modo casuale e imperfetto: semplificando al massimo, oggi tutti fanno foto senza bisogno di essere fotografi, senza costi per le attrezzature, di sviluppo o di stampa. Senza troppe pretese, ma con implacabile determinazione a condividere tutto o quasi online.
La fotografia (o almeno una parte consistente di essa) è cambiata: è diventata Pop».

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Sculpteo, la stampa 3D alla portata di tutti

Con Sculpteo puoi personalizzare gli oggetti di design direttamente dall’iPhone. E anche creare una tazza o un vaso in ceramica con il tuo profilo. Al Next Berlin incontriamo Clément Moreau, Ceo dell’azienda francese

Berlino – Un cittadino americano – che per rispetto della privacy chiameremo John Smith – ha appena avuto un figlio e vuole celebrare il lieto evento. Dare una festa sembrava poco e scontato. Men che meno si sarebbe accontentato di portare dei fiori alla moglie. Troppo banale.

Si poteva fare di più e meglio. Si poteva per esempio realizzare il modello 3D di un servizio completo da caffè con tazzine che avessero in leggero rilievo il profilo del piccolo Smith Junior, caricarlo sul sito di un’azienda specializzata in stampa tridimensionale, aspettare qualche giorno e quindi vedersi recapitare a casa un set unico al mondo. La commozione era garantita. La sorpresa della signora Smith anche.

Non è fantascienza di quella che sarebbe piaciuta Philip K. Dick, ma pura e semplice realtà. Il signor Smith esiste ed è tra i clienti dell’azienda francese Sculpteo, la cui missione è “mettere a disposizione del mercato di massa la tecnologia di stampa 3D”, come mi spiega lo stesso Ceo, Clément Moreau.

Base a Parigi, 12 dipendenti, una stamperia 3D affollata da un numero imprecisato di costose e modernissime macchine che lavorano plastica, resina e anche ceramica, Sculpteo nasce due anni e mezzo fa grazie all’intuizione che anticipava l’esplosione – in corso in questi mesi – dell’interesse per
la stampa 3D, strumento preferito dei makers di ogni dove. Ma anche di grandi aziende che “desiderano essere parte della 3D printing revolution senza investire una fortuna in macchinari”.

Un piccolo miracolo tutto francese, con clienti e contatti in tutto il mondo: “In parte con i nostri mezzi e in parte ricorrendo all’outsourcing, rendiamo accessibile a tutti questa splendida tecnologia in due modi”, racconta Moreau mentre siede nello stand al Next Berlin 2012. “Il primo è attraverso il nostro sito, dove qualsiasi utente può caricare il suo design 3D, editarlo, personalizzarlo e quindi richiederne la stampa. Noi poi provvediamo a realizzarlo e ne curiamo la spedizione in tutto il mondo”. Il secondo modo, reso possibile dalla diffusione delle tecnologie di cloud computing, è forse ancora più interessante, perché getta le basi per la creazione di un nuovo mercato: “All’inizio di quest’anno abbiamo presentato al Ces di Las Vegas il nostro 3D printing Cloud Engine, ovvero un servizio basato sulla nuvola che consente ai
retailer online di integrare facilmente la nostra tecnologia e i nostri strumenti nei loro negozi digitali, che così iniziano a vendere oggetti stampati in 3D”.

Un esempio su tutti per spiegare le molte possibili applicazioni di questa tecnologia: …

Continua a leggere su Wired.it dove questo articolo è stato originariamente pubblicato sotto licenza Creative Commons.

L’Italia delle startup è (anche) su L’Espresso (online)

Da oggi sul sito de L’Espresso:

 

Anche l’Italia ha le sue start up
Siamo in fondo alle classifiche europee per investimenti in aziende innovative. Eppure qualcosa si muove. Anzi molto. E questo può essere l’anno della svolta

Il Venture Capital italiano nel 2011 valeva un dollaro per ogni cittadino. Lo dicono i dati diffusi a fine dicembre nella ricerca “Theory Vs Reality – Venture Capital in Europe”, realizzata dagli svizzeri di Verve Capital Partners. Meglio di noi hanno fatto non solo i Paesi più sviluppati, ma anche nazioni come l’Austria (10 dollari), il Portogallo (7) e persino la Grecia (3). In classifica, insomma, siamo ultimi. Il che fa un po’ specie in un momento in cui il mantra è “rilanciare l’economia”.

Quindi il campanello d’allarme suona forte e chiaro: perché l’Italia non è un Paese per start up? E può diventarlo? Se sì, come?

Continua a leggere su L’Espresso

 

Qui il post di presentazione del servizio con un incipit più esteso di quello finito sul cartaceo.

L’italia delle startup è su L’Espresso

Dov’è l’Italia delle startup” è il titolo dell’ultimo pezzo scritto per L’Espresso e pubblicato sul numero di oggi (“Come ti prendo gli evasori”) dopo aver sentito Marco Palladino (Mashape), Antonio Tomarchio (Beintoo), Marco Magnocavallo (Principia), Gianluca Dettori (DPixel), Barbara Labate (Risparmiosuper), Guk Kim (Cibando), Mirko Trasciatti (Fubles), Max Ciociola (Musixmatch) e Riccardo Donadon (H-Farm).

Eccone di seguito l’attacco, qui più lungo e articolato di quello uscito sul giornale dove è stato ridotto e adattato per motivi di spazio:


Un dollaro a testa. Se nel 2011 il Venture Capital italiano avesse deciso di distribuire tra tutti gli italiani il denaro che ha investito in startup tecnologiche, tanto ci sarebbe arrivato in tasca. Non un soldo in più.

E’ poco? Secondo i dati diffusi a fine dicembre nella ricerca intitolata “Theory Vs Reality – Venture Capital in Europe”, realizzata dagli svizzeri di Verve Capital Partners, il VC nostrano è ultimo tra quelli europei per investimenti in “start-up innovative che potenzialmente possono dare nuova linfa alla creazione di posti di lavoro e pilotare lo sviluppo dell’industria”. Meglio di noi hanno fatto “piccolo nazioni” come l’Austria (10$), il Portogallo (7$) e persino la Grecia (3$).

Quindi sì, è poco: specie in un momento di profonda crisi dei mercati internazionali, dove il mantra è “rilanciare l’economia a tutti i costi”. «Il problema è anche che chi investe in Italia non sa comunicare il proprio operato, trasmettendo l’idea di un mercato immobile che non corrisponde alla realtà», fa tuttavia notare Marco Magnocavallo, imprenditore di lunga esperienza e oggi Partner del Venture Capital italiano Principia (Ex Quantica).

In ogni caso il campanello d’allarme suona forte e chiaro: perché l’Italia non è un Paese per startup? E può diventarlo? Se sì, come?

Lungi dal voler esaurire l’argomento, questo articolo costruito su le testimonianze di chi si “sporca le mani” nel settore vuole essere soprattutto uno stimolo alla discussione sul tema.

Quindi commenti e integrazioni sono – come sempre – benvenuti.

UPDATE: il pezzo è disponibile anche sul sito de L’Espresso