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Il New York Times farà pagare i contenuti online

Settembre 2007: con una mossa che coglie tutti di sopresa, il New York Times apre gratuitamente al pubblico i suoi archivi storici online. Un enorme tesoro di informazioni esce dal recinto dei contenuti a pagamento, dove fruttava al giornale circa 10 milioni di dollari all’anno. Denaro che il management della testata conta di recuperare grazie all’advertising online.

Gennaio 2010: voci insistenti e autorevoli danno il NYT sul punto di mettere a pagamento tutti i suoi contenuti online. Il modello è quello del Wall Street Journal, dove la testata consente all’utente di navigare gratis alcuni articoli per poi bloccarlo e proporgli di abbonarsi.

Nella distanza siderale che separa queste notizie, la misura dell’impatto devastante che la crisi economica planetaria sommata al radicale mutamento nelle abitudini dei lettori (sempre più connessi in rete) hanno avuto (e stanno avendo) sull’intero sistema della stampa tradizionale.

Stampa che non vede quasi passare giorno senza che qualcuno ne annunci la fine predestinata: ultimo in ordine di tempo è stato Alan Mutter, secondo il quale “nel 2025 la popolazione dei lettori di quotidiani in Usa sarà inferiore di un terzo e fra 30 anni si ridurrà del 50%”.

Risorse:

– Alan Mutter: How long can print newspapers last? (Parte 1; Parte 2)

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News online a pagamento, cosa rispondono gli utenti?

Se il futuro delle news online fosse a pagamento, in quanti sarebbero disposti a pagare? E quale cifra? Queste sono probabilmente due delle domande che in questi mesi più tormentano gli editori di tutto il mondo, assediati come sono dalla pesante crisi di settore in atto, dalla necessità di trovare nuovi modelli di business e dalle pressioni indirette generate dalle “rivoluzionarie” iniziative promesse dal magnate dei media australiano Rupert Murdoch.

Qualcuno ha provato a dare delle risposte: il Boston Consulting Group (BCG) ha realizzato una ricerca (citata dal New York Times) che, a conti fatti, non sembra essere esattamente foriera di buone notizie per il settore, specie per chi lavora con il pubblico statunitense.

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