Archivio mensile:dicembre 2007

PLYmedia, online video gets interactive

(Italian version here)

Video on line is cool but it’s not interactive. You just click on it and that’s all: you can do nothing but watch it. Certainly there are a lot services that can be built around videos or special effects that can be put in them, but that’s all: the user will watch the show and interact with the site, using whichever service the site developers did provide.

Fair enough. But what if the video itself would be interactive? What if you and users could easily add “commentary, multilingual subtitles, hypervideo, in-video advertising and rich-media increasing the cultural and commercial value of your existing video properties”? What if all this in-video enhancing tools would be really easy to use?

There is a young firm who did the magic. Its called PLYmedia and just got to second place in the Leweb3 2007 startup competititon. I was there and had a nice chat with Amichai Zuntz, VP of sales for the european market:

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Firenze, al Funiculì la pizza è 2.0

Su Spotanatomy un post chiama in causa la campagna di comunicazione della Pizzeria Funiculì di Firenze. Lo fa sottoponendo al giudizio dei lettori una locandina, un sito internet e – fate bene attenzione – un corporate blog. Dei primi due si discute ampiamente nei commenti al post.

Del corporate blog, invece, c’è ancora molto da dire. Andiamo con ordine:

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PLYmedia, il video on line diventa interattivo

(English version here)

Prendete o, se ne siete capaci, create un video. Muniti di una connessione broadband, caricatelo su un qualsiasi “internet video-sharing service”: nel dubbio, Youtube andrà benissimo. Al termine dell’operazione, guardatelo.

Fine della storia. Con poche e spesso semplici operazioni il vostro contenuto è già in pasto agli utenti della rete che, a seconda dei servizi offerti dal sito “host”, possono commentarlo, votarlo, linkarlo o “embeddarlo” all’interno di altri siti ancora.

Fin qui, la norma. Provate però a pensare cosa accadrebbe se il video stesso, e non il sito che lo ospita, divenisse interattivo. Cosa accadrebbe se i produttori, e persino gli utenti, potessero facilmente aggiungere alle immagini “commenti, sottotitoli multilingue, hypervideo, in-video link o advertising e contenuti integrativi capaci di aumentare il valore culturale e commerciale di un video esistente”?

Utopia? Niente affatto: PLYmedia, start-up israeliana con base negli Stati Uniti, ha sviluppato una tecnologia basata su layers che consente già di eseguire facilmente tutte le azioni sopra elencate e altro ancora. Un primato che è valso all’azienda il secondo posto assoluto nella Leweb3 2007 Startup Competition e che mi ha spinto ad intervistare Amichai Zuntz, VP of sales per il mercato europeo:

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Strati della cultura, il contributo di Frieda Brioschi ed Elena Zannoni

Lo scorso sabato 13 ottobre ho avuto il piacere di moderare a Ravenna “Strati In rete“, dibattito pubblico su partecipazione e nuovi media ospitato dalla tre giorni di festeggiamenti per i cinquant’anni dell’ARCI.

Tra i miei ospiti c’erano Frieda Brioschi, consigliere di amministrazione di Wikimedia Foundation, ed Elena Zannoni, assessore all’informatizzazione del comune di Lugo (RA). Ora i potenti mezzi di IntrudersTV mi danno il destro di riproporvi un estratto dei loro interventi.

Buona visione.

Leweb3 2007, i vincitori della StartUp Competition

Paris – Leweb3 2007: parallelamente alla conferenza Leweb3, ieri si è svolta un’agguerrita competizione tra startup web2.0. Ben 120 aziende avevano chiesto di partecipare alla “gara”, ma solo 30 di loro hanno avuto la possibilità di accedere alla “finale” di Parigi. Ciascuna startup ha avuto appena 7 minuti per raccontarsi e convincere la giuria di esperti e VC’s della validità del proprio progetto. Pochi istanti fa sono stati resi noti i risultati:

I vincitori:

1) Goojet (azienda sponsor di Leweb3 e francese)
2) PLYMedia
3) G.ho.st

Premio speciale:

– Holistis

Calacanis/2: Nanopublishing, “Meno blog, più qualità”

Esaurito il tema Mahalo, con Jason Calacanis abbiamo parlato di Nanopublishing. Circa due anni dopo la vendita di Weblogs Inc ad Aol per 25 milioni di dollari, ho scoperto non senza stupore che Jason ha radicalmente cambiato la sua visione della micro-editoria. Leggete per credere:

Alessio Jacona: ti mancano gli anni in cui eri nano-publisher?

Jason Calacanis: Molto, ma “sfortunatamente” al tempo mi hanno offerto una barca di soldi non ho potuto rifiutare di cedere Weblogs Inc. Amo l’editoria, ma a volte non si può dire di no.

AJ: ricominceresti da zero creando un nuovo blognetwork?

JC: è improbabile. Oggi la competizione è enorme e a me piace essere un “first mover”. Rende le cose molto più facili, ammesso che tu abbia una buona idea. Quando ho fondato Weblogs Inc eravamo i primi ed era facile attrarre attenzione del pubblico. D’altro canto nel 2003 se andavi a chiedere pubblicità alle agenzie media in genere ti sentivi rispondere “Cosè un blog?”. Oggi il mercato è maturo, i soldi della pubblicità arrivano ma c’è moltissima concorrenza. E poiché gli advertiser ti valutano in base al tuo numero di utenti, spesso accade che i nano-publishing network si gonfiano a dismisura, che i loro blog proliferano.

AJ: In che senso?

JC: Se servono 10mila utenti in più, è molto più facile aprire un altro blog che non lavorare su uno esistente fino a fargli acquisire altri diecimila visitatori. Però è sbagliato, perché un nuovo blog significa impegno editoriale ed economico che, se assunto seriamente, è molto difficile da sostenere fino in fondo.

Dunque il mio consiglio oggi è: fare pochi blog e puntare sulla qualità. E’ l’unico modo per emergere dalla massa e prevalere sulla concorrenza.

Due elementi: il primo è che Jason ha radicalmente cambiato la sua visione del mondo e consiglia scelte editoriali opposte a quelle da lui fatte con lo stesso Weblogs Inc. Il secondo è che conosco qualcuno che ha ragione da 4 anni.

Calacanis/1: il punto su Mahalo


Paris – Leweb ’07:
Incontrando Jason Calacanis mi si è posto di fronte un dilemma: avrei dovuto parlare con lui della sua nuova creatura Mahalo, oppure potevo finalmente fare due chiacchiere con lui sul nano-publishing. Per non sbagliare, ho fatto entrambe le cose.

Cominciamo con Mahalo, “the world’s first human-powered search engine” in cui sono delle persone e non degli algoritmi matematici a catalogare le pagine della rete:

Calacanis mi ha detto, apparentemente molto soddisfatto, che il motore di ricerca vanta al momento 2 milioni di contatti unici al mese, che in brevissimo tempo chi si diceva perplesso ne è divenuto entusiasta e che, addirittura, chi all’inizio criticava più ferocemente l’iniziativa ora si affanna a clonarla.

Ovviamente gli ho fatto presente le critiche: come può un motore di ricerca basato sulla selezione umana dei link competere con gli algoritmi di Google? Jason mi ha guardato sardonico e ha risposto: “Chi attacca Mahalo semplicemente non lo ha mai provato o, peggio, non lo ha capito. Secondo te è meglio un piatto di sushi cucinato da un robot o da un cuoco giapponese in carne e ossa?”.

Voi cosa avreste risposto?

Due domande a Kevin Rose (Digg)

Paris – LeWeb3 ’07: Ho appena fatto due rapide chiacchiere con Kevin Rose, geniale e giovanissimo creatore del più famoso “participatory news network” al mondo: Digg.

Gli ho chiesto cosa pensasse dell’uso dei cloni di Digg in contesto aziendale: gli esempi da me forniti erano, ovviamente, Idea Storm di Dell e Coolsoftware di Intel.

La notizia interessante è che Rose non ne sapeva niente e ho dovut spiegargli con esempi di cosa stessi parlando. Anzi, il giovane imprenditore mi ha guardato con un misto di stupore e compiacimento mentre si limitava a dire “it’s a great thing. That’s what happens when you ask people voting ideas”.

C’è stato tempo anche per dire due parole sul modello di business di Digg che, forte di un traffico utenti enorme, si basa esclusivamente sull’advertising. Rose ne è soddisfatto al punto che, oggi come in passato, non avverte la necessità di tentare altri modelli di business. In fondo Digg è un sito senza video o audio, con basse esigenze di storaging e con una grafica semplice. I costi di gestione sono bassi, i ricavi alti e i suoi quaranta dipendenti hanno di che essere soddisfatti.

Twitter, ovvero innovare eliminando il superfluo

Parigi – Leweb3: Evan Williams, creatore di Twitter, fa il punto in un talk solitario sul successo planetario del suo “diabolico” servizio, nato solo un anno e mezzo fa. Il segreto, ricorda e ribadisce, è nella semplicità, nell’aver spogliato al massimo la piattaforma, costituita inizialmente da una semplice spazio dove scrivere post di soli 140 caratteri.

E’ il concetto, giusto ma peraltro già sentito, del “Creating by taking things away”. Twitter è qualcosa di nuovo nato eliminando il superfluo. In pratica un blog senza immagini, commenti, trackback o ogni altro “frill”; persino senza parole, dato il limite di 140 caratteri per “post” che obbliga alla sintesi. La sua semplicità si basa su un preciso concetto scientifico: “The usability of an interface is inversely geometrically proportional to its cognitive load”. Avete presente la home di Google?
Una domanda dalla platea: mentre Le Meur, creatore di Seesmic, e Williams, creatore di Twitter, erano in piedi uno accanto all’altro, gli è stato chiesto se i loro due servizi sono in competizione e se collaboreranno. Risposte evasive e un po’ imbarazzate, più qualche mezza ipotesi di interazione nel prossimo futuro.
Mike Butcher, Techcrunch UK, chiede come Twitter fronteggia la spesa SMS in Europa, assente negli States dove paga chi riceve i messaggini, non chi li spedisce. La risposta, un po’ fiaccca, è che Twitter ha introdotto da poco fatto un primo passo introducendo un limite per gli SMS da inciare. Sono inoltre in corso trattative con i mobile carrier europei per avere condizioni più vantaggiose. Ma qual è alla fine il modello di business di Twitter, specie sul mercato mobile? Ci stanno ancora pensando: si parla di inserire pubblicità negli SMS, oppure di far pagare piccole cifre agli utenti.

Insomma, ancora non ne hanno idea.