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Zero follower on Twitter

UPDATE: il problema sembra essere stato risolto e Oprah ha recuperato i suoi  4,329,768 follower.

Qualcosa non va in casa Twitter: indipendentemente dal numero di follower e following registrati dal vostro account, ora dovreste trovare un bello zero per entrambi i parametri.

Se può consolarvi, succede anche a Oprah.

Lento come Flash

Quelli di Gigaom mostrano come il tanto pubblicizzato supporto a Flash da parte di Android non sia esattamente onore e vanto per il sistema operativo creato da Google.

Difficile dire se sia colpa del Mobile OS di mountain View o se sia la tecnologia di Adobe a non volerne sapere di girare sui dispositivi mobili. Quel che è certo è che, nel post corredato di video, Kevin Tofel e Ryan Lawler sembrano decisamente propendere per la seconda ipotesi mentre vivono una user experience decisamente penosa.

Sta a vedere che alla fine Steve Jobs, pur ottenebrato dalla sua monumentale arroganza, non abbia avuto ragione (e non trovi presto alleati inattesi) nel decretare anzitempo (e di fatto accelerare vertiginosamente) la morte della tecnologia Flash.

McPuddu’s, McDonald’s e la neo-lingua

Colpirne uno per educarne cento. Si può riassumere così, senza fare tanti giri di parole, l’azione legale messa in piedi dal gigante McDonald’s contro il microscopico fast food sardo McPuddu’s per impedirgli di usare il prefisso “Mc”.

Due negozi e un pugno di dipendenti, da tre anni la “minaccia” McPuddu’s operava e tramava ai danni dell’ignaro e indifeso colosso americano, ben nascosta nella piccola cittadina di Santa Maria Navarrese, comune di Baunei, provincia di Nuoro, Sardegna.

Trovandomi a due passi da lì, ho fatto un salto a Santa Maria per vedere da vicino e toccare con mano il panino della discordia. Così ho potuto verificare che di hamburger ce ne sono ben pochi, peraltro di ottima e fresca carne locale, macellata da animali cresciuti allo stato brado. C’era invece parecchio da assaggiare di tutti gli altri prodotti locali, come ad esempio i famosi culurgiones (una specie di ravioli), vanto e orgoglio della gente d’Ogliastra.

Al mio arrivo trovo ad accogliermi una signora gentile che capisce subito perché sono lì (ho la macchina fotografica in mano). Ha l’aria divertita di chi ancora non sa spiegarsi il perché di tanto rumore, ma al contempo si dimostra abbastanza smaliziata da capire che l’intera faccenda ha generato un’ottima pubblicità per la loro attività.

mcpuddu's negozio

Come sappiamo, ha ragione: dopo aver ricevuto la lettera dagli avvocati della McDonald’s, McPuddu’s sta finendo su tutti i giornali nazionali. E non mi stupirei se l’anno prossimo dovessi trovare fuori dal negozio del signor Ivan Puddu (questo il nome del proprietario) una fila di turisti americani venuti ad Arbatax anche per mangiare nel “fast food che ha spaventato McDonald’s”.

Mi guardo intorno: mi appare subito chiaro che Ivan Puddu è un talento naturale della comunicazione, oltre che un imprenditore con delle buone idee in tasca. Intanto ha aperto un fast food di prodotti sardi, tutti rigorosamente basati su ingredienti e materie prime locali. Poi è stato abbastanza furbo da mettere il prefisso “Mc” davanti al proprio nome. Perché diciamocelo pure, di tutta questa storia abbastanza grottesca, l’elemento che emerge con forza è che il richiamo al marchio della multi-nazione non può certo essere casuale. Ironico, funzionale, astuto. Ma non casuale.

L’ulteriore prova del suo talento come comunicatore e venditore viene poi dal fatto che, in piena ottemperanza alla richiesta della McDonald’s, Puddu ha provveduto a eliminare il prefisso incriminato ovunque esso apparisse nei suoi negozi: nell’insegna, sui menù, nelle pubblicità.

La cosa interessante è il come, e cioè ricoprendo il prefisso “Mc” con la scritta “Censored”. E aggiungendo un “De” davanti al suo cognome.

mcpuddu's insegna

Le foto che ho scattato la dicono tutta: obbedendo agli ordini, Puddu ha di fatto messo in ridicolo i suoi avversari, lasciato una traccia che mantenga memoria dell’accaduto, fatto ridere tutti i suoi concittadini e si è garantito anche di poter parlare dell’accaduto con vecchi e nuovi clienti incuriositi dalla scritta ancora per un bel po’.

E mentre Puddu continua a lavorare godendosi tanta pubblicità gratuita per il suo fast food e la sua gelateria-frapperia (che si chiama McFruttu’s dal cognome della madre, anch’essa puntualmente “Censored”), per noi viene il momento di chiedersi fin dove le aziende abbiano diritto di spingersi nel registrare parole, opzionare termini, pretendere il controllo di prefissi e suffissi, accampando diritti solo perché essi fanno in qualche modo parte della loro ragione sociale.

mcfruttu insegna

So cosa state pensando: McDonald’s non è un brand qualsiasi. E’ IL FAST FOOD per eccellenza. L’associazione tra questo marchio e l’hamburger è cosa comune, accettata, radicata nel nostro immaginario. Decenni di comunicazione e marketing hanno reso il legame tra questo marchio e l’attività commerciale in sé è talmente profondo che l’iniziativa di Puddu può in effetti essere giudicata sulla carta “scorretta”. Salvo poi avere la decenza di valutare con obiettività le reali dimensioni della minaccia e, magari, sorvolare invece di sparare sul microbo e tirarsi dietro il lo scherono (o peggio il biasimo) dell’opinione pubblica.

Tuttavia bisogna anche mettersi nei panni del management americano: in fondo può bastare anche un unico precedente di successo in un’oscuro paese della Sardegna per iniziare ad avere problemi seri. Quella sarda avrebbe infatti potuto essere la prima di una miriade di iniziative simili: meglio quindi agire subito, educando quanti più “Puddu” in giro per il mondo sia possibile.

Resta il fatto che di casi come questo se ne verificano a decine. Alcuni realmente paradossali come il confronto in corso tra Skype e News Corp: oggetto del contendere è – credetemi, non è uno scherzo – la parola “Sky”, ovvero “cielo”, con Rupert Murdoch convinto che gli appartenga di diritto (in quanto nome della sua tv via satellite) e quindi deciso a riprenderne il controllo quanto prima.

Roba da matti.

Volendo scherzarci su, si potrebbe immaginare che di questo passo un giorno non troppo lontano non potremo più usare decine di parole già parte del nostro lessico quotidiano, e questo solo perché esse saranno estirpate a forza dal nostro vocabolario e messe in cassaforte da avvocati armati di trademark e lettere minatorie.

A quel punto, per comunicare tra noi non resterà che fare ricorso alla neo-lingua, assistendo impotenti al progressivo assottigliarsi dei nostri dizionari dettato non da pur discutibili ragioni politiche, ma peggio ancora da squallidi interessi commerciali.

Nota: questo post è stato reso possibile dalla provvidenziale segnalazione di Matteo e Carola Stagi.

Spiacenti, la risposta è sbagliata

Dunque ricapitolando: se il sondaggio è favorevole, allora “il popolo è dalla nostra parte” e “gli italiani sono con me”.

Se invece è sfavorevole, allora può essere solo diventato facile preda di chi non aspetta altro per esternare il suo livore”.

La prossima volta, invece di perdere tempo con inutili domande che espongono il fianco a risposte faziose e comuniste, pubblicate direttamente le risposte.

Così stiamo tranquilli.

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Informazione di qualità

Diceva De Benedetti qualche tempo fa:

“L’accesso gratuito va bene per il flusso delle informazioni, e rappresenta un’opportunità straordinaria offerta da internet. Ma l’informazione che approfondisce, che spiega e fa comprendere, che verifica le fonti e contestualizza, è un informazione che costa e che, come tale, deve essere difesa”.

Ottimo. Adesso guardate l’occhiello di questo pezzo presente mentre scrivo nella home di Repubblica e ditemi quanti e quali errori riuscite a trovare:

repubblica - novi ligure - errori

Schwartz si dimette. Con un tweet

Jonathan Schwartz si dimette dal ruolo di CEO di Sun Microsystem e lo fa da par suo.

Dopo essere stato a mio avviso il miglior esempio di CEO blogger in assoluto, Schwartz ha infatti detto addio alla sua azienda semplicemente postando le sue dimissioni su Twitter.

Alla faccia di chi sostiene che non si può dire nulla di significativo in soli centoquaranta caratteri.

Ecco lo screenshot:

schwartz last tweet as Ceo

Sifry: “Le classifiche rendono schiavi i blogger”

I maniaci delle classifiche, specie quelle dei blog, drizzino bene le orecchie. Il sottoscritto, complice la generosa ospitalità degli organizzatori di State Of The Net, ha incontrato e intervistato David Sifry, creatore di Technorati e inventore della famigerata Technorati 100A cena la sera prima e davanti d una telecamera il giorno dopo, abbiamo parlato a lungo. Il risultato è un’intervista per Nova – IlSole24Ore di giovedì prossimo dalla quale è rimasta necessariamente fuori la domanda che ho rivolto a Mr Technorati per voi e solo per voi: cosa pensa Dave Sifry del bisogno compulsivo di pesare l’autorevolezza dei blog creando classifiche più o meno attendibili?

La risposta, lunga e articolata, probabilmente vi farà un po’ male:

“Trovo questo bisogno di sapere ‘in che posizione sono’, ‘chi è il primo in classifica’, o ‘chi è il secondo’ una cosa naturale e umana. Sfortunatamente è un pulsione che si traduce facilmente in schiavitù”.

La parola usata da Sifry è ’slavery’ e certo si riferisce allo sforzo crescente e condizionante che l’editor deve sobbarcarsi per mantenere la propria posizione in classifica. A questo punto l’imprenditore americano deve aver notato il mio sguardo interrogativo mentre penso “senti da che pulpito viene la predica”, perché continua:

“Certo, io sono quello che ha creato Technorati 100, ma lascia che ti racconti precisamente come sono andate le cose: nel 2003 erano in molti (Engadget e Techcrunch tra gli altri) a pregarmi di fare una classifica dei blog. Io dissi loro più volte che secondo me serviva a poco sapere chi fosse sesto e chi settimo, che in ogni caso i buoni blog sarebbero rimasti tali. Loro risposero che in realtà non gli interessava sapere chi fosse primo e chi secondo, ma che invece desideravano semplicemente avere un compendio dei migliori blog.”

Sì, come no. Mi pare di vederli i blogger che oggi siedono compiaciuti nella Top100 del mondo mentre si sfregano le mani al pensiero di essere primi, secondi o anche solo 90esimi nella classifica di Technorati. E dire che Sifry aveva cercato di dissuaderli:

“Ho provato a dire loro che era una pura illusione, a spiegare quanto fosse sciocco credere che la posizione in una classifica possa dirvi siete veramente anche se, di certo, aiuta nel presentarsi ai giornalisti o agli inserzionisti pubblicitari. Bisogna essere estremamente cauti nel fare affidamento su questi rankings, e ve lo dice uno che su queste cose ci guadagna da vivere. Che credo infatti che si dovrebbe continuare a produrre contenuti di valore piuttosto che domandarsi a ogni passo ‘in che modo quello che sto per fare influenzerà la mia posizione in classifica?”. L’errore più grave è finire col pensare che questa sia l’unica cosa che conta, mentre in realtà si sta solo dando più potere al tizio che ha creato la classifica”.

Mi pare tutto molto chiaro: secondo Sifry le classifiche inducono i blogger ad ammazzarsi di lavoro per conquistare o difendere posizioni e fanno credere a giornalisti, inserzionisti o imprenditori che basti una top100 per capire cos’è la blogsfera e, nel caso, a chi rivolgersi. Tutti sconfitti e nessun vincitore.

A questo punto mi sembra di avere davanti un’istantanea dell’Italia, quindi ribatto augurandomi che i blogger italiani ascoltino i suoi consigli. “Probabilmente non lo farete”. risponde Mr Technorati, e scoppia a ridere fragorosamente.

Pare ci conosca meglio di quanto voglia dare a vedere.