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Online Ads, le dimensioni non contano

Nielsen ci delizia con ben due nuovi white paper intitolati “Reaching the Right Audiences Online: Early Findings from Nielsen Online Campaign Ratings,” e “Beyond Clicks and Impressions: Examining the Relationship Between Online Advertising and Brand Building”.

Come appare chiaro già dai titoli, i due rapporti affrontano il problema da prospettive diverse per cercare di rispondere alla stessa domanda: “La pubblicità online funziona o no?” Le risposte, niente affatto banali o scontate, non sono tutte incoraggianti. Ecco come la riassumono per key point quelli di Nielsen:

Tanto per cominciare, chi fa campagne online sbaglia clamorosamente mira e fallisce anche nel valutare i propri risultati quando si esalta davanti a un grande numero di impressions. Bigger is not necessary better.

– Online campaigns are being consistently delivered to people outside the advertiser’s intended audience.
– Campaigns with high impressions are still only reaching a fraction of the intended audience.

Una nota positiva è invece che, in alcuni casi, le online campaign risultano più efficaci di quelle televisive:

– Online delivers audiences more effectively than some popular TV shows.

La seconda mazzata arriva con la notizia che un caposaldo delle metriche con cui si misura l’efficacia della pubblicità online va farsi benedire. In altre parole, bye bye Click-through:

– Click-through rate is not the right metric to measure brand impact – virtually no relationship exists between clicks and brand metrics or offline sales.

Infine, una seconda nota positiva tra tante novità inquietanti:

– However, brand metrics for online campaigns can predict offline sales impact.

E ci credo. Date le allegre premesse, basterà dire “venderete poco e male” e siamo a posto.

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Su Twitter c’è chi dice no a Vasco Rossi

UPDATE: mentre scrivevo questo post, rabbia e stupore hanno trovato sfogo anche su Facebook, dove una nota della portavoce Tania Sachs ha già 10mila commenti, mentre un’altra nota dell’avvocato di Rossi ne conta oltre duemila.

Rispetto a quest’ultima aggiungerei che, a prescindere dal contenuto, se su Facebook pubblicate la nota scritta di pugno da un avvocato che inizia il discorso con “Prendendo atto del contenuto diffamatorio delle ultime dichiarazioni rese sul sito di Nonciclopedia, si deve precisare quanto segue.“, beh, allora direi che ve la state proprio cercando.

E’ la dura legge del social web. Da una parte Vasco Rossi usa i suoi legali per spaventare gli amministratori del sito satirico Nonciclopedia (rei di ospitare una pagina che si prende gioco del rocker), e alla lunga li induce a chiudere i battenti; dall’altra la rabbia e lo stupore per l’accaduto di molte persone trova subito – a torto o a ragione – visibilità e risonanza in rete attraverso Twitter.

twitter_trends_vasco_rossiMentre scrivo l’hashtag #vascomerda è primo tra le “tendenze” di Twitter in Italia (foto – seguito da Nonciclopedia, e #noncivasco) mentre è terzo nelle “tendenze universali”, dove peraltro sono presenti anche nome e cognome del cantante e rimandano a molti degli stessi commenti poco lusinghieri.

Alcune considerazioni al volo:

1) Quello di Rossi (anzi di chi gli gestisce la comunicazione) non è il primo né sarà l’ultimo, evitabilissimo errore nella gestione delle PR online. Bastava fare una ricerca su Google per capire che l’uso eccessivo e prolungato di avvocati nella gestione delle relazioni online nuoce gravemente alla salute, eppure ci sono cascati con tutte le scarpe. Personalmente mi riesce difficile capire perché personaggi, istituzioni e aziende preferiscano continuare a farsi del male in questo modo (o comunque tendano ad affidarsi nella gestione delle Pr a chi consente che se ne facciano), ma tant’è. Quisque artifex eccetera. Accadrà ancora, almeno finché questa gente continuerà a reagire secondo logiche vecchie e lise a situazioni completamente nuove.

2) Secondo un costume “mooolto italiano”, mi sembra che da qualche tempo a questa parte si stia diffondendo dalle nostre parti la simpatica abitudine di usare Twitter come gogna mediatica, dove la gente accorre lietamente a bersagliare il colpevole di turno pur sapendo poco o nulla del perché gli altri ce l’abbiano con lui. Basta leggere i tweet raccolti sotto #vascomerda per accorgersi che molti parlano giusto per partecipare, per il gusto del “da-sein”, o meglio ancora per sfogare antiche antipatia mai sopite. Non sono l’avvocato di Vasco Rossi (che non amo e non stimo), ma se il linciaggio mediatico di una persona qualunque, di un VIP o di un brand deve essere il prezzo da pagare perché Twitter sia diventato mainstream anche qui da noi, beh, allora anche no.

3) Fenomeni come questo vanno studiati con attenzione sia perché sono rivelatori del mondo che ci aspetta se passa questo o il prossimo provvedimento “ammazzablog”, sia  perché alzano la palla a chi le leggi le fa e intende farle per tutelare se stesso, i propri interessi e quelli della propria casta. Che si riempie la bocca con parole come “regole”, “privacy” e “sicurezza” ignorandone il vero significato ma conoscendone bene la potenza se opportunamente sfruttate, se usate come leva per muovere a sostegno dei propri fini l’opinione pubblica che resta lontana dalla rete e che la teme.

Insomma, che Vasco Rossi abbia torto o meno, a me sembra che il recente successo dell’hashtag #vascomerda sollevi molti più problemi di quanti noi se ne voglia vedere e – possibilmente – affrontare.

Sbaglio?

UPDATE 2: tra le molte critiche vuote e la marea di insulti che hanno ricoperto Rossi in queste ore, ogni tanto emerge anche qualcosa di leggero, creativo e divertente che merita di essere citato. Come ad esempio questo video:

True or not, The “Mark Davidson Sindrome” Reminds Us a Big Lesson on Social Media + Ghost Writing

The story so far

Ghost writing can kill you. Or at least, it can kill your reputation. Ask Mark Davidson, Social Marketing & Communications Strategist at Shift+One Media, who (if all the story is true and not justa a stunt to get some media coverage) in the last few hours had his Twitter account and his credibility devastated by someone who claims to be “one of his three ghost writers”. The one he got fired after 4 years.

This guy logged into Davidson’s Twitter account at night while “drunk and hungry”, then published 8 updates to Davidson’s 55,642 followers.

Click to enlargeThe first one:

“Hi. I’m one of three people who have been ghostwriting @markdavidson‘s tweets for the last 4 years while he is out playing golf.”

Then the second one:

– “Well yesterday, @markdavidson fired 1 of his 3 ghostwriters of the last 4 years and forgot to change his Twitter password.”

Then he (or she) goes on saying that Davidson “is not that nice and is cheap”. But the most juicy tweet is this one:

– “So let me mow tell you the truth about @markdavidson. He can barely type social media much less know what it is“.

The mess ends with a sharable advice: “And change your freakin’ password!”.

Now, that was two days ago. Then something even worse happened when what probably was one of the two remaining ghost writer logged into Davidson’s account after the attack. At first, he published a strange tweet speaking like he didn’t read what was published before. And then:

Oh. I am so not dealing with this **** today. My only responsibility on this account is to respond to *all* @replies and @mentions. I quit.

Click to enlargeThen comes this one:

– WANTED: Social Media Account Ghost Writer. We’ve recently had an opening at http://twitter.com/#!/markdavidson. (Serious inquiries only.)

and then another one so far, which is my favorite one:

– Unfortunately due to unforeseen circumstances, the previously scheduled blog post, “How To Tweet Like a Boss” will not be posted today.

Yes. Good idea. Better not to.

The lesson to be learned

Now, If this is all this a joke, I just don’t get it. It could be a stunt to get some free coverage, or an experiment, but how is Davidson going to manage the aftermath? We’ll see.

In any case, what happened here points out that there’s an important lesson on how to deal professionally with social media to be learned: if you are a public speaker, a politician, a manager or whatever and you want to be on Twitter, it would be better if you manage your account by yourself.

On the other side, What to do if you want to be there but don’t have enough time to manage a real-time conversation? In that case you can hire one or more people to help you tweeting. There’s no shame in that: not if you are the one telling them what to write, if do you follow the conversation by yourself and do try to understand how this social network (or any other you want to be involved into) really works. And, above all, if you tell your readers the truth, that you are beeing helped, that there’s a stuff of smart people updating the account for you. Being honest with your followers is the most important thing. Tell them the truth and let them decide either to stay or go. Believe me,  you’ll be surprised. And you’ll earn trust.

If you do so, then who manually write down and the publishes you updates or monitor your followers, could be irrelevant. First and foremost if you

– follow the conversation;

– get involved;

– tweet anytime you can (and when you do, tell you follower it’s you like President Obama does;

– give answers;

And – please – choose carefully the people you are going to give your password to. Just as careful as if you were giving them your latchkeys.

It’s exactly the same thing.

Quando il piano editoriale è una ricerca di mercato

Populis, ex GoAdv, fondata da Luca Ascani e oggi guidata dal CEO Salvatore Esposito, è ormai un gigante europeo che fattura 58 milioni di euro e che, grazie alla recente acquisizione del blognetwork Mokono, vanta un pubblico pari a 40 milioni di utenti.

Leggo sull’ultimo Affari e Finanza:

Populis produce siti specializzati attingendo risorse dal popolo della rete con un approccio scientifico, spiega Salvatore Esposito, Ceo del gruppo: «Il punto di partenza è l’esperienza acquisita sui motori di ricerca, ottimi strumenti di analisi per conoscere gli interessi degli utenti. I contenuti dei nostri siti sono creati in base a un algoritmo che elabora i dati sulle parole chiave più cercate in rete e li combina con le possibilità di ottenere introiti dalla pubblicità. Quando è uscito l’iPhone 4, le testate tecnologiche si sono affrettate a scrivere recensioni: ma noi abbiamo scoperto che sui motori venivano cercate soprattutto informazioni sul clone cinese. Abbiamo colto l’opportunità di generare traffico pubblicando articoli su questo tema».

e poi ancora:

Insomma non sono i media a decidere gli argomenti ma gli utenti, seppur indirettamente, nel momento in cui lanciano una ricerca su Internet. E la pubblicità viene ricreata secondo questo nuovo parametro.

I grassetti sono miei. Quindi riassumendo:

– il contenuto come semplice leva per “sollevare” quanta più pubblicità sia possibile;
– il piano editoriale è definito da una ricerca di mercato;
– dare al popolo quello che chiede (in perfetto stile tv generalista) funziona anche sulla Rete, come confermano i numeri eccellenti di Populis.

Sono il solo a vedere il male – e in particolare la morte del giornalismo – in tutto questo?

a) sì, piantala di rompere le balle Jacona;
b) Forse (ma tu piantala lo stesso);
c) No perché… (e qui magari argomentare, grazie).

Contro-informazione politica in stile Minzolini – UPDATED

UPDATE: A quanto pare, nel video originale (e, attenzione, non nel video mandato in onda dal TG1) il ringraziamento per Berlusconi c’era, come conferma un messaggio stizzito dello stesso telegiornale RAI, peraltro già ripreso da più parti.

Per quanto mi riguarda (e diversamente da quanto fanno nella redazione del TG in questione), non ho nessun problema a riconoscere l’errore, anzi mi affretto a segnalarlo a chiunque passi da queste parti. Nel farlo prendo nota anche del fatto che certe fonti “tradizionali” e accreditate ormai non bastano più da sole a garantire la veridicità di certe informazioni, e che quindi devo sempre – senza nessuna eccezione – darmi da fare per una puntuale verifica incrociata di qualsiasi notizia così come mi è stato puntualmente insegnato.

Detto questo, trovo comunque patetico il tentativo che vedo fare in giro da alcuni di riabilitare il “servizio pubblico” devastato dalla direzione Minzolini, impugnando questa caduta di stile come fosse la polvere magica capace di ripristinare dal nulla la verginità del TG1.

E per concludere: quando monti un pezzo doppiato, audio e doppiaggio devono coincidere. Se non lo fanno, non sai lavorare tu.
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Nel servizio del TG1 di oggi, ore 13,30, l’entusiasmo di un militante libico produce in traduzione un “grazie signor Berlusconi” che, nella versione originale, il malcapitato non si sogna affatto di pronunciare.

Inutile dire che Arianna e Valigia Blu sono già sul piede di guerra

Un hashtag vi seppellirà

#saynotonotwLa cronaca ci porta una notizia vecchia ed una nuova. La vecchia (nel senso di già sentita) è che un giornale scandalistico ha usato mezzi illeciti e vergognosi per procurarsi ghiotte e raccapriccianti informazioni da dare in pasto alla pazza folla. La nuova è che questa vecchia e consolidata pratica, una volta smascherata, sta ora costando alla testata più caro di quanto fosse lecito aspettare.

Il Giornale è l’ultra popolare News of The World, di proprietà del magnate australiano Rupert Murdoch. I fatti risalgono al 2002, quando una bambina sparì di casa e se ne perse ogni traccia. Nelle ore terribili che seguirono la sua scomparsa, i genitori continuarono a chiamare la segreteria del suo cellulare lasciando messaggi disperati che, successivamente, qualcuno ascoltò hackerando il telefono della vittima, quindi ne riferì prontamente il contenuto ai cronisti di NOTW.

Scrive in proposito Corriere.it:

Omicidio, sequestro, disgrazia. Tragica storia. Pur di acchiappare uno scoop i reporter del News of the World commissionarono una intrusione illegale nella linea telefonica per ascoltare le ultime comunicazioni fra i Dowler e Milly, le loro suppliche e i loro pianti nell’attesa di un cenno di risposta. Tutto per avere un titolone da montare in prima pagina. Roba da vergognarsi della professione. Roba da galera.

Ora, quello che il Corriere trascura di menzionare nel pezzo è che, una volta venuta alla luce la porcata, ancora una volta è la Rete con i suoi “nodi” (ovvero le persone) a fare la differenza. Molti blogger, e più in generale molti utenti della Rete si sono velocemente organizzati per coordinare un letale boicottaggio del giornale di Murdoch. In poche ore, su Twitter è diventato trending topic l’Hashtag #saynotonotw, mentre in Rete ha fatto la sua comparsa una petizione online per chiedere una Public Inquiry sull’accaduto (era in preparazione da tempo, dicono i suoi promotori,  ma era il caso di cogliere al volo l’occasione).

Su Facebook, un neonato gruppo che invita al boicottaggio del giornale ha già oltre 4700 fan, mentre un altro che chiede agli inserzionisti di sospendere i loro investimenti sulla testata ha quasi 800 fan.  E’ insomma in corso una vera e propria campagna online contro NOTW, apparentemente coordinata da alcuni blog tra cui Liberal ConspiracyPolitical Scrapbook e Left Foot Forward.

Funziona? Parrebbe di sì.

Mentre l’hashtag si diffondeva rapidamente, ieri è stata pubblicata online addirittura la lista degli inserzionisti di News Of The World, con annesso il testo già pronto del tweet con cui chiedere a ciascuno di loro di mollare la testata:

“Dear @xxx, will you be reconsidering your advertising spend with #notw given that we now know they hacked Milly Dowler’s phone?”

Secondo Brand Republic, proprio a causa di questo e dello scandalo montante, molti dei brand in questione starebbero “rivedendo la loro posizione” rispetto alla partnership con il giornale (tra loro anche VirginMedia, Easyjet e The Cooperative), mentre Ford è invece il primo marchio di peso a scaricare ufficialmente la testata di Murdoch. E per confermare che i problemi del tycoon australiano non si fermano a NOTW, per le stesse ragioni Mumsnet ha ritirato una campagna che pubblicizzava Sky presso i suoi utenti.

E dire che c’è ancora chi si stupisce del fatto che governi, istituzioni e poteri forti cerchino in tutti i modi di imbavagliare la Rete ed i suoi utenti. Evidentemente sanno che, se sbagliano, un hashtag li seppellirà.

via WallBlog

Aziende e social media: una notizia buona e una (molto) cattiva

sadnessMi è appena arrivato un comunicato stampa di HSM Italia nel quale si riportano interessanti dati sull’utilizzo dei social media da parte delle aziende. Mi congratulo con chi l’ha scritto perché è così ben fatto da riassumere perfettamente i due elementi di reale interesse già nel titolo e nell’occhiello.

Nel titolo, la buona notizia:

Social media: il 50% delle imprese li utilizza come strumenti di comunicazione aziendale

Nell’occhiello, invece, tutto il senso della miopia imprenditoriale che ancora caratterizza la maggior parte delle aziende alle prese con il web2.0:

“Social media riconosciuti nuovi e potenti canali di passaparola per oltre il 70% dei manager italiani, ma gli investimenti equivalgono all’1% dei budget di comunicazione e advertising”

E poi ancora nel testo del cs:

“Il budget investito per attività sui social network corrisponde per il 40% degli intervistati a meno di 1.000 euro al mese, attività che per la grande maggioranza 82% viene svolta dalla divisione comunicazione e PR”.

Siamo insomma di fronte alla solita, snervante contraddizione in termini, dove prima si asserisce che qualcosa (i social media) sono riconosciuti come “potenti canali di passaparola” e, subito dopo, si precisa che nessuno ci investe un soldo, o soli pochi spiccioli.

Le solite nozze con i fichi secchi in un contesto dove invece di risorse – umane e tecnologiche – ne servono sempre di più. Dove la comunicazione è granulare, uno a uno, costruita un passo dopo l’altro, un confronto dopo l’altro, intorno a contenuti e idee di valore che non possono essere acquistate all’ingrosso o a prezzi d’occasione. Dove è folle pensare di riciclare a costo zero iniziative sviluppate per altri canali con logiche diverse, letteralmente in un altro mondo.

Mi spiace, ma finché si crederà possibile fare “Storytelling con i fichi secchi”, non andremo da nessuna parte.

Photo: juanpg

Riccardo Luna lascia Wired. Arriva Antonelli (RollingStone)

Riccardo Luna lascia Wired

Dice Prima Comunicazione che Riccardo verrà sostituito dall’attuale direttore di RollingStone Carlo Antonelli.

Intanto eccoli insieme all’evento Capitale Digitale, dove il prossimo direttore di Wired interviene “devastando” la Map of the Decade realizzata dai ricercatori dell’Institute for the Future “sotto l’effetto di droghe lisergiche”.

#euco: Tweetwall Pro and Berlusconi don’t get along too Well

UPDATE: Pascal from Twitter Wall Pro points out with a comment on this blog that the software offers both automatic or live moderation. Let me add that I sure think there is no problem with the software, but with the people using it in the wrong way.

Lesson learned: Never put together Silvio Berlusconi and Tweet Wall Pro in the same room during a public event.

Twitter is undeniably a great way to catch the vibe on what’s going on pretty much anywhere in the world, and trending topics and search / hashtags facilitate this tremendously. Kudos to the EU for experimenting with live Twitter stream projections at official summits in that regard … but they still need to learn that moderation is important, too.

Using Tweetwall Pro, a way for event organizers to feed live tweets onto screens, an experiment in the atrium of the EU summit building in Brussels held yesterday didn’t quite proceed as planned. The live tweet stream, which was displayed on multiple plasma TVs throughout the building, was abruptly shut down after Italian Twitter users hijacked the #euco stream with anti-Berlusconi messages, calling the politician a mafioso and a pedophile.

Read more from Robin Wauters on TechCrunch

Di Tre, della mini-usim per iPad e di un servizio clienti che non c’è

Attenzione: update alla fine.

Allora, per una volta voglio dismettere i panni di chi queste cose le analizza al microscopio e indossare quelli del cliente furibondo. Il tutto per raccontare una simpatica storia che riguarda Tre, la sua mini-sim dedicata all’Ipad e il servizio clienti (se vogliamo chiamarlo così) che ci ruota intorno.

Partiamo dall’inizio: il 14 ottobre ricarico 20 euro sulla mia sim per iPad. Ieri (16 novembre) improvvisamente il tablet smette di navigare sotto copertura 3G senza motivo apparente (sotto wi-fi funziona). Il comportamento è lo stesso di quando si esaurisce il credito che però dovrebbe bastare ancora per tre mesi (e prima che qualcuno me lo chieda sì, il roaming dati è sempre disattivato).

Quale che sia la ragione di questo scocciante disservizio, vado in un negozio Tre di Roma per chiedere lumi e risolvere rapidamente la cosa. Ed è che qui comincia la parte divertente

La persona al desk mi dice che dal suo terminale – come da quello di tutti gli altri Tre Store – si può verificare solo se la mini-sim è attiva o no (la mia è risultata non attiva), ma non per quale ragione o se ci sono soldi sopra. Mi consiglia quindi di chiamare il 133.

Lo faccio con il mio telefono cellulare che, in quanto titolare anche di un contratto Tre, mi dà accesso gratuitamente al servizio. Digito il 133, fornisco il numero del mio cellulare come identificativo del cliente, parlo con un operatore che mi risponde picche: per avere assistenza sulla mini-sim per iPad devo fornire il numero della stessa al momento dell’identificazione, in modo da poter essere rinviato alla sezione consumer del customer care (ora sto invece parlando con la sezione dedicata ai clienti Business).

Richiamo e faccio come mi hanno detto: dopo millantamila passaggi (dove mai e poi mai la segreteria automatizzata del servizio clienti nomina l’iPad e la sua specifica offerta) riesco a parlare con un operatore. E’ palesemente di origini straniere e sembra non capire esattamente tutto quello che dico. Fa delle lunghe pause tra la richiesta di un mio dato e la risposta del terminale e qui, a voler pensare male, le cose sono due: o siede di fronte a un 486, oppure ci marcia, visto che alla fine dell’edificante colloquio può decidere di addebitarmi la chiamata.

Dopo aver impiegato molti e lunghissimi minuti per visualizzare a schermo i miei dati, finalmente bofonchia qualcosa di incomprensibile e mi dice che per la ricarica devo chiamare il 199 240 192. Quindi taglia corto e mi ringrazia per aver usufruito del servizio. Protesto dicendo che il numero segnalato è a pagamento. Il tizio risponde (magnanimo) promettendo che non mi addebiterà la telefonata.

Vedremo.

A questo punto, più che mai seccato, chiamo anche il 199 e spicci che ovviamente è a pagamento e costa 18 cent ala risposta e 57 al minuto – più IVA – e Sorpresa! E’ lo shop di Tre dove posso solo comprare ricariche. E dove pago per sentirmi dire da un operatore che il collega è un imbecille e che per queste cose devo chiamare il 133.

Un operatore che – è giusto sottolinearlo – fa di tutto per non attaccare.

Tento le ultime cartucce, ma se provo a registrare la mia mini-usim per iPad sul sito Tre.it, il sistema mi avvisa che la password temporanea mi è stata inviata con uno STRAMALEDETTO SMS (non una mail, sarebbe stato troppo facile) che l’iPad ovviamente non legge. Se infine provo a collegarmi alla pagina del sito di Tre specifica per consultare lo status della mini-usim (internet.tre.it) tramite 3G ovviamente non va, mentre via wi-fi allo stesso indirizzo si accede solo a una (per me inutile) pubblicità che promuove le chiavette USB.

Magari sono io che sono tardo. Magari i nostri amici di Tre possono mettersi una mano sulla coscienza e mostrarmi una soluzione evidente che solo io non ho visto. Se così dovesse essere allora sarò loro grato, sistemerò la faccenda e questo post verrà aggiornato per poi restare come esempio di worst practice (che serve, visto che in questo paese si conservano e raccontano solo le best practice) a vantaggio di altri clienti sprovveduti.

Oppure non sono così tardo, e magari vorranno ammettere che il servizio clienti di Tre (o almeno quello dedicato all’utenza consumer) è una barzelletta.

Stiamo a vedere

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UPDATE: chiamo il numero verde prontamente segnalato da 3Italia e resto al telefono per venti minuti. Una signora gentile (anche lei straniera e non agilissima nello spiegarmi in italiano come stanno le cose), mi dice che delle 20 euro che ho caricato sulla scheda lo scorso 14 ottobre:

1) 5 euro sono stati regolarmente caricati per attivare l’opzione super internet, mentre altri 5 sono stati caricati erroneamente una seconda volta per coprire la stessa opzione. Colpa secondo lei di un errore sistema, anche se non ha saputo dirmi di più.

Bene, restano ancora dieci euro. Scopro che:

2) dopo che ho ricaricato la scheda e soprattutto dopo che essa ha ricominciato a funzionare, ho navigato per diverse ore “a consumo” e l’opzione super internet è partita solo successivamente. In questo modo mi sono mangiato ben 10 euro di traffico che non vedrò mai più. E l’ho fatto senza saperlo e senza che nessun sistema o alert mi consentisse di scoprirlo.

“Quando ha comprato la scheda non le hanno detto che, in caso di sospensione per mancanza di credito e successiva riattivazione della sim, l’opzione superinternet riparte comunque dalla mezzanotte successiva?”, mi chiede grossomodo la signora.

“No signora, non me l’hanno detto. Mi hanno detto solo che la scheda (quindi la navigazione coperta dall’opzione, non l’una o l’altra) sarebbe stata attiva dopo mezzanotte (cosa che puntualmente è avvenuta con questa modalità)”, rispondo io.

“Da cosa avrei dovuto dedurre quello che lei mi racconta ora? E c0n quale strumento potrei verificare con certezza se la mia navigazione è in un dato momento coperta o non coperta dalla promozione che mi dà 3gb al mese?”, aggiungo un tantino risentito.

E qui arriva la ciliegina sulla torta: alla fine della telefonata, dopo che avevo incalzato con varie domande l’operatrice e dopo lungo un periodo di silenzio mentre lei “verificava una cosa”, stranamente la linea è caduta. Ma tu guarda il caso.

Dico, ma vogliamo scherzare?