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Google pubblicizza Google+

La pagina bianca, pura e intonsa, con cui Google da sempre ci presenta la striscia del suo motore di ricerca è anche uno degli spazi pubblicitari più ambiti al mondo. Chi infatti non vorrebbe mettere il proprio adv in un luogo della rete frequentato da 99 milioni di utenti unici a settimana?

Una miniera d’oro (quasi) mai sfruttata, la home di Google, che proprio grazie all’approccio grafico super-minimalista ha contribuito negli anni definire l’immagine del motore di ricerca ed il suo brand, conferendogli tra le altre cose una certa eleganza e serietà.

Ora però a Mountain View hanno deciso di fare un piccolo strappo (è già successo in passato, seppur molto raramente) per pubblicizzare l’apertura al pubblico della loro recente creatura di Google+. Niente di invasivo: solo una delle tante animazioni che si attivano cliccando sul logo in home, e che in questo caso fa apparire una freccia blu indicante il link d’accesso a Google+ (vedi screenshot sotto).

Uno strappo alle ferree regole di comunicazione e immagine di Google che sembra testimoniare al contempo due cose: un’evoluzione nel modo di presentarsi al mondo del colosso americano, forse maturata a seguito dell’avvicendamento ai suoi vertici; ma anche e soprattutto quanto sia importante per l’azienda il suo neonato progetto “anti-facebook”.

Ora la domanda è: siamo di fronte all’ennesima e finale “spinta” impressa a un social network già ben lanciato e che ora apre finalmente al pubblico, oppure la scelta inusuale è dettata dalla necessità di ravvivare l’interesse dell’utenza (reale e potenziale) che secondo molti esperti sarebbe già in declino?

Update:

Andrea contino mi chiede nei commenti e dal suo blog cosa penso delle parole di Stewe Boyd, il quale senza mezzi termini dice che G+ plus è morto:

Google+ is dead. At worst, in the coming months, it will literally fade away to nothing or exist as Internet plankton. At best, it will be to social networking what Microsoft’s Bing is to online search: perfectly adequate; fun to stumble onto once in awhile; and completely irrelevant to the mainstream web.

Boyd non è l’unico a pensarla così. Ieri ho letto un post di Dan Reimold, blogger di grande seguito, che paragonava il numero di rilanci che i suoi post hanno su Twitter, Facebook e Google +, con quest’ultimo che ne usciva con le ossa rotte. Dal canto suo, il giornalista Rainbow Rowell lo ha definito con splendida cattiveria come “una città fantasma senza neanche i fantasmi rimasti a infestarla.”

Io avrei la stessa impressione, ma vedo anche che questi pareri si basano tutti su dati raccolti empiricamente intorno a singoli account che, per quanto seguiti possano essere, probabilmente non riescono ad essere rappresentativi di quanto accade in un SN da 25milioni di iscritti.

In assenza di dati più precisi, temo comunque avesse ragione Paul Tassi quando su Forbes scriveva che, semplicemente, la gente non ha il tempo per un altro social media.

La verità è che c’è posto solo per un Facebook, e chi arriva dopo Zuckerberg ha solo due possibilità: creare qualcosa che sappia prendere il posto dell’onnipresente SN, oppure fallire.

Del resto, tutti noi abbiamo anche una vita reale da vivere, no?

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WebTV – La guerra nel salotto

Forse non ve ne siete accorti, ma nel vostro soggiorno è in corso una guerra: uno scontro fra titani che vede contrapporsi aziende del calibro di Google, Apple, Sony, Samsung e persino Amazon, il negozio online più grande al mondo.

Oggetto del contendere è la preziosa attenzione dei telespettatori, da bombardare con il solito, onnipresente advertising. E la posta in gioco è altissima, considerato che il mercato pubblicitario televisivo globale vale 180 miliardi di sonanti dollaroni.

webtvL’obiettivo ambizioso è riuscire a portare sul vostro televisore HD nuovo fiammante il mare magnum di contenuti video presenti in rete, renderli fruibili attraverso un semplice telecomando e – ovviamente – erodere consistenti fette di mercato a media tradizionali.

Ci hanno già provato, ma senza successo: negli ultimi dieci anni abbiamo visto nascere e morire diversi progetti per rendere Internet fruibile dalla tv. Oggi però le condizioni sono diverse: nelle case ci sono banda larga, copertura wi-fi e televisori digitali hd, mentre la rete è ricolma dei contenuti video più diversi, ospitati o aggregati da piattaforme e servizi come YouTube, Vimeo, Hulu, Blip.tv o Boxee. Abbondano anche i set top box, ovvero le scatoline che fanno da tramite tra televisore e web, affiancati da console con funzionalità simili come PS3 e Xbox.

I tempi sembrano insomma maturi affinché il web sbarchi nel televisore, come conferma l’ormai prossima discesa in campo di Google con la sua “Google tv”, e la sfida diretta che essa rappresenta per la Apple TV. Sfida interessante perché culmina nel confronto tra due filosofie opposte: la soluzione completamente chiusa e strettamente controllata proposta dall’azienda con la mela, contro il modello completamente aperto proposto da Google.

Vedremo come andrà a finire. Intanto vale la pena citare Jack Schofield, secondo il quale sarebbe la scelta del terreno di battaglia a essere sbagliata: in un mondo dove abbondano gli strumenti per la fruizione dei contenuti video (computer, smartphone, tablet, ecc.), gli utenti sono ormai abituati a vedere ciò che vogliono quando e dove più gli aggrada. Il salotto ha insomma perso quella centralità che aveva guadagnato negli anni ’50 e, proprio per questo, la sua conquista potrebbe non essere così determinante.

Photo: Ehavir

NOTA: questo post doveva essere il secondo box a integrazione del pezzo intitolato “La Tv fa Blip”, intervista con la co-fondatrice di Blip.Tv Dina Kaplan pubblicata oggi su L’Espresso (in Tecnologia, pg. 122-124). Dal momento che è rimasto fuori per ragioni di spazio, lo ripropongo qui.

India, gli editori si schierano a difesa dei loro contenuti

Stamani Luca De Biase scriveva a proposito delle “strategie degli editori che tentano di dividere il web” dicendo che:

Nel modello del web come ecosistema, invece, tutti si aiutano a crescere e tutti hanno bisogno di tutti. Ma i percorsi di accesso sono liberamente decisi dal pubblico. Il che mette in crisi alcuni modelli di business. Ma ne apre di nuovi.

Una visione assolutamente condivisibile che tuttavia non sembra trovare d’accordo gli editori riuniti in India per partecipare al World Newspaper Congress. A voler ben guardare, per loro la crisi della “newspaper industry” richiede un “drastico ripensamento” che sembra anzi andare esattamente nella direzione opposta.

Riassumendo gli elementi emersi finora durante il convegno, in corso nella citta di Hyderabad, emerge che:

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Wishful thinking

Sul corporate blog di Google News si legge a proposito del programma “First Click Free”:

Gli editori che scelgono di partecipare consentono ai nostri crawler di indicizzare i loro contenuti a pagamento, quindi permettono agli utenti che li scoprono attraverso Google News o Google Search di visionare tutto l’articolo senza richiedere loro di registrarsi o sottoscrivere. Il primo click dell’utente è gratuito, ma se questi successivamente fa click su uno qualsiasi dei link presenti nell’articolo, a quel punto l’editore può mostrare una schermata con cui invita il lettore a registrarsi o a pagare.

Ora, sorvolando sulle ragioni tecniche per le quali Google ha creato questo programma, appare abbastanza chiaro il messaggio: attraverso Google Search e Google News l’utente ha la possibilità di visualizzare gratuitamente contenuti a pagamento, anche se in pratica non può navigarci dentro.

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Maryssa Mayer – Internet porta in dote più benefici che rischi

Maryssa Mayer, vicepresidente Search Products & User Experience di Google, parla del rapporto tra bimbi e rete con senso pratico e disincanto, ragionando sulle opportunità da cogliere e, al contempo, richiamando alla prudenza: «In generale credo sia importante rendere accessibili le nuove tecnologie ai giovani – spiega – così come temo che essere iper-protettivi possa ostacolarne l’alfabetizzazione tecnologica».

La Mayer pone poi l’accento sui benefici insiti nell’uso del computer da parte dei bambini: «Mettere determinati strumenti a disposizione delle persone quando sono nel pieno dell’apprendimento e della crescita cambia radicalmente il modo in cui essi affrontano e gestiscono i problemi, il modo stesso in cui pensano. Certo serve prudenza – avverte -ed è necessario che i genitori siano ben consapevoli di cosa fanno e dove vanno i loro figli quando sono on line. Detto ciò, penso di poter dire che i vantaggi derivanti dal mettere a disposizione dei nostri figli un computer ed Internet siano superiori ai rischi che essi possono correre».

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Questa breve intervista è parte dello speciale “Bambini a più dimensioni” pubblicato su Nova24 del 14 maggio. Per consultare il resto dell’inchiesta, segui i link di seguito

Vedi anche:
– Il pezzo d’apertura dello speciale “Bambini a più dimensioni”
– David Weinberger: “Educare i figli a discernere il vero dal falso”
– Dave Sifry: “Tutto resterà per sempre documentato in Rete
– Yossi Vardi: Dare ai giovani accesso alla rete e un codice etico per gestirla
– Doc Searls – Tenere i bambini lontano dalla tecnologia il più a lungo possibile
– Joi Ito – Non dobbiamo creare analfabeti digitali
– Stefano Quintarelli – Stare vicini ai figli e navigare con loro
– Chris Anderson – Navigazione protetta e accesso alle fonti di informazione come Wikipedia
– Marten Mikos – Lasciare che i figli imparino ad affrontare i problemi da soli

Google is here, there and all around (in the news)

E’ una di quelle mattine in cui ti svegli, consulti le tue fonti e scopri che si parla di Google un po’ ovunque perché:

– Mountain View ha stretto un accordo con Sony in virtù del quale il gigante nipponico distribuirà Chrome insieme ai propri computer. Trattative con altri player del settore sono in corso.

– Veri o falsi che siano, circolano nuovi screenshot del sistema operativo Chrome. Da prendere con il beneficio di inventario.

– Techchrunch posta la prima parte di un’intervista con il CEO Google Eric Schmidt nella quale si parla di “Search, Books, News, Mobile, Competition And More”. Merita.

– Matt Hall mette a confronto giro d’affari e funzionalità l’Apple App Store dedicato all’iPhone con l’equivalente creato da Google per il suo Android. Quest’ultimo ne esce con le ossa rotte.