Stormhoek e il successo del “viral marketing”

Era la fine del 2005: in Italia, se pronunciavi le parole “viral marketing”, i nostri “marketers” pensavano al massimo ad un’epidemia di influenza. In Sudafrica l’azienda vinicola Stormhoek scopriva invece i blog, si affidava al popolarissimo Hugh Macleod e, assieme a lui, iniziava una campagna pubblicitaria nella blogosfera fatta di splendide vignette, bottiglie inviate gratuitamente ai blogger, passaparola. Oggi Stormoek esporta vino in tutto il mondo e lo fa spendendo poco più di 50mila euro l’anno in advertising; una miseria se paragonati agli oltre 2milioni di euro mediamente investiti dai suoi competitor in campagne pubblicitarie “tradizionali”. E i risultati si vedono: ogni anno sono centomila 10mila le casse di vino vendute sul mercato interno, mentre superano le 350mila unità quelle esportate. E sebbene uno dei proprietari di Stormhoek, Graham Knox, spieghi chiaramente che “il vino è sociale; le persone amano parlare del vino e noi abbiamo cercato un modo per far sì che ne parlassero”, qui da noi il “viral marketing” resta per molti roba da medici.

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L’Ansa, i blogger e il problema delle “fonti”

Come anticipato, venerdì scorso una “delegazione” di blogger è andata in visita diplomatica all’Ansa. Insieme con Andrea Buoso, Vittoriano Vancini e il direttore Giampiero Gramaglia, abbiamo cercato di capire come e dove il giornalismo professionale e impersonale di un’agenzia stampa possa incontrarsi con la libera anarchia della blogosfera. La notizia è che ci siamo trovati di fronte ad un reale desiderio di capire e collaborare: onestamente, non me l’aspettavo.

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Dentro la notizia

Domani insieme ad un manipolo di blogger andrò in pellegrinaggio al sacro tempio romano dedicato all’Agenzia Nazionale Stampa Associata, meglio nota come ANSA. Occasione ghiotta per vedere dall’interno come funzionano redazione centrale e multimedia della prima agenzia stampa nazionale, ma anche per chiedere al suo direttore Giampiero Gramaglia se e come cambia la mission Ansa in tempo di web 2.0. Poi vi racconto.

(Thanks Andrea, Luca)

FeedMyApp

Di Extendi.it abbiamo già parlato citando “Professional on the Web, una directory di portfolio in cui web agency e freelance possono inserire progetti e profili” e il loro blog dedicato al linguaggio di programmazione Ruby on Rails.
Oggi Matteo Alessani e soci meritano ancora la nostra attenzione per aver lanciato FeedMyApp “un nuovo sito, molto semplice, che consente di tenere traccia delle applicazioni web 2.0 che ogni giorno escono sul
web. Invece di presentare un semplice logo, abbiamo deciso di associare ad ogni applicazione un titolo, uno slogan ed uno screenshot. Lo scopo è far capire subito all’utente se l’applicazione che sta esaminando merita oppure no una visita. Il sito è navigabile per tag ed è possibile utilizzare un motore di ricerca interno. E’ inoltre possibile sottoscrivere il feed RSS per rimanere costantemente aggiornati sulle nuove applicazioni segnalate.”
Mi sembra un’utile vetrina per chiunque voglia dare visibilità al proprio lavoro sul mercato nazionale e, visto che il sito è in inglese, internazionale. Voi che ne pensate?

Fake Steve Jobs non ne può più dell’iPhone

Chi mi segue conosce la mia passione per Fake Steve Jobs e il suo Secret Diary. Così mi risulta impossibile non segnalare il post in cui il FSJ fa “outing” e dice di essere stufo persino lui di sentir parlare dell’iPhone: “Ok è fico. L’ho usato per mesi e fa tutto quello che deve fare”, spiega l’Apple CEO “tarocco” ribadendo che ama il simpatico oggettino ma “andiamo gente! Non cura il cancro, né fa ricrescere i capelli. Per quello mi dicono che c’è gia Linux”. Insomma è “solo un telefono. Fai le tue chiamate, ascolti la tua musica e navighi un po’ in internet.” Senza esagerazioni. “Pomparlo” è parte del lavoro di chi deve venderlo, ma se crei troppo “hype” intorno all’oggetto – aggiunge FSJ – alla fine corri il rischio che la “la gente ti creda” e si aspetti davvero che il telefono faccia tutto quello che desidera.

“And that’s it. I’m sorry I ever said that line about reinventing the phone.”

Impagabile.

Diggita.it, il digg che condivide gli “incassi”

Il progetto, così come viene presentato, è interessante. Diggita.it è un “servizio libero di editoria sociale” basato sullo stesso principio di Digg, dove sono gli utenti stessi a segnalare contenuti sotto forma di testo, audio e video e a determinarne la posizione in classifica votando i più interessanti, oppure “affossando” quelli sgraditi. Insomma, l’ennesimo sito di social bookmarking.

Ma con qualcosa in più più:

“Diggita condivide al 50% i proventi pubblicitari con gli utenti attraverso il programma AdSense di Google[…] Una volta inserito un articolo, il 50% delle visualizzazioni pubblicitarie mostreranno messaggi Adsense con il codice dell’autore”.

E’ interessante notare che la sopra citata spiegazione è preceduta dal simbolo del programma Friend$ di Dada senza che questo venga mai citato. Sembrerebbe una scelta ad arte per incuriosire il pubblico: ho scelto di stare al gioco e inviato ai responsabili alcune domande. Vediamo che succede.

Intanto un unico appunto: così com’è la grafica, priva di una testa ben definita e riconoscibile, integra male la pubblicità di Google dando un effetto visivo un po’ caotico. Si può far meglio.

Nanopublishing “de Noantri”

La notizia del giorno è che IlSole24ore “entra al 30 percento in Blogosfere“. Fatti i complimenti a Montemagno per aver messo a segno un colpetto niente male, due riflessioni spicciole su questa acquisizione e su quella che l’ha preceduta.

Cominciamo con lo sgomberare il campo dagli equivoci: anche io credo sia un bene che i media tradizionali e, più in generale, le grandi aziende italiane si stiano finalmente accorgendo dell’esistenza del nanopublishing. Dada che entra in Blogo o IlSole24ore che entra in Blogosfere sono per più d’un verso un segnale positivo.

Ma anche no:

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To the PubCamp

E con questo faranno sei. Domani l’allegra combriccola parte ad ore proibitive (per essere di sabato) e prende la via dell’A14. Destinazione Chieti e il Pub Camp, primo Bar Camp sponsorizzato da Communicagroup.it e sesto tra quelli cui ha partecipato il sottoscritto. Ci vediamo lì. Chi non c’è non ci sarà.

I marketers Usa non credono nei “consumer generated media”

Su 279 intervistati tra “chief marketing officers, VPs of marketing and marketing directors and managers” americani, solo il 12 per cento ha ammesso che i “consumer generated media” sono una voce importante nel loro portfolio di investimenti pubblicitari. Molti di loro si sono anzi detti restii a lasciare che i consumatori giochino un ruolo troppo significativo nella definizione dei loro “marketing programs”. Evidentemente preferiscono mantenere il controllo e parlare al muro.

(via)