
Era la fine del 2005: in Italia, se pronunciavi le parole “viral marketing”, i nostri “marketers” pensavano al massimo ad un’epidemia di influenza. In Sudafrica l’azienda vinicola Stormhoek scopriva invece i blog, si affidava al popolarissimo Hugh Macleod e, assieme a lui, iniziava una campagna pubblicitaria nella blogosfera fatta di splendide vignette, bottiglie inviate gratuitamente ai blogger, passaparola. Oggi Stormoek esporta vino in tutto il mondo e lo fa spendendo poco più di 50mila euro l’anno in advertising; una miseria se paragonati agli oltre 2milioni di euro mediamente investiti dai suoi competitor in campagne pubblicitarie “tradizionali”. E i risultati si vedono: ogni anno sono centomila 10mila le casse di vino vendute sul mercato interno, mentre superano le 350mila unità quelle esportate. E sebbene uno dei proprietari di Stormhoek, Graham Knox, spieghi chiaramente che “il vino è sociale; le persone amano parlare del vino e noi abbiamo cercato un modo per far sì che ne parlassero”, qui da noi il “viral marketing” resta per molti roba da medici.








