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Quale futuro per i social network?

La copertura mediatica costante; il numero enorme e in continua crescita di utenti; la pesante influenza sul nostro modo di intessere e mantenere relazioni sociali, pubbliche o private che siano. Diciamolo pure: i social network sono la “Big Thing” del momento. Capire come cambieranno nel prossimo futuro significherebbe comprendere in buona parte anche cosa ne sarà della Rete stessa.

Proprio questa settimana, la Said Business School di Oxford ha ospitato un panel di “pezzi da novanta” del web cui è stato chiesto di rispondere alla domanda “What is the next big thing?” nel variegato mondo dei social network.

Tanto per dare un’idea del livello della discussione, gli ospiti del panel erano: Peter Thiel, co-fondatore di PayPal, Biz Stone, fondatore di Twitter, Ram Shriram, membro della founding board di Google con trascorsi in Amazon, e Reid Hoffman, fondatore di Linkedin.

Vediamo insieme cosa hanno risposto:

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Quale futuro per i siti aziendali?

Recentemente sono stato coinvolto in un’interessante discussione riguardo al futuro dei siti aziendali. In pratica mi è stato chiesto se, data la crescente importanza dei social network, chi gestisce la comunicazione corporate debba o meno prendere in considerazione l’opportunità di essere presente solo su Facebook&co, rinunciando al classico sito corporate.

Di seguito l’opinione che ho espresso a riguardo. Mi farebbe piacere conoscere la vostra.

Credo che il punto non sia se un’azienda debba o meno avere un proprio sito, ma piuttosto come questo debba evolversi oggi, quale posto debba occupare in quello stesso universo on line del quale non può più pretendere (o far finta) di essere il centro.

Gli utenti entrano in rete per costruire la propria identità online e sviluppare un sistema di relazioni del quale vogliono essere il centro gravitazionale. Tanti piccoli nodi distribuiti nella rete che è sempre più difficile attrarre verso siti/portali pensati come uno spazio accogliente ma chiuso.

Diversamente dal passato, oggi la chiave dell’interazione azienda/utente è che la prima deve raggiungere il secondo ovunque esso si trovi: gli utenti sono su Youtube, Facebook, Myspace, e perciò ha senso che l’azienda (o meglio, le persone dentro l’azienda) li raggiungano articolando la loro presenza online ovunque sia necessario, anche e soprattutto imparando in fretta le “regole di convivenza” che governano la “parte abitata della rete”.

In questo processo di avvicinamento, che poi è un colossale cambiamento di paradigma della comunicazione e del marketing, il presidio che l’azienda mantiene online non viene meno ma – a mio avviso – si ridimensiona, semplifica, diventa a sua volta un centro di gravità fra tanti dal quale condurre la conversazione in atto su vari presidi. Non più un portale, insomma, ma il luogo da cui tenere le fila di una presenza online che tenderà a frammentarsi sempre di più con l’aumentare del numero di social network (o forse sarebbe meglio dire delle community) esistenti.

La seconda giovinezza di Friendster è in Asia

Sembra ieri ed invece sono passati sei anni da quando Friendster ha fatto la sua comparsa in Rete, prima fra tutte le community online che oggi siamo abituati a chiamare social networks e che immancabilmente fanno pensare a realtà come MySpace e Facebook.

Sei anni nell’eco-sistema del web sono un’eternità. Di certo sono stati abbastanza perché Friendster potesse raggiungere l’apice dela sua fama in Occidente, spianare la strada ai futuri cloni e cadere nel dimenticatoio, schiacciato dai debiti e dalla patologica mancanza di un modello di business.

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