Curbed, il blog da 1,5 milioni di dollari

Lockhart Steele è uno che di nanopublishing ne “mastica” parecchio: qualche hanno fa ha fondato Curbed, uno dei primissimi blog americani dedicati al mercato immobiliare; poi è passato sotto l’ala protettiva di Nick denton per svolgere il ruolo di managing editor a Gawker Media; infine è ritornato alla sua creatura.

Oggi Curbed – che nel frattempo è divenuto un nanopublishing network – incassa finanziamenti per 1,5 milioni di dollari, in parte stanziati da Zach Nelson, CEO di NetSuite, e dallo stesso Nick Denton.

Attenzione però: i rapporti pre-esistenti tra Steele e il suo ex-capo non sono affatto – come alcuni maligni potrebbero pensare – la ragione alla base del finanziamento ottenuto per Curbed. Chi come me lo segue da tempo, sa bene che Denton non è tipo da confondere amicizia e lavoro: semplicemente, quella vecchia volpe di nanopublisher ha intuito l’affare dietro il crescente successo dei “real estate blogging” in America e ha deciso di investire.

Oltreoceano il mercato immobiliare rallenta mentre gli operatori di settore restano imprigionati in vecchi modelli di comunicazione. In questo contesto, a “tenere” sono siti (leggi blog) editi da esperti con linguaggio e modi “sbottonati”, ai quali le persone accedono per condividere opinioni e discutere “about their neighborhoods and about life in the city”, oltre che delle case che desiderano acquistare.

Skype sbarca sui cellulari 3. Voip mobile gratis per tutti

Presto gli utenti dell’operatore mobile “3” potranno usare il servizio di Voip Skype sui loro cellulari e, magicamente, chiamare gratuitamente gli oltre 246 milioni di utenti del servizio sparsi per il mondo.

Una notizia, nell’aria da un po’ ma ufficializzata solo nelle ultime ore, che arriva come una bomba sul mercato della telefonia mobile europea. Specie in Italia, dove tutt’ora è acceso il dibattito su come gestire le licenze Wi-Max ed evitare che questa tecnologia, assieme ai servizi di Voip in mobilità che essa consentirebbe, si sovrappongano alle attività dei carrier di telefonia mobile devastandone di fatto gli affari.

Del resto, il comunicato stampa rilasciato dall’azienda proprietaria di 3 Hutchison – Whampoa lascia spazio a pochi dubbi:

“3 Skypephone Delivers Free Skype to Skype Mobile Calls and Instant Messages at the Touch of a Button”.

Il “button” in questione è quello dedicato a Skype e sarà incluso in un terminale appositamente sviluppato assieme a Qualcomm che, contemporaneamente al lancio del servizio, dovrebbe fare la sua comparsa anche in Italia già da quest’anno.

Sistemi operativi, che scende e chi sale

Sfruttando l’hype derivante dal debutto di Leopard, ultima e aggiornatissima versione dell’Apple OSX, la stampa specializzata tira le somme sull’andamento del mercato e sulla sorte dei principali sistemi operativi. Così si scopre che:

1) Microsoft ha fatto il “botto”: le vendite del nuovo sistema operativo, sommate a quelle del nuovo Office, nel “secondo quarto” hanno totalizzato introiti di un miliardo e cento milioni di dollari superiori alle aspettative degli analisti. A quanto pare qualcuno apprezza il nuovo sistema operativo di Redmond.

2) Apple Leopard è “very cool”: l’attesa per il suo lancio è stata lunga, i ritardi hanno suscitato polemiche, ma pare ne sia valsa la pena. Secondo l’autorevole (e severissimo) Techcrunch il nuovo OS “it’s just Brilliant“.

3) Linux perde colpi nell’ambito server: dati certi rivelano come il sistema operativo open source stia soffrendo il forte recupero di Windows in questo delicato, e remunerativo, settore.

Microsoft investe in Facebook

Lo zio Bill ha investito 240 milioni di dollari per acquisire l’1,6 per cento di facebook. Il colpaccio messo a segno dal 23enne in jeans e sandali ci dice sostanzialmente tre cose:

  • l’operazione ri-definisce al rialzo il valore stimato di Facebook, elevandolo alla titanica somma di 15 miliardi di dollari. Giusto per fare un paragone, ricordate che un paio di anni fa Murdoch ha comprato un altro sito di social networking, MySpace, per “appena” 580 milioni di dollari. Bruscolini;
  • per una volta, Google non è arrivato primo ai danni di Microsoft, cui aveva già soffiato la partecipazione di minoranza in AOL e l’acquisizione di YouTube. Il motorone di Mountain View non vince sempre;
  • la resa dei conti si avvicina: dopo la “bolla del 2000”, mille e più uccelli del malaugurio hanno affollato la rete gridando “penitenziagite” e mettendo in guardia gli investitori dalla vacuità del business on line. Ora Microsoft spende 240 milioni di dollari per mettere il piede in un social network, e lo fa dopo aver annunciato che acquisirà 20 startup all’anno “in the advertising and Web 2.0”. L’entità stessa delle cifre che oggi passano di mano ci dirà a breve – e una volta per tutte – se questa è una nuova “bolla” o la definitiva consacrazione della neteconomy.

Radiohead, disintermediazione e taccagneria

Forse sapete già che la band inglese dei Radiohead ha diffuso il suo ultimo album, In Raimbows, senza passare per le major e senza imporre ai fan un “prezzo di listino”, ma anzi dando loro la massima libertà possibile. Spiega Antonio Sofi:

“Il diskbox (di In Rambows) è l’albero della cuccagna del fan, come scrive Pitchfork: due cd + due vinili, libretti, artwork, cotillons vari. Costa 40 sterline. Paghi e ti arriva a casa. Se vuoi invece le canzoni (da scaricare on line), il prezzo lo decidi tu.”

Una formula rivoluzionaria che è piaciuta a molti – me compreso – e che ha già indotto altri artisti a sperimentare scelte simili. Ora (Antonio non me ne voglia), la domanda da porsi è se gli utenti pagano abbastanza per il disco e, purtroppo, la risposta pare essere un secco e deludente “no”.

Stando a quanto riporta The Register nel suo Open Season podcast, sebbene la gente dichiari di aver pagato l’album circa 8 sterline, la cifra reale mediamente versata non supererebbe le 2,50 sterline. Poco e, addirittura, meno dei tre euro per cd che la major EMI avrebbe garantito in royalties alla band.

Insomma, la disintermediazione funziona solo se i fan non sono degli spilorci.

Dell, il popolo chiede (ed ottiene) Ubuntu 7.10

Dell venderà presto notebook e desktop con preinstallato il sistema operativo Ubuntu nella sua recentissima versione 7.10. La notizia merita una riflessione e un breve riepilogo delle puntate precedenti. Andiamo per punti:

1) è il luglio del 2006. Sommersa dalle critiche provenienti da ogni parte della rete, l’azienda americana spiazza tutti e cerca il dialogo: nasce il corporate blog One2One il cui nome (condiviso con un sito porno) viene presto cambiato nel più appropriato Direct2Dell.

2) Bastano pochi mesi per capire le potenzialità intrinseche al conversare con una comunità appasionata e preparata, oltre che numerosa. Dell fa un passo avanti e lancia Ideastorm, sito dove gli utenti possono proporre i propri suggerimenti e votare quelli degli altri, spingendo le idee più popolari in cima alla classifica del gradimento. Un anno dopo, il suo esempio viene seguito anche da Intel.

3) Tramite Ideastorm gli utenti chiedono, e ottengono, che Dell offra una linea dei propri computer con Linux preistallato in alternativa a Windows Vista.

Una scelta che ha pagato? La risposta deve essere affermativa se è vero che, oggi, la multinazionale annuncia come prossimo il lancio sul mercato di nuovi computer con preistallato l’OS Ubuntu, forte della sua recentissima versione 7.10.

Una scelta frutto della “conversazione” azienda-utente, maturata in un clima collaborativo che continua tutt’ora: non a caso la notizia che ubuntu 7.10 sarà sulle macchine Dell è stata data sul corporate blog Direct2Dell dove, tra le altre cose, si spiega anche come l’azienda stia lavorando gomito a gomito con la comunità open source per offrire agli utenti un prodotto stabile e completamente affidabile. Dulcis in fundo, esiste addirittura un wiki dove l’azienda statunitense condivide le informazione relative al progetto Linux-Dell.

Da prendere a esempio.

Un blog nel cuore del Fondo Monetario Internazionale

Simon Johnson è consigliere economico e direttore del Dipartimento di Ricerca presso il Fondo Monetario Internazionale. Un ruolo di grande responsabilità, ma anche un punto d’osservazione privilegiato dal quale Johnson – direi piuttosto inaspettatamente – ha deciso di avviare una “conversazione” diretta e informale con la propria comunità di riferimento e, come tiene egli stesso a sottolineare, con la gente che in genere resta esclusa dalle “press conferences”.

Traducendo, ha aperto un blog che, sebbene non sia il massimo in quanto a strumenti implementati, grafica e interattività, offre comunque la possibilità di commentare ed inviare trackback e adotta una policy semplice e facilmente comprensibile.

Un’iniziativa migliorabile, certo, ma non per questo meno interessante. Ora non resta che aspettare e vedere se qualcun’altro tra i colleghi di Johnson vorrà seguirne l’esempio.

Italia.it? Per Rutelli o cambia o si chiude

Sul sito del Corriere.it segnalo questo gustoso articolo di Roberto Zuccolini intitolato “Rutelli pronto a chiudere il portale Italia.it” e dove un impietoso catenaccio chiarisce: “Pochi accessi e informazioni sbagliate sul sito creato per lanciare il turismo internazionale nel nostro Paese”.

Che il ministro dia un giudizio impietoso – “Quel sito o cambia oppure è meglio chiuderlo” – su un sito che egli stesso ha contribuito concretamente ad affondare, è di certo una notizia. Non lo è invece il fatto che i 45 milioni di euro impiegati per realizzarlo in oltre due anni di lavoro fossero soldi buttati. Qui come altrove, è stato detto è ribadito più volte.

Per saperne di più:

– “Tg Neapolis riporta le critiche a Italia.it
– “Non in mio nome
Italia.it, conto alla rovescia?
Italia.it: nuovo Governo, vecchie promesse
Italia.it, chi l’ha visto?
Italia.it, il portale che ancora non c’è
Portale Italia.it, conto alla rovescia

Connect@FOBM, il social network “ad hoc”

Future of business and Media” (FOBM) è il titolo di una conferenza che si svolgerà a New York il prossimo 30 ottobre 2007. A prescindere dall’argomento trattato, ciò che trovo davvero interessante sono due scelte, molto “2.0”, messe in pratica dagli organizzatori: la prima, ormai quasi scontata negli USA, ha portato la creazione di un blog dedicato alla conferenza. Questo è, secondo una scelta questa volta inusuale inusuale, del tutto integrato con il sito di FOBM, tanto che il “rullo” dei post costituisce il centro e il cuore della home.

La seconda scelta – a mio avviso assai innovativa – è stata di creare Connect@FOBM, un social network (qui uno screenshot) realizzato ad hoc da PeopoleAggregator e messo a disposizione dei soli partecipanti all’evento. Lo scopo è dare loro mezzi e strumenti per incontrarsi, conoscersi, scambiare opinioni e informazioni, creare valore in vista della conferenza e, se lo vorranno, anche dopo. Anzi, l’impressione è che questo sia un test e che altre iniziative simili, magari più mature e durature, presto seguiranno.

Insomma, un incrocio tra Linked-In e Facebook pensato per funzionare a progetto e non necessariamente per sempre. Un’idea niente male.

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