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Follie autopromozionali targate Facebook

Mi capita assai spesso di ricevere messaggi deliranti inviati attraverso il Social Network più amato dagli italiani. Tra i tanti che ricevo su Facebook e trovo fastidiosi, quello che forse riesco meno a tollerare è questo:

“Mario Rossi è ora fan di Mario Rossi su Facebook e ti consiglia di diventarlo anche tu”.

Ora mi piacerebbe capire se questa follia autopromozionale:

1) deriva dall’incompetenza dei troppi italiani che non hanno mai toccato un computer ma si affollano su Facebook con l’unico scopo di mettersi in mostra per le ragioni più varie;

2) è frutto di una qualche grave svista nella definizione dei processi con cui funzionano le fan page, imputabile agli sviluppatori americani;

3) è piuttosto figlia della malizia di Zuckerberg&co, che hanno capito quale sia la vera motivazione con cui milioni di utenti si avvicinano a Facebook

4) Nessuna delle tre precedenti (in tal caso, pregasi fornire gentilmente nei commenti la soluzione alternativa che ritenete corretta).

Chi sa parli.
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Violazione della Privacy on line, class action contro Facebook

A dicembre dello scorso anno scrivevo di Facebook e della “crisi” scatenata dal lancio della sua piattaforma pubblicitaria “Beacon”:

Il problema di Beacon risiede nella sua invadenza, in quanto il sistema si basa sulla collaborazione con siti diversi da Facebook, tiene traccia dei tuoi acquisti su quegli stessi siti e poi li segnala ai tuoi amici. Un’idea tutto sommato interessante, ma che certo richiedeva un delicato “bilanciamento” della feature volto ad evitarne la trasformazione, prevedibile, in un bel calcio in bocca alla privacy degli utenti.

La storia ci insegna che il “calcio in bocca” c’è stato eccome, e che lo stesso creatore di Facebook Mark Zuckerberg ha finito col chiedere scusa a tutti gli utenti del social network direttamente dal suo blog.

Tutto questo per dire che il “mea culpa” di Mark non sembra essere affatto bastato visto: oggi il social network più frequentato al mondo è infatti oggetto di una class action coi fiocchi.

Le accuse, che peraltro vengono rivolte anche a partner di Beacon come Blockbuster, Fandango e Overstock, sono pesanti:

1) Facebook ha raccolto, condiviso con terzi e sfruttato a fini commerciali i dati personali degli utenti (nel caso specifico “users’ Internet activities with friends”) senza chiedere loro alcuna autorizzazione;

2) Facebook ha dato la possibilità agli utenti di lasciare il “programma”, ma uscire da Beacon era talmente macchinoso da apparire pensato per impedire qualsiasi “defezione”;

3) La violazione della privacy non riguardava solo gli utenti di Facebook: Beacon raccoglieva anche dati relativi a tutti i visitatori “who conducted certain activities on the third-party sites that were part of the program”;

Per saperne di più:

– PCWorld: Facebook Faces Class-action Suit Over Beacon

La seconda giovinezza di Friendster è in Asia

Sembra ieri ed invece sono passati sei anni da quando Friendster ha fatto la sua comparsa in Rete, prima fra tutte le community online che oggi siamo abituati a chiamare social networks e che immancabilmente fanno pensare a realtà come MySpace e Facebook.

Sei anni nell’eco-sistema del web sono un’eternità. Di certo sono stati abbastanza perché Friendster potesse raggiungere l’apice dela sua fama in Occidente, spianare la strada ai futuri cloni e cadere nel dimenticatoio, schiacciato dai debiti e dalla patologica mancanza di un modello di business.

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Comunicazione, marketing e social networks. Due “interpretazioni” a confronto

Web2.0 e comunicazione, web2.0 e marketing. Per anni le aziende e i comunicatori della “vecchia scuola” non hanno voluto neanche sentir parlare di blog, wiki, rss, social network e compagnia cantante. Poi la svolta: improvvisamente chi se ne era tenuto alla larga ha intuito le potenzialità (e registrato il successo di pubblico) della nuova Rete, quindi ha deciso di saltare precipitosamente sul carro dei vincitori.

I risultati spesso gridano vendetta sotto al sole, mentre la situazione peggiora tanto più sono complessi gli strumenti 2.0 che gli operatori tentano (inutilmente) di addomesticare secondo logiche vecchio stile. Qualche tempo fa, ad esempio, Massimo Mantellini segnalava una campagna marketing veicolata attraverso Facebook dove era niente meno che la Nuova Mazda “in persona” a chiedergli di essere aggiunta nell’elenco dei suoi amici. Forte della sua velenosa ironia, Massimo scriveva:

“Oggi mi e’ arrivata una mail nella quale la “Nuova Mazda” mi domandava di diventare suo amico su Facebook. Ci ho pensato un po’ poi ho declinato, non vorrei che la mia vecchia Renault si ingelosisse”.

Fantastico. Più ci si sforza di ripetere che il web2.0 non è altro che un insieme di strumenti grazie ai quali le persone si mettono in contatto tra loro e condividono ogni genere di informazione, creano relazioni, rappresentano on line la propria identità, e più la comunicazione tradizionale cerca di usare questi mezzi per veicolare “consigli per gli acquisti”.

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Facebook tocca i 115 milioni di utenti e raggiunge Myspace

La rincorsa è finita. Solo due anni fa, il social network per eccellenza era MySpace e gli osservatori si interrogavano sulle ragioni del suo successo, sulle dinamiche di interazione tra i suoi utenti, sulle opportunità economiche che esso avrebbe offerto e persino sui rischi per gli utenti più giovani, facili prede di malintenzionati.

Poi venne Facebook, così simile eppure così diverso da Myspace, nato in contesto universitario per (semplificando) far incontrare gli studenti e far condividere servizi e applicazioni.

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