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Il Crowdsourcing e la creazione distribuita del valore (video – La3tv)

Lo scorso 30 giugno ho partecipato brevemente a Senza Fili, trasmissione contenitore parte del nuovo corso di La3Tv che si occupa di proporre “ogni giorno il meglio della giornata sul web, mischiando l’utile e il dilettevole”.

Con i conduttori Petra Loreggian e Gianpaolo Gambi abbiamo discusso (tra il serio e il faceto) del crowdsourcing e di come esso stia cambiando (nel bene e nel male) il modo che i professionisti sparsi in ogni parte del mondo hanno di collaborare e creare valore in moltissimi campi.

Se il tema vi interessa, ecco di seguito i due video del mio breve passaggio televisivo.

I commenti come le critiche sono come sempre benvenuti.

Senza fili del 30/06/11 – Parte prima:



Senza fili del 30/06/11 – Parte seconda:

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Another Kickstarter Success: Almost 1$ Million Raised for the iPod Nano Wristwatch

LunaTik_SideCloseupSome time ago Scott Wilson, founder of the Chicago-based product and design studio MINIMAL, had an idea: to create two watch enclosures for Apple’s latest iPod nano and transform the Apple mp3 player into geekiest wristwatch ever. All he did was to put his project on Kickstarter with the goal of raising $15,000. And when he did so, he probably wasn’t expecting his project to become the most successfully funded in the crowdfunding site history.

Six hours ago the funding closed with really astonishing numbers: in total, 13,510 people have contributed with $941,558.

It’s a huge record, and we’ll probably keep writing about it for a while. But what amazes me the most are not the huge number of people participating or the total amount of money wilson’s project gathered. What’s new and enlightening is that we’re not talking about software, code, internet tools and other digital stuff like this.

We’re talking about hardware.

Wilson will use (and is already using) the money gathered online to build something you will buy, touch, use and appreciate in the real world. He is just back from a trip to China where he met his suppliers, tested the first prototypes, made new arrangements, posted a video to give his supporters a glimpse into the process of  manufacturing the product and show “how much craft, hand work and care goes into the metal and even the silicone strap”.

The products (the TikTok ($35) and the LunaTik ($70) model) look beautiful and more than 13,000 people have already told Wilson they do like it (isn’t it a hell of a focus group?).

All this feels so real and makes me think about the possibilities: we are used to say that the Internet is changing the way we get and share informations or ideas or the way we interact with each other. But what Wilson and his project are proving right now is IMHO that – if properly used – the web can help us transforming a beatiful piece of design, a simple and smart idea into a real mass-market product.

Via MG Siegler

Il futuro visto attraverso Twitter

Predire il futuro usando Twitter. Non solo una prospettiva affascinante, ma anche e soprattutto una realtà divenuta tangibile grazie alla recente sperimentazione condotta dal Social Computing Lab di HP a Palo Alto. Un gruppo di ricercatori ha infatti mostrato come sia possibile prevedere con buona accuratezza l’andamento di un film al box office semplicemente monitorando Twitter e, più precisamente, il rate con cui una pellicola viene menzionata dai suoi milioni di user. Previsione che aumenta notevolmente in precisione se poi all’analisi quantitativa si aggiunge una valutazione del “sentiment” di ogni singolo tweet.

L’esperimento realizzato dai ricercatori del Social Computing Lab ricorda in qualche modo quanto viene già fatto con cosiddetti “mercati predittivi” e in particolare con l’Hollywood Stock Exchange, nato appunto per prevedere l’andamento al box office degli ultimi titoli hollywoodiani. Come spiegava qualche tempo fa Davide Bennato in occasione del secondo Romecamp, i predictive markets “sono una tecnica che sfrutta una serie di applicazioni Internet progettate per sfruttare l’intelligenza collettiva degli internauti al fine prevedere il futuro di alcuni eventi”.

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Jonathan Zittrain e il lato oscuro del crowdsourcing

Novembre 2009. Jonathan Zittrain, professore di Legge ad Harvard e co-fondatore del Berkman Center for Internet & Society, dà una brillante lezione intitolata “Minds for sale”. In poco meno di un’ora e venti, il docente mette sapientemente in evidenza una serie di problemi etici e legali inerenti al crowdsourcing per poi arrivare a definire quello che secondo lui è “The Future of Crowdsourcing” e a spiegare anche “How to Stop It”.

Crowdsurcing è un neologismo coniato nel 2006 dal giornalista di Wired Jeff Howe. Il termine nasce dalla fusione tra “outsourcing”, ovvero la pratica di delegare compiti e lavori al di fuori della propria azienda, e “crowd”, ovvero l’immensa ed eterogenea folla di talenti d’ogni lingua, nazionalità e cultura che popola la rete e che, adeguatamente coinvolta e coordinata attraverso una piattaforma software creata ad hoc, può partecipare allo sviluppo di progetti complessi.

L’enciclopedia libera Wikipedia è uno splendido esempio di crowdsourcing basato sul volontariato, ma esiste un numero crescente di esperimenti business-oriented dove sono le aziende a proporre problemi da risolvere e dove quindi l’utente viene pagato per il suo contributo. In questo caso il modello è ben rappresentato dal progetto Mechanical Turk di Amazon.com.

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Crowdsourcing, con Internet il mercato del lavoro diventa globale

Risorse umane. Che sia dietro l’angolo oppure dall’altra parte del globo, da qualche parte vive e lavora il professionista che ancora non conoscete ma del quale avete disperato bisogno. In passato trovarlo e contattarlo era operazione costosa in termini di tempo e denaro e, a dire il vero, non sempre coronata dal successo.

Oggi è ancora una volta la rete, tessuto connettivo capace di azzerare la distanza tra persone e aziende, a venire in vostro aiuto con il “crowdsourcing”. Il neologismo, coniato nel 2006 dal giornalista di Wired Jeff Howe, nasce dalla fusione tra “outsourcing”, ovvero la pratica di delegare compiti e lavori al di fuori della propria azienda, e “crowd”, ovvero l’immensa ed eterogenea folla di talenti d’ogni lingua, nazionalità e cultura che popola la rete.

Negli ultimi anni si sono infatti moltiplicati gli “online crowdsourcing markets”, ovvero quei siti che raccolgono comunità di professionisti in vari settori e ne facilitano l’incontro con i potenziali committenti. I primi esperimenti, molti dei quali tutt’ora in corso, hanno nomi come iStockphoto, che ha rivoluzionato la compravendita degli “scatti” professionali, Ninesigma, che si propone come immenso serbatoio di idee e creatività per il “problem solving” e YourEncore, dove scienziati in pensione rimettono al servizio delle aziende la loro competenza e, soprattutto, la loro provata e preziosa esperienza.

Ecco come generalmente funzionano queste piattaforme: il committente si iscrive al servizio online, propone un task da eseguire, un limite temporale per realizzarlo ed eventualmente un budget predefinito. I “providers” di manodopera intellettuale forniscono una soluzione, eventualmente anche rilanciando al ribasso il budget iniziale, e l’idea migliore vince facendo risparmiare tempo e denaro. Se poi qualcuno tenta di barare, sia esso committente o provider, non ha scampo. Una volta completato il progetto, ciascuno degli “attori” viene votato dalla controparte proprio come avviene sul sito d’aste online eBay. Collezionare giudizi positivi e costruirsi una buona reputazione è vitale se si vuole continuare a lavorare.

Un buon esempio è rappresentato dal britannico BuilderSite, cui va riconosciuto il merito di applicare i principi fin qui descritti all’industria edile, aiutando “le persone a trovare ed assumere costruttori per i loro progetti”. L’utente che desidera far ristrutturare il bagno o costruire la casa dei propri sogni, si iscrive al sito dove cerca e (generalmente) trova un interlocutore cui affidare progetto e budget. Quest’ultimo può essere un’azienda o un singolo artigiano, ma anche un intermediario che, sempre tramite la piattaforma BuildersSite, cerca i singoli professionisti, contratta con loro prestazioni e prezzo, organizza una squadra. Ogni progetto riceve più offerte e, semplicemente, la più conveniente vince. La commissione per ogni progetto assegnato è carico dell’azienda appaltatrice ed è pari al 5 per cento.

Un altro esempio è Take a Coder, un online marketplace dove le aziende incontrano programmatori software (ma anche traduttori, interpreti, grafici) provenienti da tutto il mondo. Il servizio è operativo in 13 lingue e copre 40 paesi, Italia compresa. Il sito con maggior traffico è quello internazionale e vanta 8mila utenti registrati, 20mila utenti unici al mese e una media di 150 transazioni concluse nello stesso periodo. Il vantaggio per chi compra (a prezzo minore) la manodopera e per chi la vende (in tutto il mondo) è palese. Il modello di business di Takeacoder lo illustra lo stesso CEO Enrico Massetti, italiano residente da 25 anni negli Usa: «Agiamo secondo le regole del franchising. – spiega – Ogni localizzazione del sito viene data in licenza a un webmaster (o un’azienda) locale che si occupa della traduzione, della raccolta pubblicitaria, del marketing e del customer care. Alla fine della fiera, i ricavi dei vari siti, derivanti da una commissione che committenti e providers pagano per ogni lavoro assegnato, sono suddivisi al 50 per cento tra i partner e Takeacoder LLC, la nostra casa madre».

Infine un accenno a Threadless. Si tratta di un eccellente esperimento (iniziato 8 anni fa) di crowdsourcing applicato al settore dell’abbigliamento giovanile o, più precisamente, delle T-shirt. Chiunque può iscriversi al sito e proporre la propria decorazione che, una volta online, viene sottoposta per sette giorni al giudizio e al voto di una vasta comunità. Se supera questa difficile e spietata selezione, il disegno diventa una maglietta, va in produzione e genera immediati guadagni per l’autore.

Il tutto senza il minimo bisogno di investire in costose indagini di mercato o in pubblicità.