Archivi tag: usa

La comunicazione politica online in USA: approcci opposti a confronto

sam_graham_felsenSam Graham-Felsen, new media strategist già chief blogger nello staff del presidente Barack Obama, spiega la differenza tra l’approccio alla comunicazione online dei Democratici e quello dei Repubblicani durante la campagna elettorale.

“Il nostro obiettivo era ed è quello di mettere le persone in condizione di fare cose, di dare loro strumenti per partecipare al cambiamento, to empower them. Sul versante opposto al nostro, l’obiettivo dei candidati era invece usare la rete per acquisire maggior potere e visibilità per se stessi, per accrescere la loro influenza”.

Come dire, futuro e passato e passato che si confrontano, ma forse anche rappresentanti di gruppi sociali molto diversi tra loro che danno ai loro supporters solo quello che essi vogliono realmente avere. Partecipazione da un lato, leadership forte e indipendente dall’altro.

Maggiori informazioni sull’evento qui

.

Il blog? Roba da vecchi

Sempre meno teenager e giovani americani dedicano tempo e impegno al blogging. Lo rivela uno studio di Pew Internet and American Life Project, intitolato “Social Media and Young Adults“, secondo cui solo il 14 per cento dei teenager statunitensi ha ammesso di aver “bloggato” nel 2009, contro il 28 per cento del 2006. Allo stesso modo, la percentuale di giovanissimi che lasciano commenti sui blog è scesa dal 76 per cento di tre anni fa all’attuale 54 per cento, mentre netta è anche la diminuzione dei blogger tra i giovani di età compresa tra 19 e 29 anni, scesa dal 24 per cento del 2007 al 15 per cento del 2009.

Nel rapporto si legge:

Two Pew Internet Project surveys of teens and adults reveal a decline in blogging among teens and young adults and a modest rise among adults 30 and older. Even as blogging declines among those under 30, wireless connectivity continues to rise in this age group, as does social network use.

Continua a leggere

Facebook rende pubblica l’analisi demografica dell’utenza statunitense

Facebook ha da poco reso noti i dati del primo studio su “race and ethnicity” dei suoi utenti statunitensi, evidenziando che la popolazione di alcuni gruppi etnici sta crescendo oggi molto più rapidamente che non negli anni passati.

La ricerca, coordinata da Cameron Marlow, ha infatti rivelato che dei circa cento milioni di utenti USA iscritti al social network, l’11 per cento è composto da afro-americani, il 9 per cento da latino-americani e il 6 per cento da asiatici. Un netto incremento rispetto a quattro anni fa quando, ad esempio, i primi costituivano solo il 7 per cento della popolazione di Facebook e i secondi solo il 3.

La cosa interessante da sottolineare è che Facebook non chiede ai suoi utenti di specificare a quale razza o etnia appartengano, ma i suoi ricercatori sono stati ugualmente in grado di ricavare queste informazioni incrociando i (molti e dettagliati) dati in loro possesso con quelli relativi a 150mila cognomi americani archiviati nello Us Census Bureau database.

Continua a leggere

Did you know 4.0

Giunto alla sua quarta versione, il video “Did you know” racconta come cambia il panorama dei media americani presentando con efficacia mirabile una corposa mole di dati e statistiche. Realizzato in collaborazione con The Economist e parte della serie “Shift happens“, il video è uno stato dell’arte da sorbire tutto d’un fiato, che inchioda alla sedia sia per l’indubbio interesse delle informazioni presentate, sia per la tecnica di visualizzazione adottata, capace di intrattenere il pubblico mentre lo informa.

Nato nel 2006 come presentazione da mostrare durante un meeting scolastico in Colorado (Stati Uniti), “Did you know” viene pubblicato in Rete nel febbraio 2007 e presto diventa  “virale”, collezionando cinque milioni di “viste” in appena 4 mesi. Un contenuto di valore generato “dal basso” e giunto all’attenzione di un pubblico vasto grazie all’esplosiva combinazione tra tecnologie abilitanti della Rete e passaparola tra utenti. Un documento esemplare di come cambia il mondo dei media non solo per i contenuti che veicola, ma anche per il modo stesso in cui si è diffuso attraverso Internet, diventando rapidamente di dominio pubblico.

Web2.0 e crisi economica, quanto rischiano i venture capitalist americani?

Un paio di giorni fa scrivevo di Terre Desolate e crisi della new economy mentre, contemporaneamente, mi domandavo che aria tirasse dalle parti del venture capital americano.

Pensavo insomma che, dato un periodo economico assai difficile e pessime previsioni per il 2009, i finanziatori d’oltreoceano vivessero ore di terrore al pensiero di poter perdere le ingenti somme investite in svariate startup 2.0.

Oggi scopro invece che, tutto sommato, mi sbagliavo: me lo conferma Nicholas Carlson (Silicon Alley Insider) il quale si è posto lo stesso problema, ha identificato quali sono i 20 venture capital più esposti in investimenti sul web2.0 (qui l’elenco con i dettagli), e ha scoperto che la somma totale investita non supera i 726 milioni di dollari.

Una cifra a ben guardare modesta che, ricorda giustamente Carlson, non documenta tanto le “braccine corte” dei VC d’oltreoceano quanto, al contrario, il fatto che investire sulla nuova rete costi poco.

Nonostante i rischi e le avverse condizioni economiche, insomma, il gioco sembrerebbe valere la candela.

Peccato che qui non se ne accorga nessuno.

USA, gli utenti preferiscono internet ai giornali

Prima o poi doveva accadere: è successo (ovviamente) in America, dove Internet ha infine superato la stampa tradizionale nella speciale classifica delle fonti di notizie nazionali ed internazionali più gettonate dal pubblico.

Lo rivela uno studio appena pubblicato dal serio ed attendibile Pew Research Center, le cui conclusioni sono il frutto di 1.489 interviste condotte all’inizio di dicembre:

Currently, 40% say they get most of their news about national and international issues from the internet, up from just 24% in September 2007. For the first time in a Pew survey, more people say they rely mostly on the internet for news than cite newspapers (35%). Television continues to be cited most frequently as a main source for national and international news, at 70%.

Da notare anche che il primato della televisione, ancora saldamente i testa alla classifica dei media preferiti oltreoceano, viene praticamente annullato quando l’età degli intervistati scende sotto i 30 anni:

Nearly six-in-ten Americans younger than 30 (59%) say they get most of their national and international news online; an identical percentage cites television.

Difficile non chiedersi che risultati si avrebbero se qualcuno ripetesse la stessa ricerca anche in Italia.

Qualcuno si offre volontario?

Stati Uniti, condanna esemplare per blogger ricattatori

In passato su questo blog si è documentata puntualmente la parabola della discussa (e discutibile) azienda nota come Pay-Per-Post, nota per offrire ai blogger denaro in cambio di recensioni (purché positive) su aziende, servizi, prodotti.

Più pericolosa di una metastasi, pay-per-post è l’esempio più lampante di come si sia fino ad oggi provato a comprare i blogger, e di come quest’operazione venga sistematicamente ostacolata da un sistema che tende a bilanciare se stesso (la blogosfera), espellendo o comunque spingendo ai margini coloro che tentano di barare e rischiano di minarne reputazione e credibilità.

Sono cose belle, ma mi sembra giusto anche ricordare (e documentare citando i fatti) che non c’è solo l’azienda “cattiva” che cerca di corrompere il blogger, ma anche il blogger che si trasforma in estorsore e ricatta l’azienda.

La storia in questione risale al 2005, ma se ne riparla oggi perché finalmente una giudice americana ha emesso sentenza definitiva sul caso. Sentenza che riconosce a Billy Walters, titolare della Las Vegas golf course, 9 milioni di dollari come risarcimento per compensare l’estorsione perpretata da alcuni blogger di Travel Golf Media.

Nel dettaglio, Walters aveva citato in giudizio i bloggers sostenendo che questi avevano minacciato di scrivere peste e corna dei suoi corsi di golf se egli non avesse sottoscritto un nuovo (e più costoso) contratto di advertising con Travel Golf Media.

Peggiori dell’accusa, mi sembrano le scuse avanzate al momento della denuncia da Robert Lewis di Travel Golf Media: all’epoca questi si giustificò sostenendo di aver “contenuto” le recensioni negative sull’azienda di Walters finché il contratto pubblicitario era stato in essere, salvo poi aver “sciolto le briglie” ai suoi blogger quando il rapporto commerciale tra le due aziende si era concluso. Alla faccia della serietà e della correttezza professionale.

Oggi il giudice ha dato ragione (e parecchi soldi) alla Las Vegas golf course. Ogni ulteriore commento mi sembra superfluo.

Via