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Quando un tweet costa il posto di lavoro (a un manager Microsoft)

Il tweet che vedete qui sotto, preceduto da pochi altri più o meno dello stesso tenore, potrebbe essere costato il posto a Joe Marini, fino all’altro ieri “principal program manager for the Windows Phone web platform”.

joe marini wrong tweet

Non ci sono conferme ufficiali, ma se si mettono assieme il repentino abbandono del manager, i suoi tweet in cui rivelava anzitempo alcune informazioni riservate su un prototipo di Nokia Windows Phone e le social media and blogging policy di Microsoft, si fa presto a fare due più due.

In più ci sono le fonti di Geekwire:

But the back story, as we understand it from people inside the company, is that Marini resigned after learning that he would be let go for improper use of social media and disclosure of confidential information.

Se poi si leggono con attenzione gli incauti messaggi di Marini, l’impressione è che il manager stesse correttamente lavorando a creare hype su Twitter, ma sia purtroppo inciampato in un eccesso di sincerità. In particolare quando ha scritto che – in una scala da 1 a 10 – il nuovo prototipo di smartphone meritava un “8”.

Manco a dirlo, subito un utente gli ha chiesto perché non un “9 o un 10”, al che Marini ha risposto come vedete nell’immagine qui sopra. Non è dunque impossibile che il suo (fin troppo corretto) approccio alla comunicazione sui social abbia indispettito qualcuno nelle sfere alte, che di conseguenze potrebbe averne “chiesto la testa”.

Ovviamente le mie sono solo speculazioni: resta tuttavia quello che sembrano confermare i fatti e le testimonianze, e cioè che  ancora oggi, pur in presenza di puntuali e circostanziate social media policy e dopo molte esperienze simili, un tweet può costare il proprio posto di lavoro.

Anche a un manager.

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Google pubblicizza Google+

La pagina bianca, pura e intonsa, con cui Google da sempre ci presenta la striscia del suo motore di ricerca è anche uno degli spazi pubblicitari più ambiti al mondo. Chi infatti non vorrebbe mettere il proprio adv in un luogo della rete frequentato da 99 milioni di utenti unici a settimana?

Una miniera d’oro (quasi) mai sfruttata, la home di Google, che proprio grazie all’approccio grafico super-minimalista ha contribuito negli anni definire l’immagine del motore di ricerca ed il suo brand, conferendogli tra le altre cose una certa eleganza e serietà.

Ora però a Mountain View hanno deciso di fare un piccolo strappo (è già successo in passato, seppur molto raramente) per pubblicizzare l’apertura al pubblico della loro recente creatura di Google+. Niente di invasivo: solo una delle tante animazioni che si attivano cliccando sul logo in home, e che in questo caso fa apparire una freccia blu indicante il link d’accesso a Google+ (vedi screenshot sotto).

Uno strappo alle ferree regole di comunicazione e immagine di Google che sembra testimoniare al contempo due cose: un’evoluzione nel modo di presentarsi al mondo del colosso americano, forse maturata a seguito dell’avvicendamento ai suoi vertici; ma anche e soprattutto quanto sia importante per l’azienda il suo neonato progetto “anti-facebook”.

Ora la domanda è: siamo di fronte all’ennesima e finale “spinta” impressa a un social network già ben lanciato e che ora apre finalmente al pubblico, oppure la scelta inusuale è dettata dalla necessità di ravvivare l’interesse dell’utenza (reale e potenziale) che secondo molti esperti sarebbe già in declino?

Update:

Andrea contino mi chiede nei commenti e dal suo blog cosa penso delle parole di Stewe Boyd, il quale senza mezzi termini dice che G+ plus è morto:

Google+ is dead. At worst, in the coming months, it will literally fade away to nothing or exist as Internet plankton. At best, it will be to social networking what Microsoft’s Bing is to online search: perfectly adequate; fun to stumble onto once in awhile; and completely irrelevant to the mainstream web.

Boyd non è l’unico a pensarla così. Ieri ho letto un post di Dan Reimold, blogger di grande seguito, che paragonava il numero di rilanci che i suoi post hanno su Twitter, Facebook e Google +, con quest’ultimo che ne usciva con le ossa rotte. Dal canto suo, il giornalista Rainbow Rowell lo ha definito con splendida cattiveria come “una città fantasma senza neanche i fantasmi rimasti a infestarla.”

Io avrei la stessa impressione, ma vedo anche che questi pareri si basano tutti su dati raccolti empiricamente intorno a singoli account che, per quanto seguiti possano essere, probabilmente non riescono ad essere rappresentativi di quanto accade in un SN da 25milioni di iscritti.

In assenza di dati più precisi, temo comunque avesse ragione Paul Tassi quando su Forbes scriveva che, semplicemente, la gente non ha il tempo per un altro social media.

La verità è che c’è posto solo per un Facebook, e chi arriva dopo Zuckerberg ha solo due possibilità: creare qualcosa che sappia prendere il posto dell’onnipresente SN, oppure fallire.

Del resto, tutti noi abbiamo anche una vita reale da vivere, no?

google+ adv

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Ecco Google Wallet

Sono secoli che sento parlare di cellulari usati come fossero carte di credito, di compagnie telefoniche in cerca di tecnologie usabili e sicure per accreditare ogni genere di spesa sulle loro Sim (e quindi per farsi intermediari dell’acquisto incassando i relativi guadagni), di soluzioni più o meno efficaci e di standard in attesa di affermarsi sul mercato.

Nel frattempo (come mostra il video sotto) l’avvento e l’evoluzione degli smartphone e dei servizi a loro legati ha fatto sì che via via smettessimo di portarci dietro pesi come le Pagine Gialle, lo stradario, la macchina fotografica e la telecamera, il walkman e mille altri oggetti fino a poco tempo fa tanto irrinunciabili quanto ingombranti.

Oggi la notizia del giorno è che Google ha messo mano al problema da par suo annunciando negli negli USA il lancio di Google Wallet, servizio di pagamento via smartphone che parte con all’attivo la collaborazione di Citi e Mastercard (Visa, Discover e American Express hanno comunque fatto sapere che presto saranno della partita) e basato su tecnologia NFC.

Siamo ancora agli inizi: per ora il debutto è infatti limitato al solo operatore Sprint e ai terminali Sprint Nexus S 4G, che nelle prossime ore riceveranno automaticamente l’App Google Wallet grazie ad un aggiornamento di Android erogato Over The Air. Ma la “guerra al portafogli” (inteso come oggetto ingombrante) è appena cominciata e la partita è tutta da giocare.

Per coloro che non hanno un conto con Citi ma volgiono provare lo stesso il servizio, è inoltre disponibile la Google Prepaid Card (dove fino a fine anno Google gratificherà gli “early adopters” con un bonus di 10 dollari per ogni nuovo utente). Infine, l’app è dotata di funzionalità aggiuntive che consentono di mettere a frutto coupon, loyalty card e raccolte punti varie.

Per saperne di più:

Google Wallet review: photos, videos, and availability

Studio: su Twitter si vende meglio che su Facebook

Volete vendere attraverso i social media? Scegliete Twitter. L’ennesimo studio sulle abitudini di acquisto degli utenti online (edit: negli USA), realizzato da Kantar Media Compete e intitolatoOnline Shopper Intelligence Study, promuove a sorpresa la cinguettante piattaforma di micro-blogging e, cosa ancora più interessante, lo fa proprio mentre praticamente chiunque indica in Facebook la madre e il futuro di ogni commercio in rete.

The survey was given to 2,574 online purchasers (US consumers only n.d.r.)who shopped between July 14 and August 8, 2011 and here’s what they found out.

35% of respondents said that Twitter feeds had an influence on their purchase decisions. Only 23.5% had the same thing to say about Facebook.

Trattandosi di uno studio cross-channel, l’analisi non si ferma ai due giganti della rete e rivela anche altre notizie interessanti, come ad esempio il fatto che l’email marketing non solo non sarebbe morto, ma anzi godrebbe di buona salute.

Kantar Media Compete’s study also found that nearly one in three consumers receive more than 20 emails from retailers in a week. And in good news for retailers relying on email, 89 percent of respondents at least occasionally click through to a retail site from an email or visit a retail site immediately after reading an email.

C’è anche dell’altro, a partire dalla notizia – forse un po’ scontata – che lo shopping online sia tutta una caccia allo sconto, alla promozione e al prezzo stracciato, per arrivare al dato che per tre intervistati su quattro la spedizione gratuita è requisito fondamentale per procedere all’acquisto. Detto questo, il resto lo trovate nel rapporto KMC.

La domanda che però resta senza risposta è perché un maggior numero di utenti si dicano più influenzati da Twitter che da Facebook negli acquisti online. Forse ha ragione Cinthia Boris quando dice che il primo, muovendosi molto più velocemente del secondo, alla fine prevale forse perché offre un maggior numero di occasioni da cliccare nella stessa unità di tempo.

Per conto mio aggiungerei che forse sono proprio la brevità dei messaggi e la velocità con cui essi scorrono nelle nostre timeline a renderli drammaticamente efficaci nello stimolare l’acquisto compulsivo di prodotti di ogni tipo.

E secondo voi?

UPDATE: per amor di precisione ho chiesto via mail alla referente del progetto, Debra Miller Arbesman, a quale mercato fa riferimento la ricerca. Dopo meno di mezz’ora (!!) la signora mi ha risposto che “The survey is of US consumers only”.

Il (buon) Customer Care via Twitter secondo Slideshare

Da un paio di giorni – e più precisamente da quando mi sono loggato con Facebook – il mio account Slideshare ha dato di matto è ha iniziato ad aggiungere una lunga serie di utenti alla lista di coloro che seguo sulla piattaforma. Il tutto è avvenuto senza che io muovessi un dito e, peraltro, facendomi fare anche una figura da pirla dal momento che vanto un account praticamente deserto.

Qualcuno mi ha persino aggiunto a sua volta, sebbene sia impossibile sapere chi lo abbia fatto perché mosso a tenerezza e chi invece sia stato colpito dalla mia stessa sindrome. Resta tuttavia il fatto che ho trovato l’accaduto abbastanza scocciante.

Da buon blogger e vecchio frequentatore di social cosi ho quindi reagito nell’unico modo possibile: lamentandomi su Twitter:

tweet per slideshare

A dire il vero, l’ho fatto più per capire se il problema fosse solo mio o anche di qualcun altro (Livia ha risposto, ad esempio), che non aspettandomi feedback dai responsabili del social americano. Anzi, abituato alla tipica modalità di interazione attraverso la rete delle aziende nostrane, non mi aspettavo in verità alcuna risposta.

Mi sbagliavo.

Dopo sole 13 ore (e si deve contare il fuso orario) da Slideshare mi hanno risposto sempre via Twitter per assicurarmi che il problema era loro, per dire che era stato risolto e, cosa ancora più incredibile, per scusarsi:

tweet da slideshare

E badate bene: tutto questo senza che il mio tweet abbia sollevato una rivoluzione e scatenato orde di utenti in una protesta corale contro l’azienda. Mi è stato risposto solo perché avevo fatto una domanda e – da utente – meritavo una risposta. Meglio, una soluzione.

Ora, io non so dire se a Slideshare siano sempre così efficienti. Quello che so, tuttavia, è che quando si parla di interagire in tempo reale con gli utenti/clienti attraverso i social media, si parla anche – e forse soprattutto – di questo.

Chi di dovere farebbe bene a prendere appunti.

—-

English recap for slideshare online PR:

Guys, you did a good job! I had a problem, Tweeted it and you answered whitin 13 hours via Twitter showing care and respect for your customers. Just one more best practice I felt the need to share with others here in Italy. Thanks.

Il manager europeo ama (e teme) Twitter

Apprendo or ora da Brand Republic che:

The use of Twitter has increased from 31% to 61% among Europe’s top business leaders, while 15% now have an iPad, according to research by CNBC.

Ma anche che:

The growing impact of social media was evidenced by 61% of respondents who said they believed social media was changing the way they did business – up from only a quarter in 2010.

E infine che:

However, despite the increasing take-up of Twitter, business leaders admitted they feared being unable to keep up with the latest technological innovations.

Ora, date queste premesse, il candidato scelga tra le seguenti opzioni il commento a suo avviso più calzante:

a) Meglio tardi che mai!

b) “Pronto, buongiorno, è la sveglia…”

c) Ma paura di che?

d) Ok, vi siete accorti dell’esistenza dei social media (o almeno di uno tra loro): ora però che ne dite di imparare davvero ad usarli, di comprenderne il valore, quindi di riconoscere e fare vostro il profondo cambiamento nelle relazioni tra aziende e consumer che essi hanno determinato e stanno determinando e – infine – di prendere le decisioni che contano alla luce di questa nuova, sfavillante consapevolezza?

e) (risposta aperta)

Per approfondire:

– CNBC: “Business Leaders Fear Being Out Of Step With Technology Says CNBC Research

L’ultima fatica di Nielsen – State of the Media: The Social Media Report

State of the Media: The Social Media Report è il nome dell’ultimo lavoro targato Nielsen, fresco di pubblicazione e focalizzato sul mercato americano. Se disponete di sufficiente tempo e motivazione, potete consultare qui la versione completa del report.

Se invece avete fretta ma non volete perdervi il meglio, allora date un’occhiata agli highlights qui sotto:

1) I blog non sono morti: Social networks and blogs continue to dominate Americans’ time online, now accounting for nearly a quarter of total time spent on the Internet

2) Gli americani sono pazzi per Facebook: At over 53 billion total minutes during May 2011, Americans spend more time on Facebook than they do on any other website

3) In molti lo credevano morto e invece va alla grande: Tumblr is an emerging player in social media, nearly tripling its audience from a year ago

4) Davanti al pc non c’è (quasi) più nessuno: Nearly 40 percent of social media users access social media content from their mobile phone

5) Immigrati digitali vs nativi digitali = 1-0: Internet users over the age of 55 are driving the growth of social networking through the Mobile Internet

6)  Nella Grande Mela lo shopping è digital: 70 percent of active online adult social networkers shop online, 12 percent more likely than the average adult Internet user

7) Quando si parla di social networks, tutto il mondo è paese: Across a selection of 10 global markets, social networks and blogs are the top online destination in each country, accounting for the majority of time spent online and reaching at least 60 percent of active Internet users

Il Crowdsourcing e la creazione distribuita del valore (video – La3tv)

Lo scorso 30 giugno ho partecipato brevemente a Senza Fili, trasmissione contenitore parte del nuovo corso di La3Tv che si occupa di proporre “ogni giorno il meglio della giornata sul web, mischiando l’utile e il dilettevole”.

Con i conduttori Petra Loreggian e Gianpaolo Gambi abbiamo discusso (tra il serio e il faceto) del crowdsourcing e di come esso stia cambiando (nel bene e nel male) il modo che i professionisti sparsi in ogni parte del mondo hanno di collaborare e creare valore in moltissimi campi.

Se il tema vi interessa, ecco di seguito i due video del mio breve passaggio televisivo.

I commenti come le critiche sono come sempre benvenuti.

Senza fili del 30/06/11 – Parte prima:



Senza fili del 30/06/11 – Parte seconda:

Diretta: La notte della Rete

Online video chat by Ustream

Martedì 5 luglio dalle 17.30 alle 21.00
In diretta dalla Domus Talenti a Roma ( via delle Quattro Fontane, 113 )
Maggiori informazioni.

Fra i presenti: Olivero Beha, Rita Bernardini, Emma Bonino, Pippo Civati, Nicola D’Angelo, Juan Carlos de Martin, Tana de Zulueta, Antonio Di Pietro, Dario Fo, Giovanbattista Frontera, Alessandro Gilioli, Peter Gomez, Beppe Giulietti, Fabio Granata, Margherita Hack, Carlo Infante, Giulia Innocenzi, Ignazio Marino, Gianfranco Mascia, Gennario Migliore, Roberto Natale, Luca Nicotra, Leoluca Orlando, Flavia Perina, Marco Perduca, Marco Pierani, il Piotta, Donatella Poretti, Enzo Raisi, Franca Rame, Fulvio Sarzana, Marco Scialdone, Guido Scorza, Mauro Vergari, Carlo Verna, Vincenzo Vita, Vittorio Zambardino.

Italiani, popolo di navigatori (via mobile)

Nello stivale invaso dagli smartphone, l’accesso alla Rete delle reti avviene sempre più spesso lontano dal classico Pc. L’ultimo rapporto pubblicato da Nielsen descrive infatti un Paese dove imperterrita “continua a crescere la navigazione da mobile” e dove, nell’ordine:

– Gli utilizzatori di smartphone hanno superato i 20 milioni e il sorpasso sui telefoni tradizionali è imminente (più 52% rispetto allo stesso periodo del 2010, ovvero 7 milioni in più);
– Tra i sistemi operativi, forte crescita di Android, che in un anno triplica la quota di mercato;
– cresce costantemente il numero di individui che accedono ad Internet dal proprio cellulare: 13 milioni a inizio 2011, il 34% in più rispetto allo stesso periodo del 2010 e oltre 5 milioni in più rispetto al primo trimestre 2009;
– “I nuovi utilizzatori di smartphone si distribuiscono anche in quelle fasce della popolazione tipicamente meno coinvolte e meno digitalizzate: crescono infatti le donne, che arrivano al 44% del totale (+5 punti percentuali) e aumenta l’età media dei possessori di smartphone, che passa dai 40,4 anni di inizio 2010 agli attuali 43,3 anni”;

Insomma, nel paese dove la penetrazione dei telefoni cellulari supera di gran lunga il 150%, il vero driver per la diffusione di Internet e la sua adozione da parte di milioni di persone appare essere (e forse è logico che sia così) la crescente diffusione degli smartphone.

Lo spiegava poco tempo fa Mauro Sentinelli, quando durante il suo intervento al Mobile & Wireless World 2011 ha affermato che siamo di fronte a un cambiamento epocale: un momento storico in cui il numero di persone che approcciano la rete per la prima volta attraverso dispositivi mobili supererà (se non è già accaduto) quello di chi lo fa da pc.

Se a questo aggiungiamo poi che tale fruizione spesso passa per app, appare chiaro quanto nuovo e complesso sia lo scenario che ci troviamo di fronte e quali sfide debba affrontare chi di mestiere si occupa di pensare, progettare e realizzare servizi e prodotti per il web.

Siamo sull’orlo di un mutamento radicale, culturale ancorché tecnologico, la cui portata e le cui conseguenze sono tutte ancora da stabilire, ma che di certo ci riguarda tutti, nessuno escluso. In special modo coloro che, come me, si occupano di comunicazione a 360 gradi.

Volendo prendere ad esempio anche solo la comunicazione politica – divenuta per me assai importate negli ultimi tempi – mi torna infatti alla mente l’intervista con Sam Graham-Felsen, ex blogger di Barack Obama, che sul tema mi disse alcune cose illuminanti:

«La prima volta che ho fatto attivismo politico, ho dovuto guidare per due ore e andare in un altro Stato, – racconta – dove mi hanno dato un foglio, una penna e un telefono per chiamare potenziali elettori. Nel 2008 potevo lavorare comodamente nella mia stanza da letto, dov’ero vincolato da una connessione di rete, mentre nel 2012 credo che il più vasto cambiamento verrà dall’affermazione del mobile, e consentirà alle persone di fare attivismo ovunque esse si trovino». Un domani ormai prossimo potremo ad esempio disporre di applicazioni per smartphone che, sfruttando servizi di geolocalizzazione come Foursquare, «sapranno avvisarci che a cento metri dal punto in cui ci troviamo abita un elettore indeciso e interessato a saperne di più sul nostro candidato, dandoci quindi la possibilità di scegliere se andare a bussare alla sua porta e raccogliere dati preziosi». Dati che, manco a dirlo, inseriremo in un database in tempo reale tramite una connessione mobile.

Nel bene e nel male, siamo sull’orlo di una rivoluzione. Voi siete pronti?

—–

Post Scriptum: nel caso dovesse interessarvi, il rapporto Nielsen contiene anche alcuni gustosi dati sulla penetrazione nel mercato dei vari sistemi operativi mobili. Eccoli di seguito:

– Symbian di Nokia mantiene un’ampia leadership ma negli ultimi sei mesi registra un calo che lo porta al 68% di quota di mercato;
– L’Apple iPhone OS continua a crescere (+29,6%) raggiungendo una quota dell’11%;
– Android OS vede più che triplicare la propria quota di mercato in 6 mesi, passando dall’1,8% al 7,4%;
– Perdono invece terreno Windows Mobile, in attesa degli effetti della partnership con Nokia, e Blackberry OS, che si attestano entrambi sotto il 5% di quota;