Lawrence Lessig e le generazioni in guerra

Quello cui siamo di fronte è uno scontro tra generazioni, una guerra tra noi e i nostri figli che si rinnova e inasprisce ogni volta che i nostri Governi legiferano contro Internet. Una guerra che rischia di spingere ai margini della legalità i nativi digitali e che, per ragioni semplicemente biologiche, siamo destinati a perdere. E’ una questione di tempo ed è un destino inevitabile: loro ci saranno, noi no. Quindi il vero problema è un altro: dobbiamo decidere come vogliamo essere ricordati.

E’ questo, in estrema sintesi, il concetto alla base del discorso tenuto la settimana scorsa da Lawrence Lessig, ospite presso la Camera dei Deputati di un evento targato Capitale Digitale e intitolato “Internet è libertà – Perché dobbiamo difendere la rete”.

Ai margini del convegno, ho avvicinato il giurista statunitense, fondatore e amministratore delegato di Creative Commons, e gli ho chiesto cosa deve accadere perché la guerra in corso tra generazioni si concluda prima che una delle parti venga meno per cause di forza maggiore (vedi video a fine post).

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Interview with Lawrence Lessig

Short interview with Lawrence Lessig, very well-known american academic, political activist and founding board member of Creative Commons, on copyright, Internet, freedom and the need to end the war we’re at with our children.

Gelernter: “Internet? E’ una cosa seria”

David Gelernter insegna informatica all’università di Yale. E’ l’autore di Mirror Worlds, libro nel quale egli per primo profetizza l’avvento di qualcosa che, solo qualche tempo dopo, impareremo a chiamare World Wide Web e dove, come gli viene riconosciuto da più parti, getta le basi che ispireranno al creazione del linguaggio di programmazione noto come Java.

Un’icona della rete, un visionario che ha dato un contributo significativo alla nascita del calcolo parallelo. Un punto di riferimento così forte nel panorama tecnologico da divenire purtroppo oggetto nel 1993 delle devastanti attenzioni di Theodore Kaczynski – noto ai più con il nome di Unabomber – che riesce a ferirlo con uno dei pacchi bomba inviati nell’ambito della sua folle protesta contro il progresso e la tecnologia.

Oggi Gelernter, cui si riconosce anche il merito di aver largamente anticipato l’avvento del cloud computing, scrive un saggio (rilanciato da Edge) intitolato in modo assai significativo “Time to start taking the Internet seriously”: trentacinque paragrafi nei quali lo scienziato definisce lo stato dell’arte, identifica i principali problemi e declina la propria visione del futuro della rete, focalizzando sulla necessità di mettersi al lavoro, uscire dalla fase di stallo in cui secondo lui ci troviamo e “far fare a Internet ciò che vogliamo”.

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Spiacenti, la risposta è sbagliata

Dunque ricapitolando: se il sondaggio è favorevole, allora “il popolo è dalla nostra parte” e “gli italiani sono con me”.

Se invece è sfavorevole, allora può essere solo diventato facile preda di chi non aspetta altro per esternare il suo livore”.

La prossima volta, invece di perdere tempo con inutili domande che espongono il fianco a risposte faziose e comuniste, pubblicate direttamente le risposte.

Così stiamo tranquilli.

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Informazione di qualità

Diceva De Benedetti qualche tempo fa:

“L’accesso gratuito va bene per il flusso delle informazioni, e rappresenta un’opportunità straordinaria offerta da internet. Ma l’informazione che approfondisce, che spiega e fa comprendere, che verifica le fonti e contestualizza, è un informazione che costa e che, come tale, deve essere difesa”.

Ottimo. Adesso guardate l’occhiello di questo pezzo presente mentre scrivo nella home di Repubblica e ditemi quanti e quali errori riuscite a trovare:

repubblica - novi ligure - errori

Ricerche: The future of the Internet

L’ottimo e più che attendibile Pew Research Center’s Internet & American Life Project ha recentemente pubblicato la quarta edizione del suo rapporto intitolato, significativamente, The future of The Internet. La survey online, realizzata in collaborazione con l’Imagining the Internet Center della Elon University, raccoglie i pareri di 895 Internet stakeholders rispetto al potenziale impatto della rete sul nostro futuro; ai cambiamenti economici, politici e sociali che la sua sempre più pervasiva presenza nelle nostre vite determinerà da qui al 2020.

La modalità d’indagine, assai interessante, prevedeva che agli intervistati fossero sottoposti due diversi scenari per uno stesso tema, simili nelle premesse ma opposti nelle conclusioni. Loro compito era scegliere quale ritenessero più probabile e argomentare tale scelta. Il tema sotteso a ciascuna coppia di scenari è stato definito traendo spunto da dati raccolti grazie a ricerche condotte nel recente passato, oppure rifacendosi alle affermazioni di opinion leader nei settori della scienza, della tecnologia, del business e della politica. Un esempio:

a)By 2020, people’s use of the Internet has enhanced human intelligence; as people are allowed unprecedented access to more information, they become smarter and make better choices. Nicholas Carr was wrong: Google does not make us stupid (http://www.theatlantic.com/doc/200807/google).

b)By 2020, people’s use of the Internet has not enhanced human intelligence and it could even be lowering the IQs of most people who use it a lot. Nicholas Carr was right: Google makes us stupid.

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Google Buzz e la privacy degli utenti

Google Buzz è tra noi. La risposta di Mountain View a servizi di successo come Twitter, Friendfeed e Facebook si è materializzata magicamente direttamente nella e-mail, anzi nella Gmail di centinaia di milioni di utenti nel mondo.

In molti hanno apprezzato o, quantomeno, appreso con curiosità la notizia e ora sono lì che esplorano il nuovo servizio, mentre si domandano se e come possa tornare loro utile. C’è invece chi, come ad esempio Dave Winer, ne ha vissuto il lancio come un’invasione armata della propria privacy e si è letteralmente infuriato. O come Nicholas Carlson, editor di Paidcontent.org, che mette in evidenza i rischi per la privacy derivanti dall’uso del nuovo servizio, che crea automaticamente liste di persone da seguire scegliendo tra gli indirizzi mail più usati e poi le rende pubbliche, rivelando di fatto al mondo con chi l’utente si scrive più spesso. Con tutte le implicazioni del caso.

Certo, gli ingegneri di Google hanno predisposto tutti gli strumenti necessari per tutelare la propria privacy, consentendo a chiunque di accedere alle impostazioni e fare le proprie scelte.

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Jonathan Zittrain e il lato oscuro del crowdsourcing

Novembre 2009. Jonathan Zittrain, professore di Legge ad Harvard e co-fondatore del Berkman Center for Internet & Society, dà una brillante lezione intitolata “Minds for sale”. In poco meno di un’ora e venti, il docente mette sapientemente in evidenza una serie di problemi etici e legali inerenti al crowdsourcing per poi arrivare a definire quello che secondo lui è “The Future of Crowdsourcing” e a spiegare anche “How to Stop It”.

Crowdsurcing è un neologismo coniato nel 2006 dal giornalista di Wired Jeff Howe. Il termine nasce dalla fusione tra “outsourcing”, ovvero la pratica di delegare compiti e lavori al di fuori della propria azienda, e “crowd”, ovvero l’immensa ed eterogenea folla di talenti d’ogni lingua, nazionalità e cultura che popola la rete e che, adeguatamente coinvolta e coordinata attraverso una piattaforma software creata ad hoc, può partecipare allo sviluppo di progetti complessi.

L’enciclopedia libera Wikipedia è uno splendido esempio di crowdsourcing basato sul volontariato, ma esiste un numero crescente di esperimenti business-oriented dove sono le aziende a proporre problemi da risolvere e dove quindi l’utente viene pagato per il suo contributo. In questo caso il modello è ben rappresentato dal progetto Mechanical Turk di Amazon.com.

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Buon compleanno Facebook

In queste ore ricorre il sesto anniversario dalla nascita di Facebook. Per l’occasione il suo creatore, Mark Zuckerberg, ha pubblicato un post intitolato “Six Years of Making Connections“, in cui riepiloga gli inizi della sua avventura, rivela che il numero degli utenti ha raggiunto l’incredibile quota di 400 milioni e promette nuove ma non meglio precisate meraviglie per il futuro. Parte di esse sono già visibili per circa 80 milioni di utenti, e consistono in un sostanzioso restyling della home page. Altre verranno svelate progressivamente nei prossimi giorni.

Scrive Zuckerberg:

Facebook began six years ago today as a product that my roommates and I built to help people around us connect easily, share information and understand one another better. We hoped Facebook would improve people’s lives in important ways. So it’s rewarding to see that as Facebook has grown, people around the world are using the service to share information about events big and small and to stay connected to everyone they care about.

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