Mosaico Arredamenti vs Sarnari: happy ending

Leggo da Marco che il caso “Mosaico Arredamento contro Sergio Sarnari” si è risolto con un nulla di fatto.

Per chi non conosce la storia, al tempo ho scritto un post approfondito dove spiegavo:

“E’ cronaca di questi giorni la vicenda giudiziaria che vede contrapposti il blogger Sarnari e il mobilificio Mosaico Arredamenti, dove il secondo cita in giudizio il primo per aver scritto un post “indiscutibilmente diffamatorio” e gli chiede 400mila euro di risarcimento.”

Nel post oggetto della contesa (cancellato in seguito alla querela), Sarnari aveva descritto la sua disavventura durata un anno con il mobilificio e subito altri utenti avevano popolato il post di commenti raccontando la loro esperienza.

Era seguita una denuncia, e quindi una lettera aperta firmata da molti blogger nella quale si invitava Andrea Rossetti, titolare del mobilificio, a tornare sui propri passi anche sottolineando il pessimo ritorno di immagine che l’intera operazione gli stava causando.

Per quelle stesse ragioni, l’epilogo di oggi giova di sicuro al blogger, ma fa bene anche all’immagine del mobilifico: come spiega sempre Marco,

Sembra che Mosaico Arredamenti non abbia poi dato seguito alla querela. Dico sembra perché non è ancora chiaro se ha lasciato scadere i termini o se è stata ritirata. In entrambi i casi pare una scelta consapevole.

Ecco, tutto è bene quello che finisce bene. Ora però, per chiudere questa storia, ci vorrebbe una chiara presa di posizione da parte dell’azienda, magari diffusa sotto forma di commento postato dal signor Rossetti in persona, nel quale sia egli stesso spiegare per quale ragione ha lasciato cadere la denuncia.

Steve Jobs lascia la guida di Apple per curarsi

Ufficialmente si tratta di uno squilibrio ormonale. Sempre ufficialmente, il CEO di Apple lascia la guida dell’azienda solo fino a giugno, al fine di potersi meglio curare in tranquillità.

“In order to take myself out of the limelight and focus on my health, and to allow everyone at Apple to focus on delivering extraordinary products, I have decided to take a medical leave of absence until the end of June”.

A voler dare ascolto alle teorie del buon Surowieki (autore di Wisdom Of Crowds), l’immediata reazione dei mercati (che subito hanno visto il titolo di Apple perdere l’8%) non lascia presagire nulla di buono.

Mandarina Duck “sospende” il suo corporate blog The Duck Side

Venuto alla luce due anni fa, il progetto di comunicazione 2.0 The Duck Side chiude oggi i battenti fino a data da destinarsi.

Il motivo addotto in un post di commiato è il crescente impegno richiesto da “una serie di nuovi progetti di comunicazione”, tale da rendere insostenibile il ritmo di lavoro necessario a mantenere vivo il coporate blog (mediamente un post ogni tre giorni).

Il bilancio “a caldo”, oltre a dare l’impressione di una decisione repentina e inattesa persino dall’editor “Ducky”, parla di risultati positivi e di “una vera opportunità di dialogo, di scambio di notizie, suggerimenti, pensieri, emozioni” con i lettori, senza tuttavia fornire alcun numero su traffico, commenti (che considerata la fama e il pubblico potenziale dell’azienda sembrano assai pochi), feedbacks.

Mi riprometto di indagare meglio la faccenda, magari parlando con i diretti interessati. Per ora resta il sospetto che il blog non abbia avuto il successo di pubblico sperato e sia stato giudicato “sacrificabile” dai responsabili.

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Le (straordinarie) dimensioni del web cinese

Se la Cina è vicina, come si soleva dire qualche anno fa, la Cina online lo è ancora di più (firewall permettendo) eppure se ne sa ancora molto poco.

Tutti più o meno concordano sul fatto che l’internet cinese sia un mercato immenso e in continua espansione ma, finora, mancavano numeri ufficiali strutturati su cui fare i conti.

Ora però qualcuno oltre la Grande Muraglia ha pensato bene tradurre in inglese dati e statistiche diffuse dalla China Internet Network Information Center (CNNIC) e aggiornati a gennaio 2009. Ve ne rigiro un sapido estratto:

Nel gennaio 2009 la popolazione online cinese ammonta 298 milioni di utenti, registrando un incremento del 41,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando i “netizens” erano “solo” 210 milioni.

Il 22,6% della popolazione cinese è online, contro una media planetaria del 21,9%. Tanto per dare dei termini di paragone, i primi della classe sono Giappone (73,3%), Stati Uniti (72,5%) e Corea Del Sud (70,7%).

Ora tenetevi forte: il 90,6% della popolazione di navigatori cinesi, pari a 270 milioni di persone, accede alla rete tramite connessione broadband, mentre sono 117, 6 milioni i cittadini che navigano in Internet attraverso il proprio cellulare. Rispetto a quest’ultimo dato, ricordo che in Cina la telefonia 3G è appena agli inizi.

Infine, il tempo medio trascorso in rete è pari a 16,2 ore a settimana. Il 78,4% dei netizens accede a Internet da casa, il 42,4% da Internet Cafe, il 20,7 % dal lavoro, l’11,3% da scuola e il 2,7 da altri locali pubblici.

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Stati Uniti, AOL sempre meno portale e sempre più network di blog

Sembra ieri che America On Line, il più grande service provider americano, acquisiva il nano-publishing network Weblogsinc. Invece era il 2005, e l’affare da 25 milioni di dollari (fluiti nelle tasche del fortunato nano-publisher Jason Calacanis) sembrò ad alcuni la fine del blog network destinato – si diceva – ad essere snaturato dalla gestione “tradizionalista” di AOL-Time Warner.

Nel giro di tre anni molte cose sono accadute, compresa la defezione di Calacanis stesso, uscito dal progetto per dedicarsi alla creazione di uno “human-powered search engine”. Oggi una cosa appare certa: l’entrata di Weblogsinc in AOL non ha snaturato il network; al contrario, ha innescato un processo di rinnovamento magari lento, ma sicuramente profondo e rivoluzionario nel gigante americano.

Ha determinato un cambiamento di mentalità tale da indurre oggi il management a creare una nuova business unit, MediaGlow, espressamente dedicata alla gestione e allo sviluppo dei numerosi blog in cui la presenza on line di Aol è sempre più frammentata.

“Instead of having a handful of front doors, we’re creating dozens if not hundreds of front doors that are more relevant to advertisers,” spiega infatti al New York Times Bill Wilson, già publishing executive di Aol e presto presidente di MediaGlow, chiarendo anche come la strategia dell’azienda, che mira a lanciare 30 nuovi blog solo nel 2009, preveda una “total reinvention of the company”.

“Reinvention” che, in soldoni, farà del sito di Aol sempre meno un portale e sempre più un aggregatore/coordinatore di blog impegnati a presidiare le nicchie di interesse più disparate. Una costellazione di siti verticali e diversi tra loro attraverso i quali – è bene ricordarlo – un’agenzia pubblicitaria senza i paraocchi può e sa veicolare pubblicità assai più mirata e rilevante sia per gli inserzionisti che per i potenziali clienti.

Un’informazione diversa, i cui principi appaiono ormai scontati per chi – come noi – da anni crede, investendo tempo e denaro, nel nano-publishing, ma che per un media publisher tradizionale ed elefentiaco come Aol-Time Warner deve suonare oggi innovativa né più e né meno dell’invenzione della ruota o della scoperta del fuoco.

Chissà che non sia l’occasione buona per l’editoria tradizionale di uscire dall’età della pietra.

Windows 7 Beta, i server Microsoft non reggono la corsa al download

Dalla pagina dedicata a Windows 7 sul sito Microsoft.com:

“Thanks for your interest in the Windows 7 Beta. The volume has been phenomenal—we’re in the process of adding more servers to handle the demand. We’re sorry for the delay and we’ll re-post the Beta as soon as we can ensure a quality download experience.”

Ora la domanda sorge spontanea: è tutto qui il possente cloud computing made in Redmond di cui Stephen Elop, presidente di Microsoft Business Division, mi parlava entusiasta solo qualche tempo fa?

Social Networking World Forum

Se i network sociali sono il fenomeno del momento, allora il Social Networking World Forum è probabilmente l’evento che meglio promette di rappresentarne stato dell’arte, tendenze, prospettive.

In programma all’Olympia Conference Centre di Londra dal 9 al 10 marzo, l’SNWF presenta già ora un nutrito programma di interventi con nomi di tutto rilievo, tra i quali segnalo Anthony Lukom, managing director per MySpace UK; Lorenz Bogaert, CEO Netlog; David Jones, vice presidente Global Marketing per Friendster; Michael Donnelly, direttore Worldwide Interactive Marketing per The Coca-Cola Company; Natalie Johnson, manager Social Media Communications presso General Motors; Tony Douglas, responsabile Marketing Innovations di BMW.

Ecco una sintesi del programma per le due giornate:

Day 1 – Social networking strategies

With the ever-increasing social use of the internet, websites have become the setting for discussion of ideas, opinions and transactions. These conversations are taking place within the framework of social networks. The challenge for marketers and advertisers alike is to leverage the power of these new social networks to create innovative and original brand experiences. Day 1 will examine these issues.

Day 2 – Content,advertising and engagement

Social networking sites are becoming increasingly attractive to the content provider and advertiser. Precise targeting of the consumer with teaser video clips and increasingly clever advertising can drive programs, brands or products growth. Day 2 will look at the strategy and development of content services, how to create revenue streams from sites, the appeal for advertisers and brands and in conclusion, what the future holds for the social network.

Come se non bastasse, l’SNWF si svolgerà in contemporanea e nella stessa area del Mobile Social Networking Forum, evento parallelo e complementare al primo dove però il focus si sposta sul mercato emergente del social networking in mobilità.

Per conoscere il programma esteso di entrambi gli eventi potete consultare la brochure (in formato .Pdf) disponibile sul sito ufficiale dell’SNWF.

Nel caso decidiate di partecipare, ci vediamo a Londra.

Web2.0 e crisi economica, quanto rischiano i venture capitalist americani?

Un paio di giorni fa scrivevo di Terre Desolate e crisi della new economy mentre, contemporaneamente, mi domandavo che aria tirasse dalle parti del venture capital americano.

Pensavo insomma che, dato un periodo economico assai difficile e pessime previsioni per il 2009, i finanziatori d’oltreoceano vivessero ore di terrore al pensiero di poter perdere le ingenti somme investite in svariate startup 2.0.

Oggi scopro invece che, tutto sommato, mi sbagliavo: me lo conferma Nicholas Carlson (Silicon Alley Insider) il quale si è posto lo stesso problema, ha identificato quali sono i 20 venture capital più esposti in investimenti sul web2.0 (qui l’elenco con i dettagli), e ha scoperto che la somma totale investita non supera i 726 milioni di dollari.

Una cifra a ben guardare modesta che, ricorda giustamente Carlson, non documenta tanto le “braccine corte” dei VC d’oltreoceano quanto, al contrario, il fatto che investire sulla nuova rete costi poco.

Nonostante i rischi e le avverse condizioni economiche, insomma, il gioco sembrerebbe valere la candela.

Peccato che qui non se ne accorga nessuno.

Oltre la Grande Muraglia, 50 milioni di blogger

Nel 2007 erano solo 47 milioni. Nell’anno appena trascorso hanno raggiunto quota 50 milioni.

Sono i blogger cinesi, divenuti così tanti da rappresentare ormai un problema di ordine pubblico per il Governo di Pechino, sempre assai indaffarato nel controllare e filtrare qualsiasi messaggio circoli attraverso ogni mezzo di comunicazione in uso sul suo territorio.

I blog invece sono circa cento milioni, dato che conferma la generale tendenza degli utenti residenti oltre la Grande Muraglia a gestire più di un blog alla volta.

La popolazione totale degli internauti cinesi, infine, è di 290 milioni di unità (dati aggiornati a dicembre 2008). Basta un rapido calcolo per scoprire che, in Cina, circa un navigatore su sei è anche un blogger.

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New Economy, da Paese delle Meraviglie a Terra Desolata

Tagliare i costi. Riorganizzare. Ottimizzare. Non passa giorno senza che la stampa annunci nuovi licenziamenti (effettivi o rivelati come prossimi dai soliti anonimi bene informati) che come una mannaia si abbattono sui lavoratori della new economy.

Esempio 1: partiamo con qualcosa di semplice. A ottobre Loic Le Meur, ex responsabile di Six Apart Europe ed oggi CEO di Seesmic, annuncia il licenziamento di sette dipendenti. Quisquilie direte voi. E’ un terzo del suo staff, rispondo io.

Esempio 2: nel corso di tutto 2008 Nick Denton, praticamente l’inventore nano-publishing con Gawker.com nonché il primo a trarne guadagni di assoluto rilievo, ha provveduto in varie riprese a chiudere i blog meno produttivi. I vari editor sono stati a volte riassorbiti nei blog ancora funzionanti, più spesso “reimmessi” sul mercato. E questo nonostante gli introiti pubblicitari per Gawker siano cresciuti del 39 per cento nel 2008.

Esempio 3: la cronaca più recente racconta di “riorganizzazioni” da numeri a 3, 4 e persino 5 cifre. Sun Microsystems, per citare qualcuno, deve “sacrificare” ben 6000 persone, circa il 18 per cento della sua forza lavoro, nel processo di ristrutturazione che ne dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) salvare le sorti.

Esempio 4: che dire poi di Yahoo!? Il motore di ricerca uscito con le ossa rotte dalla “danza della morte” con Microsoft e Google ha comunicato già ad ottobre il licenziamento di circa 1500 persone, ovvero il 10 per cento della propria forza lavoro.

Esempi 5 e 6: La cronaca di queste ore è ancora meno incoraggiante delle premesse. Da un lato c’è Microsoft, che voci insistenti (seppur non confermate) vogliono prossima a licenziare 15mila dipendenti su 90mila, la maggior parte dei quali distribuiti tra Europa, Medio Oriente e Africa.

Dall’altro c’è il gigante (dai piedi d’argilla) Sony che – rivela The Times – sarebbe ad un passo da una radicale ristrutturazione che dovrebbe lasciare a terra non meno di 8mila dipendenti.

L’elenco potrebbe andare avanti a lungo, ma la sostanza non cambia: la crisi c’è, sta investendo pesantemente il mondo Hi-Tech e sta producendo un numero assai preoccupante di disoccupati prima ancora che – come mi suggeriva ottimista Tim O’Reilly – “eliminare i rami secchi del web 2.0“.

Il fatto che fosse stata abbondantemente prevista non consola. Cosa ancora peggiore, preoccupano persino le prospettive di spesa per il 2009 degli un tempo voraci consumatori americani, in barba alla pompa magna di eventi come CES e MacWorld, ormai privi della loro vera ragion d’essere.

Ci aspettano tempi duri.